Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi volesse mettere in vista quelle genti rozze ma integre, che sovrastavano minacciose alla depravata civiltà dell'impero. Poche pagine, eppure è uno dei lavori più importanti dell'antichità, ed incomparabile modello dell'arte di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o le udì da suo padre; e vuole opporre alla viziosa decrepitezza del suo secolo la vigorosa integrità di genti nuove. Ignaro della lingua teutonica, dovette frantendere troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di Roma ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò, tradusse cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto diversa. La studiata brevità poi non basta a gran pezza a significare ciò che lo storico concepisce, o converte la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema, non toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della storia moderna.

Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di Roma in trenta libri da Galba a Nerva, il regno del quale e di Trajano, come tema più ricco e più sicuro, serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò più conforme al suo genio di descrivere in forma di annali le atrocità o le follie dei primi quattro successori d'Augusto (pag. 119). Gran parte del lavoro andò perduta; nè delle Storie ci restano che quattro libri e il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più che l'anno 69: degli Annali ne avanzano dodici con molte lacune; perito quanto si riferiva al restante regno di Tiberio, a quel di Caligola e gran parte di Nerone; poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato tanta importanza il mostrare il cambiamento di dinastia.

Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto, ove minutissimamente espone la vita politica, e le relazioni de' principi col popolo romano. Storico filosofo, gran conoscitore del cuore, e dipintore inarrivabile de' caratteri, la grave moralità lo rende indignato col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione come un cadavere; e se tra l'indagine gli casca sotto al coltello una parte ancor vitale, la manda al taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani descrive come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno o al popolo. Di religione non si briga, pur riferendo tante superstizioni; ma ammette una potenza superna, moderatrice delle cose e delle azioni umane, non senza dubbj però[344]: come tutti i pensatori, predilige la forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità del principato, poco sperando fin ne' governi temperati[345]: protestando contro il suo secolo anche collo scrivere, sbandisce ogni modo naturale e semplice di concepire e di esporre, e si forma uno stile artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di calma maestosa, semplice nella grandezza, qualche volta sublime, originale sempre, da non permettersi una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce di piacere, ma vuol che si pensi, che ogni frase istruisca, ogni parola porti un senso, e a tal fine sia precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione. Senza modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna di godere della propria gloria, sebbene forse la dovesse piuttosto ai versi e alle orazioni, che andarono perdute, al par di una sua raccolta di facezie. Tra i posteri fu caro a chiunque legge meditando, a chiunque in pubbliche calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la coscienza contro i terrori e la seduzione.

Cajo Svetonio Tranquillo (70-121?), oltre le vite dei Dodici Cesari, di cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle de' retori, de' grammatici e forse de' poeti, e sui giuochi dei Greci, sulle parole ingiuriose e sul vestire dei Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè affettazione.

Vellejo Patercolo (m. 31?), campano, narrò la storia universale dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci rimane quel solo che concerne la Grecia e Roma, dalla rotta di Perseo al decimosesto anno del regno di Tiberio. Caldo di patriotismo, attento alle persone più che alle cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale, fino ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per lui è un infingardo, un eroe Sejano; nella cui disgrazia dicono che Vellejo andasse ravvolto, non come complice, ma come amico[346].

In generale gli storici latini mostransi più parziali quanto più dominati dallo spirito romano: ma procedendo l'impero, crescono in umana giustizia. Tacito da un capitano barbaro fa dipinger al vivo l'ambizione romana[347], sebbene poi egli stesso si diletti alla strage de' Brutteri[348]: Vellejo è il primo a confessare che Roma distrusse Cartagine per odio, e mostra compassione pei vinti Italiani[349]. Purgato nello scrivere, ma oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere ogni fatto con sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi, voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o biasimi, è declamatore, e dopo narrata la morte di Cicerone, esce contro Antonio in un'invettiva, che a forza d'esser veemente riesce ridicola.

Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo una raccolta di Fatti e detti memorabili in nove libri, senza giudizio raccolti, senza critica disposti, senza gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono del prodigio, e le circostanze che più sentono di strano; ne scapitino pure il vero e la semplicità storica. Perciò piacque ne' mezzi tempi, e fu ricopiato assai volte e carico di glosse. La bassa lega del suo stile, quella declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia un compendio, o piuttosto un estratto fattone da non so quale Giulio Paride. Il prologo a Tiberio nausea per adulazione.

Giustino diresse a Marc'Aurelio[350] un compendio delle Storie di Trogo Pompeo, dette Filippiche perchè dal settimo libro innanzi trattavano dell'impero macedone. Daremo colpa agli abbreviatori d'aver fatto perdere gli originali, o merito d'averne almen parte conservato? Per verità mal possiamo chiamare compendio questo di Giustino, pieno di digressioni, e sempre largo nel raccontare; se non che ommette ciò che non gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia, non sa connettere le parti, e beve in grosso; colpa forse del suo originale, di cui potrebbe esser merito il bello stile.

Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i quattro libri della Storia romana dalla fondazione della città fin quando Augusto chiuse il tempio di Giano, son piuttosto un panegirico in istile poetico, ove trascura la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi sono molti de' suoi pensieri, ed espressi sovente con forza e precisione; ma l'eccesso di sentenze e i tumori poetici rendono freddo e stucchevole il racconto. I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione del loro sangue vien cancellato ogni vestigio degl'incendj». Le navi di Antonio erano sì vaste, che «non senza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta reca le prede a Roma, «quasi confessandosi inferiore»: e invece sembra aver fatto accordo con Lucullo per debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate le alture, di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere quasi dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori della terra». Bruto spira sopra l'ucciso Arunte, «come volesse l'adultero perseguire sin nell'inferno». Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote, onde affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di Decimo Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che non arrestò il vittorioso cammino finchè non vide il sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il friggere del suo disco al toccar delle acque.

Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate. Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj, di cogliere i punti principali, e lasciar da banda le particolarità inconcludenti, benchè spesso non offra che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di geografia. Da Livio si scosta spesso; e introduce una idea che s'avvicina a ciò che ora chiamiamo filosofia della storia, attribuendo all'impero romano tre età, d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo in due secoli, a cui aggiunse come corona l'età d'Augusto.