Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi[318], vengono dal medesimo bisogno di adulare; d'adulare non un uomo solo, ma i pravi costumi di tutta la città; e quand'anche egli volge in altrui l'arzillo epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro allora non potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far arrossire.

Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di gustare la vita domestica, e di comprendere che la felicità non consiste nell'oro e nello splendore. — Sai tu quali cose rendono beato? Una sostanza acquistata senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente, naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, conformi amici, facile convito, mensa senz'arte, notte non ubriaca ma scarca di pensieri, talamo non disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi le notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè temere nè bramare l'ultimo giorno»[319].

Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi migliori, quale povertà accusa di poesia in quella enumerazione fredda senza immagini! Egli stesso diceva de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai del male»[320]; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano quanto si passioni per l'autore chi invecchiò nel trovargli meriti che non aveva[321]. Nè in Marziale si riscontra mai sentimento profondo; e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo più va corretta ed espressiva, quanto poteasi là dove ogni spontanea ispirazione era sbandita dalla paura di spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi protettori.

Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto come d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più usuali a' suoi coetanei, il farsi pallidi riflessi degli scrittori del secolo d'Augusto. Nella baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e innesta felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello idioma della dischiusa città; ed estendendosi alla vita reale e a tutto il mondo romano, ci porge preziose indicazioni sui tempi, sui caratteri, sulle usanze.

Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano (38-65), ed ebbe tutte le fortune desiderabili; nipote di quei Seneca che davano il tono alla società letteraria, allievo di que' grammatici e retori che pervertivano la felice disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava a comporre ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, fomentandone la lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, ed esponendolo a quelle pubbliche recite, ove, recando noja, si buscavano applausi. Nerone suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, legato, augure; ma Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò competere coll'imperatore e vincerlo: Nerone gli proibì di più leggere in assemblea, e il poeta indispettito tenne mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso, denunziò gli amici e la madre; ma invano colla viltà tentato conservare la vita, la lasciò eroicamente (pag. 112).

Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali codardie e dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel suo gabinetto, poteva comporre originale: e di fatto egli ritrae del suo tempo più di quegli altri imitatori, ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo sfiancamento delle credenze.

Chi attribuisce l'inferiorità della Farsaglia all'avere scelto un soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza della poesia, trae storte deduzioni da arbitrarj principj. Buon soggetto d'epopea sono le guerre tra nazioni forestiere, mentre le lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioni di Stati convengono meglio alla rappresentazione drammatica. In Lucano non ci è presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti troppo vicini e somiglianti; sicchè i fatti non han più una distinzione abbastanza evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una lotta più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela nella storia universale, come quella dei Greci contro gli Asiatici, de' Cristiani contro i Turchi, dei Portoghesi contro gl'Indiani: e qui pure difetta Lucano, poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui cantata, è lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno o l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. Il che viepiù risulta dacchè Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualità viva, per cui tutte le azioni esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza, alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere che una battaglia avrebbe potuto ristabilire l'antica repubblica, cioè rassodare la tirannide dei patrizj sopra la plebe. Qual eroe di poema cotesto Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima guerra, ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato? Cesare, forse il più grande dei Romani, insignemente poetico per l'infaticabile ardimento e per la popolarità, è da Lucano svisato; e per rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale nel dubbio s'appiglia sempre alla via più atroce[322], ricorre a particolari insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda; spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli i cadaveri accumulati sul campo, e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur un'altura per meglio godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può far con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? e di Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo careggia il poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone?

Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce le grandi contese coll'arrestarsi attorno ad accidenti momentanei; come nelle gazzette, tu vi ritrovi esaltate le piccole cose, non capite o vilipese le maggiori, trattenuta l'attenzione su particolarità inconcludenti, e sviata da ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo colle mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra cui ondeggia la natura umana, ma inflessibili virtù o mostruose tirannie. Quasi non basti l'orrore d'una guerra più che civile, devono vedersi le serpi andare in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie, stranamente micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i morti resteranno in piedi tra le file serrate, piaghe apriransi come l'antro della Pitia, il grido dei combattenti tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori, moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio: e per verità in queste soltanto si mostra poeta; ma scarso di giudizio e di gusto, al difetto di varietà vorrebbe supplire coll'erudizione, all'entusiasmo e alla dignità colla ostentazione di massime stoiche, al sentimento della natura morale colle particolarità della materiale. Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato o incomprensibile: uniforme il color negro, talora esercitato sopra particolarità schifose, sopra analisi di cadaveri in decomposizione, sopra una maga che stacca un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, e ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un nervo che non si vuol rompere[323]. Il verso, talora magnifico, più spesso va duro e contorto: soverchie le particolarità, dalle quali se egli mai si solleva al grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi di noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di libertà, alla franchezza stizzosa delle parole? ma se ti addentri, non vi trovi nulla meglio di quel che tutti i Romani colti d'allora provavano, aborrire le guerre civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica repubblica, non per intelligenza delle istituzioni sue, ma perchè come esercizj di scuola i pedanti proponevano gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai futuri ministri di Nerone e Domiziano.

Era frutto naturale delle costoro discipline un poema dove o si vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure della patria, o s'imprecasse alle discordie cittadine, osservate nel loro aspetto più superficiale, l'uccidersi cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare le intempestive virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e preporre il giudizio di lui alla decisione degli Dei[324]. E agli Dei, cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire un'azione in quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò un soprannaturale del genere più infelice: ed ora la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover Cesare dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per cavarne oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi naturali; e mentre s'impugna la provvidenza[325], adorare la fatalità, che esclude e la rassegnazione e la speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli umani avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione e il nulla. È conseguente se preconizza la morte come un bene che dovrebbe concedersi solo ai virtuosi[326], un bene perchè assopisce la parte intelligente dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma nell'oblivioso Lete[327].

Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte gli tolse di dar l'ultima mano. Ma la lima avrebbe potuto mutare il generale concetto? dargli i dolci lampi d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e pari sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua epica che Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu da Lucano pervertita, come la prosastica da Seneca; ciò che il primo avea detto con limpida purità, egli contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la frase è a scapito del pensiero, l'idea è sagrificata alla immagine, il buon senso all'armonia del verso.