Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità, una gioventù senza libertà nè speranze, che altro cercavano nell'eloquenza se non un nuovo spettacolo? Equato il diritto, concentrata nell'imperatore la cosa pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti dei prudenti, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion della legge, nè a patrocinare provincie o regni o la patria; sicchè i rostri ammutolirono, la curia consumavasi in complimenti, il fôro si esinaniva in anguste applicazioni degli editti. I rétori, gente digiuna della filosofia, delle leggi, della società, si proponeano d'annestare al pesante ed anfanato ingegno de' Romani l'infantile e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare, d'improvvisare, di disputare, di avviluppare con argomenti capziosi; sofisticavano i classici sulla erudizione o sulla verità; della filologia faceano un giuoco di sottigliezze; della storia un'accozzaglia di particolarità, entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra ai tiranni; della logica una schermaglia d'argomentazioni onde mutare il falso in vero; della morale una ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata fuor della pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza in esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario avvezzavano i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo, alla declamazione a vuoto, a concinnare ben sonanti blandizie ai Cesari qualvolta questi si degnassero consultare il senato sopra ciò che avevano già deliberato.
Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile codice di convenevoli. Allorchè (così insegnavasi) l'oratore si presenta alla tribuna, potrà fregarsi la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le dita, e coi sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le braccia alcun che disgiunte dal torso; ed esordendo, sporga un poco la destra mano dal seno, però senza arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii con artifiziosa negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza laddove sentesi più sicuro della sua memoria. Non ricolga il fiato a mezzo della proposizione, non muti gesto che ogni tre parole, non cacci le dita nel naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti, se pure non sia per reale sfinimento; nè si soffermi dopo pronunziato una frase efficace, chè non sembri attendere i battimani. Verso il fine poi si lasci cadere scompigliata la toga, gran segno di passione.
Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra loro se o no convenga tergere il sudore e scarmigliarsi. Essi vi diranno come convenga vestire per essere uomo eloquente: la tunica dia poc'oltre il ginocchio davanti, e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da donna, più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il capo e le gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere la toga al braccio manco; da affettato il gettarne il lembo sulla spalla diritta; da zerbino il declamare colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare appuntino ogni gradazione[280], e qual s'addica a ciascun sentimento.
Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana per emulare Gracco e Cicerone! Talmente è antico stile nei cattivi governi, non d'abolire il sapere, ma di soffocarlo tra futilità e regole indeclinabili! Quintiliano stesso racconta di Porcio Latrone, insigne professore, che chiamato ad arringare ad un'assemblea vera in piena aria, restò sbigottito, e implorò che l'udienza si trasportasse in un palazzo vicino, non potendo sopportare il cielo, egli abituato alla soffitta. Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante sue cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza, un sincero gli rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite il senato».
Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà e al supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger cause ed occasioni d'arringhe, i retori proponevano temi bizzarri e stravaganti, privi di convincimento e di moralità. Le suasorie volgeansi sul lodare la virtù, l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile prova, o talora di sofistica finezza: le controversie discuteano di varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi in trattate, ove il retore dava soggetto e traccia, e colorate, dove l'alunno da sè trovava e l'orditura e la materia, poi compostele e dal maestro corrette, se le metteva a mente e le recitava alle pazienti assemblee.
Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a smettere la dittatura[281], Annibale a non impigrirsi in Capua, Cesare a stender la mano a Pompeo acciocchè Roma opponga ai Barbari i due più grandi generali; se Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a tal condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto a quistioni più attuali, ed ove dalla giurisperizia sia puntellata l'eloquenza. Una incestuosa precipitata dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta, campa la vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di non sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna, parte e le fa credere d'esser morto; ond'ella balza dalla finestra; ma guarita e scoperto l'inganno, il padre di lei dimanda il divorzio; essa non vuole: uno patrocini il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie fanciulli esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce: accusatelo e difendetelo. — Uno che in battaglia perdè le braccia, sorprendendo la moglie in adulterio, ordina al figlio d'uccidere il complice; quegli non obbedisce e fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno sale ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi uccide il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di esso, e gli lascia in petto la spada; il tiranno, tornato e visto il caso, cacciasi in seno la spada stessa: l'uccisore del figliuolo domanda il premio come tirannicida. — Essendo sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali dell'altro; il padre consente; uno è sventrato, l'altro guarito; ma la madre accusa il consorte d'infanticidio; gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè gli occhi nel piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla moglie, questa al figliuolo, che appiccossi: il padre riebbe gli occhi, ripudiò la moglie, la quale si appella d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della propria figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non la restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun tempo gliela chiede, e, avutone rifiuto, s'appicca: vien denunziato l'amico come causa di tal morte. — Uno accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito, comincia ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il magistrato lo manda al supplizio come confesso: ma è accusato d'omicidio. — Un povero ed un ricco erano amici; muore il ricco, chiamando erede universale un altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto questo a lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento del povero, e si trova lo avea costituito erede di tutti i suoi beni; onde questo domanda tutta l'eredità; l'erede scritto non vuol dare se non tanto quant'è il possesso del povero. — È legge (inventata da questi pedanti) che a chi batte il padre, si tronchino le mani: un tiranno ordina a due figliuoli di maltrattare il padre; il primo, per non farlo, si precipita dalla rôcca; l'altro, spinto dalla necessità, oltraggia il genitore ed incorre nella pena decretata; però chiamato in giudizio perchè gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende: arringate per lui e contro di lui. — Un'altra legge del codice stesso lascia alla fanciulla violentata la scelta fra voler morto il rapitore, o sposarlo senza recargli dote; qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja, l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra legge infligge al calunniatore la pena sofferta dal calunniato; un ricco e un povero, nemici capitali, aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto generale, il povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano i figli del povero; questo esibisce sè solo alla pena: per chi sentenziate?
In tali bizzarrie[282] pervertivasi il gusto e si forviava l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli dalla vita comune e dall'abituale forza delle umane passioni, per avvezzarli al cavillo e all'esorbitanza. A dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole i garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono, non odono nulla di ciò che comunemente suol accadere, ma solo corsali che stanno incatenati sul lido, tiranni che comandano ai figli di troncare il capo ai genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare tre o più vergini»[283].
Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica; e se non bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano difficoltà d'arte, prefiggendo, per esempio, il vocabolo con cui cominciare o finire il periodo; poi tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità.
Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione di lui era il vedersi prescelto a stendere un panegirico all'imperatore; se pure non si mettesse a quella lucrosa e sanguinolenta eloquenza, che, conservando l'antico costume quando tutto era così mutato, ordiva invettive sul tono con cui Tullio investiva Catilina e Marc'Antonio, esagerava gli orrori dell'alto tradimento, tirava alla peggiore interpretazione i fatti e i detti più semplici, e facea condannare Cremuzio, Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone, Vespasiano.
Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano a far guerra a questa eloquenza, ancella della calunnia: Plinio tonò contro i delatori; Giovenale flagellava i retori; Tacito, fra le cause dell'eloquenza corrotta, adombrava anche questa; e la combattè pure Marco Fabio Quintiliano (42-120?), il primo che desse lezioni a pubbliche spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati a succedergli; e sotto gli auspizj di questo dio, come esso lo chiama, scrisse le Istituzioni, dirette a formare un oratore. Piace, al petulante greculo o al venale grammatico opporre l'immagine d'un maestro che conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la gioventù sceglie fra il piacere e il dovere, l'avviarla co' migliori precetti, coi più belli esempj, e questi poter tutti dedurre dalla storia nazionale; e alle sante credenze, alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore e del guadagno, all'amor della gloria, al frugale disinteresse poter soggiungere i nomi degli Scipioni, dei Fabj, degli Scevola, dei Catoni, patres nostri. Vide Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo in favore come maestro del principe, avea messo in disistima lo stile sincero degli antichi per accreditare quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza riposo, con cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era allora il solo autore che fosse in mano de' giovani, ed io non poteva soffrire ch'e' fosse anteposto ai migliori, cui egli non cessava di biasimare, perchè disperava di piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi di ritrarne quelli che gli era possibile; e vantandosi di parlare come Seneca, veniva con ciò ad infamarlo. Per verità egli fu uomo di molte e grandi virtù, d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da quelli a cui commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti vi si trovano, e assai moralità: ma lo stile n'è comunemente guasto, e più pericoloso perchè i difetti ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse curato, se non fosse stato troppo cupido di gloria, se troppo non avesse amato ogni cosa propria, nè co' raffinati concetti snervato i gravi e nobili sentimenti, avrebbe l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de' ragazzi. Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse, degno era certo di voler sempre il meglio»[284].