Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo commercio fra popoli che avea riuniti, il nobile romano non cessò di credere abjezione il portar le mani alle arti; ancora al tempo di Costantino teneansi infami quei che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici e alle schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e ricchi il mercatare, come cosa pregiudicevole allo Stato. Aggiungi che gli appaltatori delle pubbliche entrate impacciavano la circolazione con continue gabelle e pedaggi; altri compravano dagli imperatori il monopolio d'una o d'altra merce; infine l'industria venne rovinata dalle fabbriche imperiali, che vedremo introdotte.
CAPITOLO XLI.
Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura.
Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura gl'ingegni; le lettere riprosperarono sotto i Flavj, le arti sotto Adriano, la filosofia sotto gli Antonini.
Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire annichilata la letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro di sospetta autenticità (pag. 46), per mezzo secolo non appare scrittore romano. Eppure protezione ed ajuti non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche; ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo Palatino ed al portico d'Ottavia, Tiberio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire nell'incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio[258], forse istituita da Silla. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d'arti e di scienze, Vespasiano collocò una libreria, cui Domiziano arricchì tenendo continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano fu poi trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella di sessantaduemila volumi, che l'imperatore Gordiano III ricevè per testamento da Sereno Sammonico già suo maestro.
Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio di Cesare che conferì la cittadinanza ai medici ed ai professori d'arti liberali. Vespasiano pel primo assegnò sul tesoro ventimila lire l'anno a retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati, letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci metteva in riposo col soldo; e fondò l'Ateneo, che riuniva lettere e scienze. Antonino e Marc'Aurelio propagarono l'insegnamento anche nelle provincie, istituendovi scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La condizione dei maestri variò secondo la bontà e generosità degli imperatori: ma questi per lo più ne lasciarono la scelta e l'esame ai loro pari; ed è probabile che allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito maggiore.
Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; anzi nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi gl'ingegni, come si spegneva lo spirito militare. Diffondeasi, è vero, l'amor del sapere; e non che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna conoscevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla letteratura: ma l'originalità non si svolge per favore de' principi o largizione de' privati. I filosofi si trascinavano sui passi dei vecchi, rimpastandoli in quell'eclettismo che è rivelazione d'impotenza; i letterati o imitavano servilmente, o, se volessero uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano appena la mano a qualche satira o libricciuolo galante: dei giovani che a Roma affollavansi a studio, i più lo facevano per sollazzo o libidine, tanto che per decreto più volte furono rimandati in patria: col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi e ciurmadori.
La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri della decadenza, quali sono le controversie di parole e l'esitanza. Le dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico, secondando la sensualità vulgare con apparato di miracoli e d'arcani, frequenza di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo supplire all'arte di Platone colla scienza d'Aristotele, all'inventiva coll'argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all'esperienza colla rivelazione. Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che i dubbj delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo, e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace sulla morale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti i sistemi ciò che avessero di meglio, interpretando come fatti naturali i mitologici, come simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione, nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, molte volte ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, supponendo dirette comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi facendosi via alla vera scienza.
Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico Sestio, al tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, e fu capo di una setta, che piena di romana vigoria è detta da Seneca, il quale ci conservò di lui questa bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni banda s'ordina in battaglione quadrato, così al savio conviene circondarsi i lati di virtù, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei capi».
Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne goda, ci pare Cajo Musonio Rufo di Bolsena, cavalier romano, involto nella congiura di Pisone, sbandito più volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar l'impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da Giuliano imperatore come un modello di quelle virtù ch'essi pretendeano indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile, un orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto carnale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentar le famiglie; mentre Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea che gli dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani» risponde: — Se tu guardi la morte come un mal maggiore, il tuo voto è da insensato; se come minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?» Con sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate le parole oscene, perchè conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse l'ultimo di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una cattiva, il piacere è passato, e resta la vergogna»[259].
Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. Di questo abbiamo tre libri Dell'ira, che possono raffrontarsi con quel di Plutarco sul soggetto medesimo; una Consolazione ad Elvia madre sua mentr'egli esulava in Corsica, un'altra a Polibio, una a Marcia per la morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere consolatorie. Trattò del perchè male avvenga ai buoni, essendovi la Provvidenza, e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll'opuscolo Della serenità dell'animo, suggerì di rimediare alle irrequietudini coll'applicarsi alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella Brevità della vita. Arieggia ai paradossi stoici il trattato Della costanza del savio, ove contende che questo non può rimaner tocco da ingiurie. Parlando a suo fratello Gallione della vita beata, si scusa delle ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche sulla beatitudine. I tre libri a Nerone Della clemenza, di stile più nobilmente semplice, offrono esempj e precetti di quella che è dovere in tutti, e ne' principi lodasi come virtù perchè rara. Meriterebbe d'esser rifatto il suo discorso Dei benefizj, tanto aggiungendo ed applicando a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene, di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro Lettere sono altrettante dissertazioni su punti morali.