Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l'ordine e la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella regolare occupazione, quella serenità d'uomo che si accosta al sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri: alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere, ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in latino poesie piene di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere, raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, ed accoglie gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con argenterie massiccie che rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, del campo, il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista, l'udito, la vivacità, la facile parola.
Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti giovani, la cui principale passione era quella dell'istruirsi, esercitava nell'eloquenza, e ajutava ne' primi passi verso gl'impieghi; dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella di Rustico Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato a meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, reduce nella Spagna; alla nutrice diede un terreno che valeva centomila sesterzj, e gliel faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di quella che da me li tiene». Corellio avea sollecitato i primi impieghi per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: — Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti su Plinio»; e Plinio ne prese la difesa in una causa. Sottentrò a tutti i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma quando Domiziano proscrisse i filosofi[297]. Molti servi affrancò, agli altri permise di far testamento; per gli abitanti di Tiferno, ove sua madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto tracce di sua munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia, riparò Crisopoli (Scutari), a Libina rialzò la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside, ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro; un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel tempio di Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, venuti al meno; fondò una biblioteca presso le terme; ed altri benefizj, la cui lode sarebbe anche maggiore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se non meritiamo che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi»[298].
Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò contro i delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora Plinio badò meno all'eleganza che alla forza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva di continuo l'arringa di Demostene contro Midia[299]: eppure, potenza del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa improntata d'infamia dall'avarizia e dalla ricchezza del sordido vecchio. Avea dunque ragione Giunio Maurico allorchè, alla tavola di Nerva rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore del regno precedente, e domandando l'imperatore che ne sarebbe se fosse ancor vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena con noi».
Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura; il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa che v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei platani opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel canale protetto d'ombre ospitali, dov'esso veniva a cercar riposo dall'assordante operosità di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi popolati di cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, ma anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere più ville su quel lago, ed una intitolò Commedia perchè dimessamente situata, quali gli attori comici sul socco, mentre l'altra elevavasi come i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia: e quella è lambita dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti per l'inverno e per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana intermittente[300], che cascava romoreggiando in una sala decorata di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli raccontava le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle onde e seco traendolo. E questa miserevole disperazione al filosofo parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea Peto[301].
Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette miglia da Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d'eterna primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che a mezzo il dì. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie sempre verdi, boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere, arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la camera da letto, vicino all'incessante mormorio d'una fontana: poco lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide pareti adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d'acqua, e l'inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel bagno a sole aperto, un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben collocate da evitare il sole dall'una all'altra[302]. E le cerchiate di platani connessi dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali orlati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e il tempietto di marmo, e le statue, i mobili, i libri, i cavalli, gli argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere un privato, che non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione di Tullio e d'Orazio.
Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di spirito grave e dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi esempj. Forse egli, come molti oratori, credeva necessario l'esercizio poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi oratori siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per interessi rilevanti, per vittorie serie. L'armi nostre devono brillare e colpire al tempo stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo, non la brunitura dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza lattea, che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità». E nitidezza avea sempre Plinio, non sempre forza. Giornalista officioso della letteratura di quel tempo, egli c'informa della futilità di quelle consorterie, che invitate come si trattasse d'aprire un testamento, si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè, non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un codice nuovo erasi combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il lettore dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. A che con letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le orecchie benigne? Più o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il leggente presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; abbia disposto un complimento, una scusa: — Sta mane fui pregato di arringare in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai piaceri, gli amici a me stesso»[303].
L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno schiavo[304]. Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione che produce sugli uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d'averli nojati, e aspettando che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi artatamente in categorie. Nell'una il triviale Bene! benissimo! stupendo! nell'altra si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo.
Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il poeta non dimenticherà un complimento pel giornalista, e dirà Unus Plinius est mihi; e Plinio giornalista domani pubblicherà: Mai non ho sentita meglio l'eccellenza de' tuoi versi».
Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io son persuaso negli studj, come nella vita, nulla convenga all'umanità meglio che il mescolare il giocoso col serio, per paura che l'uno degeneri in malinconia e l'altro in impertinenza. Per questa ragione, dopo travagliato intorno alle più importanti cose, io passo il mio tempo in qualche bagattella. E per far queste comparire ho pigliato tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle a mensa: scelsi però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una mattina vennero alcuni a pregarmi di difendere una causa, allorchè io men vi pensava: pigliai l'occasione di fare agl'invitati un piccolo complimento, e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli chiamati in piccol numero per assistere alla lettura d'un'opera, io l'interrompeva come poco importante, per correre al fôro, dove altri amici m'invitavano. Gli assicurai ch'io osservava il medesimo ordine ne' miei componimenti, che davo sempre la preferenza agli affari sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei amici sopra me stesso. Del resto l'opera, di cui ho fatta loro parte, è tutta varia non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E così, diffidente come sono del mio ingegno, soglio premunirmi contro la noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori; nondimeno, benchè gli altri saltino o cancellino molti passi, io niente salto e niente cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; il che non possono far coloro che non leggono se non alcuni squarci più forbiti. Ed in ciò danno forse a credere agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia nell'amicizia de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare, perchè non si abbia tema di nojar coloro che sono amati. Oltreciò, qual obbligo abbiamo a' nostri amici, se non vengono ad ascoltarci che per loro divertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima perfezione, che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest'opera, mentre ch'ella è nuova. Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una buona parte: quanti luoghi o sieno stati perfezionati, o, come spesse volte succede, a forza di ripassarli sien fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi. Quando la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme mutato tutto il rimanente, benchè non sia»[305].
L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un poema Calpurnio Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie leggeri Sentio Augurino, Virginio Romano una commedia, Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi, altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam avuto poeti in buon dato. In tutto aprile quasi non è passato giorno, in cui taluno non abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo che oggidì le scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età procurino darsi a conoscere: quantunque a stento gli uditori si raccolgano; la maggior parte stanno in panciolle nelle piazze, e s'informano di tempo in tempo se chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione, o letta la maggior parte del libro; allora finalmente giù giù vengono allo scanno assegnato; nè però vi si trattengono tanto che la lettura si finisca, ma molto prima svignano, chi con finta cagione ed occultamente, e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno mentre andava passeggiando pel palazzo, sentendo acclamazioni, ed avendo inteso che Novaziano recitava non so qual volume, subito ed alla sprovveduta entrò nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche faccende che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; e poi o non vi va, o andandoci, si lamenta d'aver perduto il giorno, perchè egli non l'ha perduto. Tanto più degni di lode sono coloro che non rimangono di scrivere per la dappocaggine o superbia di questi tali»[306].