Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio dotato che Virgilio: ma questo ebbe l'accorgimento di gettarsi su tradizioni non discusse e care ugualmente a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma più Roma ancora che i suoi padroni; Lucano, rassegnato ad obbedire a Nerone, esaltava uno che non era l'uom del popolo, e che al più destava simpatie patrizie. Virgilio fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni, che guastano colle censure e colla lode. Virgilio covò nel segreto l'opera propria, e tanto ne diffidava, che morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano, ebbro degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se stesso che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone, sarebbero letti in perpetuo[328], e morendo li declamava, quasi per confermare a se stesso che, chi gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano sarà il precursore di quella poesia satanica, che vantasi invenzione del secol nostro, nudrita di sgomenti e di disperazione, di tutto ciò che spaventa o desola, e che compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima, dell'intelligenza, della società per istillarvi il veleno della beffa e della disperazione.

E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono pure dell'età nostra, e perdettero e perderanno altri eletti ingegni.

Nè più che qualche lode di stile concederemo ad altri epici, i quali, sprovvisti del genio che sa e inventare e ordinare, sceglievano i soggetti non per impulso di sentimento, ma per reminiscenza e per erudizione, e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi dell'entusiasmo a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi non ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema, tu trovi negli Argonauti (111) di Cajo Valerio Flacco padovano, nulla di ciò che vuolsi ad un poema bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse drammatico, non la rivelazione del grande scopo di quell'impresa, degna al certo d'occupare una società forbita e positiva. Non lascia sfuggire occasione di digressioni; accumula particolarità di viaggi, d'astronomia; con erudizione mitologica portentosa sa dire appuntino qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna città od uomo, quanti leoni figurino nella storia d'Ercole, in qual grado di parentela stia ogni eroe coi numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa creder tutto, nè la critica degli avanzati che investiga il senso recondito. Anche nello stile barcolla fra le reminiscenze de' libri e l'abbandono famigliare, che però non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del greco Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante quando se ne stacca[329].

Più accortamente Cajo Silio Italico (25-95), di Roma o d'Italica in Ispagna, scelse a soggetto la Guerra punica; ma sfornito d'immaginazione, farcisce in versi ciò che da Polibio fu narrato sì bene, e da Livio in una prosa senza paragone più ricca di poesia che non l'epopea di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili che per nulla rompono il gelo perpetuo, mal compensato dall'accuratezza di alcune descrizioni. Conosceva a fondo i migliori; di Cicerone e di Virgilio era tanto appassionato, che comprò due ville appartenute ad essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore di Enea: ma il suo era culto di divinità morte, e sacrificava la propria intelligenza per pigiarla in emistichj tolti ai classici, faceva nascere i pensieri a misura delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì la languida vanità di quell'opera[330], la quale non ha tampoco i difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei, e che da alcuni sono scambiati per bellezze. Plinio Cecilio, amico e lodator suo, confessa che scribebat carmina majore cura quam ingenio, e che acquistò grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense con una vita virtuosa, e tornò in buona fama. Console tre volte, proconsole in Asia sotto Vespasiano, colle mani monde di latrocinj ritirossi in Campania, comprando libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo: ma preso da malattia incurabile, si lasciò morire, come allora parea virtù.

Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto, le sillabe, i piedi e i metri, con tutto l'ingegno e l'eloquenza di cui sì ritrosa materia poteva essere suscettibile; e giovò a farci conoscere la prosodia latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa man mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico di Seneca, cantò l' Eruzione dell'Etna. Conosciamo sol di nome i lirici Cesio Basso, Aulo Settimio Severo, Vestrizio Spurina; e forse sono di quell'età i distici morali ( Disticha de moribus ad filium ) di Dionisio Catone, che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe danno a Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i bucolici latini, ma ad immensa distanza da Virgilio; non come questo introduce pastori ideali, sibbene veri mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi, cui imita fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, ove un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti che vi ha veduti nell'anfiteatro.

Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei passi sublimi o patetici, che accelerano il battito del cuore, o dilatano il volo dell'immaginazione; qualche giusta e viva pittura di caratteri e di situazioni reali della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia di sentimenti vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma esalano in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro al progresso d'una passione; pongono l'arte nel voltare e rivoltare l'idea sotto tutti gli aspetti ond'è capace, vincere le difficoltà descrivendo ciò che non n'ha bisogno; e dove la parola propria o qualche calzante epiteto basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano l'effetto dell'immaginazione, e tolgono il bello col mostrare d'andarne in caccia.

Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica, portati all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino Adriano scesero nell'arena; Comodo assaliva colla spada gladiatori armati di legno; si vollero atleti che si colpissero alla cieca; Domiziano fece lottare nani e donne; sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi eserciti, ed una navale da Elagabalo in canali ripieni di vino. Di mezzo a questi sanguinosi clamori poteva prosperare l'arte drammatica? Meglio fu favorita la pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i fulmini della parola.

Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di quel che appunto costituisce il dramma, cioè l'azione, la vita animata, corrono sotto il nome di Seneca: ma sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione senza giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e morire la vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica; eppure vi spruzzolano le empietà di moda, proclamando che tutto finisce colla morte[331]. Passione falsa, contraddittoria, sempre esagerata e nel bene e nel male; preferita la dipintura del furore, i caratteri atroci, i colori strillanti alla tranquilla armonia de' quadri e al graduale procedere delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore deve restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le donne medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, amor materiale, tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!»

Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in quelle tragedie non sono nè concatenate le scene, nè variati i caratteri, nè giustificate le situazioni; bensì tragicamente coloriti i racconti, e sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque ivi si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne d'imitazione a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. Forse da esse venne alle moderne tragedie quell'aria di declamazione che tanto le slontana dai greci modelli, e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali dappoi sembrarono bellezze[332].

Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come nella lirica; non la magnifica esposizione, come nell'epopea; ma un'idea generale del bene, applicata argutamente a particolarità moderne, costituisce la satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, che dietro di sè aveano un'età, popolarmente dipinta come sobria e pudica; sicchè viepiù risaltava il disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale.