Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non dà ferita senza medicamento, al modo de' giudizj officiosi; e spinge la cautela fino a non lasciarti ben comprendere s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che egli affaticossi di richiamare verso i classici, e far preferire la nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al parlar per figure[285]. Pure, nel concetto di lui, eloquente significava poc'altro che buon declamatore: diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato a Roma dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la sublime destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o paventa, e si trastulla in guardarla siccome un'arte ingegnosa e difficile, che s'acquista coll'unire alla naturale disposizione lo studio e la probità, e saper lodare anche i tempi infelicissimi.

E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse uno stile ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza e l'affettazione che guastano il dritto ragionamento[286], all'opera sua occupò poco meglio di due anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva poi rifarvisi sopra dopo raffreddato il primo ardore della composizione[287], ma le reiterate istanze del librajo lo distolsero dal prudente proposito. Questa confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi ammiratori, i quali non solo in Quintiliano vedono tutt'oro, ma pretendono infallibili canoni di gusto quei ch'egli medesimo confessa non abbastanza meditati.

Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per venderle lontano[288]: ma come egli stesso si fosse lasciato guastare da quei temi artifiziosi, dove il sentimento si esagerava, e badavasi all'effetto e all'arte, non all'espressione più sincera dell'affetto, appare fin nel passo più eloquente del suo libro, quello ove deplora la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli già grandicelli[289].

Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava questo esercitarsi sopra tesi simulate; con opportuna censura reprimeva il giovanile rigoglio, e col leggere i migliori autori, cosa omai disusata, e col moderare l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a reputare perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè sdrucciolano talora, o soccombono al peso, o s'abbandonano al proprio talento, o si trovano stanchi; sommi ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se in un trattato de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che un'esercitazione di moralità triviale, veniva a grande uopo allora, quando spie ed accusatori valevansi dell'eloquenza per sollecitare o giustificare la crudeltà dei regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto il nesso fra la controversia nella scuola e il litigio nel fôro, ed accennato almen quel tanto che poteva, egli stipendiato da un brutale imperatore.

Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone numida, giudicato da alcuni neppur secondo a Cicerone[290], e superiore a tutti gli antichi per gravità d'espressione, ma che per reggersi in credito avea bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i frammenti. Sostenne magistrature primarie, e se vogliam credere al ritratto ch'egli fa di se stesso in una di quelle congiunture in cui pare che l'affetto non sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù di diventare maestro di Marc'Aurelio[291], e di conservarsegli amico anche dopo imperatore. Dalle loro lettere, lasciando che altri vi cerchi pedagogici avvertimenti, noi caveremo particolarità sull'Italia nostra. — Visitammo (scrive in una) Anagni; poca cosa oggi, ma contiene gran numero d'anticaglie, principalmente monumenti sacri e ricordi religiosi. Non v'è angolo che non abbia un santuario, una cappella, un tempio; v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo sui due lati della porta, Flamine, prendi il samento. Chiesi a un natìo che volesse dire questa parola; e mi rispose che in lingua ernica dinota un pezzo di pelle della vittima, che il flamine si mette sul berretto quando entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante più freddo, o più caldo, o procelloso. La prima metà della notte è dolce, come una notte a Laurento; al cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio; verso l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come a Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi come il sole declina nell'oceano, il cielo s'addolcisce e si respira come a Tivoli: questa temperatura si sostiene la sera e le prime ore mentre la notte si precipita dai cieli».

Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente di gotta, apriva sua casa ai letterati, che egli adopravasi di revocare dalle ampolle e dal neologismo verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera difficilissima giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro che credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto medesimo, come Seneca, come Lucano che i sette primi versi trascina in dire di voler cantare le più che civili guerre; domanda che l'autore sia ardito senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose, cura che di necessità deve condurre all'affettazione[292]. Troppo anch'egli seconda il suo secolo allorquando suggerisce di dire e fare secondo al popolo piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al gusto[293]. Forse per indulgenza a questo piacevasi tanto nel rintracciare immagini, e le raccomandava a Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia d'esser riuscito a trovarne dieci[294]. Ma allorchè questi diceva, — Quando parlai ingegnosamente, mi compiaccio di me stesso», e' gli replicava: — Più parlerai da galantuomo, più parlerai da cesare».

Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è Cajo Plinio Cecilio comasco (61-115), nipote di Plinio naturalista, del quale ereditò le sostanze e la passione per gli studj. Giovinetto fu educato da Virginio Rufo, insigne romano che preferì all'impero del mondo la quiete decorosa. Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù, nella scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici anni patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente, talvolta discorrendo fin sette ore di seguito, senza che la folla si diradasse. Eucrate filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto, austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all'umanità, incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia, e gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è far regnare tra gli uomini la pace e la giustizia.

Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi in quest'uomo, appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del regno delle spie e de' carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore di Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar le liti, tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de' cavalieri, curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all'erario di Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto console l'anno 100, recitò il panegirico a Trajano imperatore, ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egli, come solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano più le parti ove minore studio aveva adoperato: di ciò stupivasi egli, senza arrivar a comprendere quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel suo discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, compassate, è un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice di pensare e d'esprimere, per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno, con pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. Agli inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, mentre in realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a lungo intorno alla stessa.

Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca di lodi buttate in faccia a un vivo e potente: ma anche senza di ciò Trajano era tal imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità; e un console, un augure davanti al popolo poteva usare altro che adulazioni, quali converrebbero a schiavo verso un tiranno. Trajano serbò amicizia per Plinio, anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che gli diresse mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione de' migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime conserviamo di Plinio stesso[295]: a troppo gran pezza dalla cara ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella vita, massime letteraria, d'allora.

Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato, onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico, e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto, bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un quarto della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte console, generale dell'armi romane, vincitore di Giulio Vindice, ricusò l'impero del mondo, preferendo la quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese. In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie, andava ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire dirà che noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano l'età stessa, egual grado, egual rinomanza, dirassi, e a tante cause d'emulazione la loro amicizia resistette. E come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a te: ma venire dopo te è per me una preminenza»[296].