Realmente però non si produce se non quando v'induca o la necessità o l'interesse. Ora, il denaro era affluito in Italia, e in parte ancora vi si conservava, per modo che grandissime somme si richiedevano a far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a gran cose poco denaro. Traevasi dunque ogni genere da fuori; l'entrata era resa incerta dalle distribuzioni gratuite che si moltiplicavano, la munificenza dell'imperatore o de' ricchi strozzando la speculazione privata: poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria improvvisamente in circolazione, alteravano di punto in bianco il valore delle derrate che il proprietario mandasse sul mercato. Sfruttata l'Italia, si dovettero cercar di fuori anche il vino e la lana, già vantata produzione degli armenti dell'Apulia, di Parma e dell'Euganea[251]; e alle precipue famiglie erasi accomunato il lusso, un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora, quale veniva da Tiro, dalla Getulia, dalla Laconia, al costo fin di mille dramme la libbra.
Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità, si trasformava così l'agricoltura, anche l'industria subiva un radicale mutamento. L'associazione, eretta in istituzione pubblica, s'incontra in ogni dove al nascere e al decadere delle società; determinata in prima dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere l'esterna concorrenza, o per riparare all'interna dissoluzione; sempre a scapito dell'individuale libertà. Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime in Roma, non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni od al lusso. Tardi la gente nuova affluente a Roma s'accôrse che una stoffa od un utensile comprati alla bottega costavano meno che non fabbricati da' proprj schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe coadjuvato al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero. Ma la libertà che erasi tolta a' campagnuoli non volle lasciarsi a quella folla d'artigiani; e sotto aspetto di darvi un ordine, furono incatenati ciascuno al loro telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della libera concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità, cui oggi noi crediamo bastare l'accorgimento del privato interesse, si riformarono le corporazioni, costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico; alle principali se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero graduate categoricamente, considerando come privilegio il passare dall'una all'altra. L'imperatore o il Comune o i consociati costituiscono un fondo sociale; e stante che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni uom libero può entrare in una di queste comandite, ne consegue che anche il minimo lavoro acquista prezzo. Ma che? l'associato non può nè vendere nè lasciare il suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio all'industrioso come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno degli sciagurati spedienti, a cui ricorreva l'ingordigia del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole veniva gravata d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di vendita e pedaggio, la collazione auraria, così detta perchè pagavasi in oro, e vi erano obbligati in solido tutti i membri, tenendosi per essa ipotecati tutti i beni stabili della comunità.
Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza, per le quali da noi in continua operosità si rinnova sempre la classe media. La proprietà fondiaria scapitava ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva occasioni, capitali non aveansi che ad esorbitante interesse; talchè l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi sottentrava la miseria.
Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri dell'opulenza e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi popolavano le case de' primarj, tanto che bisognava un nomenclatore per rammentarne il nome. Dall'Italia, da tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla doveva essere il pensiero supremo degl'imperatori, che perciò traevano continuamente grano dalla Sicilia, dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui di là non giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la flotta che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni gabella le navi che afferrassero a Roma cariche di frumento; i principi quanto erano peggiori, tanto più largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e la giustizia[252].
Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta un editto di Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge il massimo prezzo della sussistenza e dei lavori[253]. Le cose necessarie alla vita costano da dieci a venti volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e la scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo il lavoro, un villano od un bracciante poteva appena colla sua giornata procurarsi un cibo grossolano ed insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti della quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce, mentre Vitellio per la sua tavola consumava l'anno censessantacinque milioni. Trajano, nel decreto conservatoci in una famosa tavola, destina un milione e cenquarantaquattromila sesterzj per comprar terre onde nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro ragazze orfani e legittimi, oltre uno ed una illegittimi; assegnando ai maschi sedici sesterzj, e dodici alle femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi il giorno.
Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio: e veramente i provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori per non sentirne le personali malvagità, e giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al traffico i loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi pericolosi monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al deserto, continuavasi la via, battuta fin dai primordj della società, verso i paesi delle spezierie e delle gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi dall'India, ce ne prova la variata qualità[254], attestata pure da un Periplo dell'Eritreo, che si attribuisce ad Arriano.
Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di sè, l'unità tolse via molti ostacoli e le interruzioni cagionate dalle gelosie e dalle guerre delle nazioni; quella direzione uniforme spinse e tutelò il commercio, e ancor più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava senza produrre, che cercava con avidità le delicatezze orientali e quanto stuzzica il lusso ed il capriccio. L'incenso che fumava sui mille altari; gli aromi con cui s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami onde le belle conservavano e riparavano i loro vezzi; le gemme in cui profondevansi interi patrimonj; la seta che reputavasi esuberante lusso per gli uomini fin dopo Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti della Cina, venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le produzioni dell'Eusino e del Caspio; dall'Etiopia profumi, avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro. Delle spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento denari la libbra; in proporzione la mirra, il nardo, il cardamomo, il garofano, la cassia balsamode, il calanco, il mirobalano, il mazir, il carcamo, il gizir, ed altre gomme o legni di cui si componevano gli unguenti.
Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi del Gange e i Seri non bisognosi di cosa che loro manchi: talchè Plinio asserisce che almeno cento milioni di sesterzj (25 milioni di lire) migravano annualmente dall'impero in quelle contrade[255]. Computo impossibile a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita del denaro romano, per cui tornava a paesi lontani quello che erasi portato nei nostri dalle vittorie e dai trionfi. Dovette l'uscita aumentare a proporzione del lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare col fasto orientale la decadenza.
Non che i Romani negligessero affatto il commercio come si dice[256], anzi ne' popoli soggetti lo favorivano di buone ordinanze e di libertà; adottarono la legge marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e ricevettero ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani, vogliosi di tenere aperte le vie per cui tant'oro colava ne' loro paesi. Augusto, acquistato l'Egitto, ch'era lo scalo più frequentato alle produzioni dell'India, tentò nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal porto di Myoshormos sulla costa egizia del golfo Arabico, tracciando una via che altri seguirono[257]. A quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo che rende ragione della gelosia con cui interdissero agli stranieri l'entrata nel mar Rosso.
I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni colla Cina; e Cosma Indicopleuste afferma che i navigatori del golfo Persico passavano fin colà per difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano nei porti dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro stabilite in Germania attestano ancora uno scopo commerciale, sulla destra del Danubio o sulla sinistra del Reno, stando in faccia allo sbocco de' grandi fiumi che dall'interno paese recavano le produzioni naturali, come Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo, Passavia, Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e fragrante; vino e legname la Rezia; schiavi l'Illiria; pelli, armenti, ferro il Norico. La Spagna ci porgeva abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume, zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini squisiti, e cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro, bestiame, lana, panni, tela, liquori, prosciutti. Le isole britanniche ci provvedeano di stagno e piombo. Ricco e variato era il traffico colla Grecia e coll'Asia Minore. E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra, legname; all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande (pag. 133).