Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per ascoltare, potevasi egli attender nulla di virile e d'efficace? Nessuno leggeva allora libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non restava la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta società poteva, come oggi, comprare tante copie d'un libro, che l'autore ne ritraesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore teneva servi apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli dagl'imperatori nelle biblioteche o al bagno: laonde lo scrittore, mentre insuperbivasi di esser letto ovunque arrivassero governatori o comandanti romani, si trovava costretto a mendicare il pane e le sportule da un patrono, dall'economo di un mecenate, o dal distributore de' pubblici donativi[307]. E come conseguirli altrimenti che lodando? e come lodar dei mostri padroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il segnalarsi eccitava la gelosia degli imperatori, si trovò più comoda, più utile l'adulazione, e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio blandisce non solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo e Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio; Quintiliano retore, la santità di Domiziano, e, ciò che al suo gusto dovea costare ancor più, il talento di esso nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra i poeti, ringraziandolo della divina protezione che concede agli studj, e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno di credersi più savj dell'imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e gli par troppo poco il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli che ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il cavalleresco Caligola. Plinio giuniore non sa che adulare Trajano; Plinio maggiore adula Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare Nerone alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti, tutto distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui colla debolezza dell'universo, onde ispirargli la compassione per via dell'orgoglio.
D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni plaga del mondo a Roma per godere le munificenze, a cotesti liberti traforatisi nel senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze restavano di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare i padroni del mondo.
Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare la poesia! la quale, come le altre cose romane, sviluppatasi non per ispirazione, ma per l'imitazione de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che, gettato dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria grande; casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a spalle scarne. Sopita sotto i primi cesari, sotto Nerone si ridesta col furore d'una moda; dotti e indotti, giovani e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno versi; versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano di una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o col patrocinio o coi pranzi o colle sportule; a Napoli, ad Alba, in Roma sono istituiti concorsi annui o quinquennali, e basta che i versi vadano giusti della misura per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei d'Orazio e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento delle bellezze ingenue, eminente in questi; e l'esagerazione delle idee traeva da quella giusta misura, di cui essi erano immortali modelli.
Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai diciannove, che, nelle gare letterarie della sua patria, non fosse coronato; poi riportò palme nemee e pitie ed istmiche[308]; laonde i grandi lo chiamarono dalla scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con versi per tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire alle mani i fautori di Vitellio con quei di Vespasiano, e andare in fiamme il Campidoglio, esultò d'occasione sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi contemporanei fu ammirato che la rapidità della composizione di quel suo poema eguagliasse la rapidità delle fiamme.
Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio (61-96). V'è nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la moglie[309], all'altro il cane o il papagallo?[310] Stazio ha in pronto l'ispirazione. Un ricco va superbo di bellissima villa; un altro, d'un albero prediletto; l'etrusco Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino quella villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie di doviziosi, che pur jeri ascero dall'ergastolo ai palazzi. Non v'è accidente così frivolo, per cui non scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno il mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia; Fauni e Najadi terranno in cura il platano di Atedio Miliore. Corrono i Saturnali? Stazio ridurrà in versi il catalogo di tutti i bellarii che ricambiaronsi gli amici, e di quelli che a gara profusero a Domiziano, loro padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso da una tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio propose che il senato ne portasse solenni condoglianze all'imperatore; e il poeta nostro ne canta i meriti, e col popolo e col senato compiange il mondo d'aver perduto la fiera imperiale[311]. Ecco per quali modi Stazio meritava corone di pino nei giuochi, oro da Cesare, applausi alla recita. Non usciva egli mai che nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi[312].
Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce ogni cosa, invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il segno degli applausi, li rattizza se languiscano; mentre il poeta tira qualche fiacco suono dalle poche corde che la tirannide lasciò sulla cetra romana.
E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso? l'imperiale aggradimento e l'alto onore di baciare il ginocchio del Giove terrestre: ma se vorrà saziar la fame, converrà venda una sua tragedia al comico Paride, poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel che non san dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio a segno, che non s'appaga delle Selve de' suoi componimenti, ma vuoi compaginare un poema, anzi due. E vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento versi l'uno, quanti ne conta la sua Tebaide, fatto l'introduzione all'altro poema dell' Achilleide, ove intendeva forse presentarci compito quel Pelìde che in Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del Mosè di Michelangelo.
A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì anche talvolta dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con semplicità e vigore: ma al sorreggerli sino al fine gli nuoce la facilità, per la quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella in ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza d'un ingegno, bello senza dubbio e colto, ma sacrificato ai vizj del suo tempo, e alla sciagurata abitudine del contentarsi il pubblico di cose improvvisate, l'autore degli applausi del pubblico.
Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima fu l'iscrizione che poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle tombe degli Scipioni, di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, riflessioni commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d'ogni tempo; ma il più fecondo e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale (40-103). Da Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, distribuiti in quindici libri, sono fetide adulazioni al tonante Romano, e variate guise di chiedergli denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per la sua villa[313]; riducendosi alla condizione di abjetto parasita, e rinnegando sempre quella dignità morale, che sola decora i begli ingegni. Giove è posposto a Domiziano perpetuamente, quasi l'iddio fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco l'essergli paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso, che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo ed ogni avere degli Dei, non potrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta Domiziano a salire tardi alla netterea bevanda; che se Giove vuol bearsi di sua compagnia, venga al convito di lui[314].
Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero alla povertà di Marziale, il quale, colla veste rifinita e carico di debiti, va accattando qualche lira e vende i regali per satollarsi di pane, e fa versi su tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad assaggiarne alcuna[315]. E in tali angustie sostenere il peso della fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre onorario, cioè senza nè militare, nè esser censito, nè avere tre figliuoli! Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene che Domiziano faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso, lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato buono sotto un principe ribaldo[316], e faccia Giove meravigliarsi delle disastrose delizie e del grave lusso del re superbo[317].