A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio Rufo, da altri con Costantino; e poichè nessun antico ne fa menzione, v'ha chi lo crede un frate moderno: tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti come un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso sentenziare, lo troverà limpido narratore e descrittor fiorito. Anzichè i migliori biografi d'Alessandro, ormò i più creduli e favolosi; della cronologia o di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè di indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi, non si briga. Poco seppe di greco, pochissimo d'arte militare, nulla di geografia e d'astronomia: il monte Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col Tanai, mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar la luna quand'è nuova[351]. Nelle parlate vuol far pompa di belle parole e sentenze, convengano o no; e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico greco, e gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge che le voluttà del Macedone furon sempre lecite e naturali.
Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio Noniano; Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la greca Pamfila sotto Nerone fece una storia universale in trentatre libri: Svetonio Paolino, un de' migliori generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio maggiore; il quale per le cose d'Oriente appoggiasi a Licinio Muciano, che raccolse ancora i discorsi, gli atti e le lettere degli antichi Romani, e che portava indosso una mosca viva, come preservativo della vista[352]. Sono interlocutori nel dialogo Della corrotta eloquenza Giulio Secondo che narrò la vita di non so quale Giuliano Asiatico, e Vipsanio Messala che descrisse la guerra tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti. La vita di Nerone e le guerre civili che precedettero il regno di Vespasiano espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì di fondamento ai successivi. Vivendo in tempi che l'amministrazione era ridotta nei misteri dei gabinetti, dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e tacere ciò che potesse sgradire ai tiranni.
Gli autori della Storia Augusta, vissuti sotto Diocleziano o poco dopo, biografi meglio che storici, sul modello di Svetonio, c'informano dei vizj e delle virtù degl'imperatori, dell'educazione, del vitto, del vestire, anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano: poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti si riveli la confusione che cresceva sempre più nel romano impero. Forse il solo Flavio Vopisco fu testimonio oculare; gli altri narrano per udita o per lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati da un autore, passano all'altro e ne ricavano i fatti medesimi, senza dar segno d'accorgersi della ripetizione, che talvolta è fin tripla. Qual fiducia avervi? Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e particolarità di costumi pei censettantott'anni abbracciati da quelle trentaquattro biografie, le quali pare siano state trascelte da alcuno, al tempo di Costantino, fra le molte che esistevano[353].
A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per istudiare uomini e cose, i sapienti e i letterati d'ogni paese; e i Greci benchè non avessero cessato di disprezzare la lingua e la letteratura di Roma, benchè pochissimi di loro degnassero adoprarne la lingua, quali Fedro, Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la politica e gli eroi di essa. Il più famoso retore greco Dione Crisostomo dissuase Vespasiano dall'accettar l'impero, osò dire la verità a Domiziano; e Trajano, quando entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il fece montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero specialmente Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò intitolato Flavio, il quale nei sette libri delle Guerre giudaiche celebrò le loro vittorie sopra la sua patria. Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove a Roma, e questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi, non di crescere; onde scrisse una storia, dove non restringe lo sguardo a sola Roma. Del suo lavoro ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate, dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle celtiche, prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della guerra, e narrò col modo schietto che s'addice alla verità, sebbene siasi valso fin delle parole, non che dei sentimenti degli autori a cui si appoggiava. Erodiano ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino, assicurando di riferire ciò solo di cui fu testimonio oculare. Negligendo geografia e cronologia, con felice brevità e buon giudizio sceglie i fatti che più servono a rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani infondeva baldanza ai soprusi dei loro padroni.
Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio di Nicea, da Comodo e dai successivi imperadori cresciuto d'onorificenze. Per ordine ricevuto in sogno, ridusse in otto decadi la storia di Roma, cominciando da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro. Esatto nelle cose che egli stesso vide, nel resto compila, rinzeppa il racconto di miracoli e sogni: vi sa dire che il sole apparve or più grande or più piccolo avanti la giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco colla saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma. Malmena Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi perchè repubblicani; e quasi unico fra gli antichi, parteggia per Cesare ed Antonio, e adopra a legittimare il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le vicende del diritto pubblico: onde è dolore che tanta parte ne sia perduta, come pure la sua storia dei Persiani e de' Goti.
Plutarco da Cheronea in Beozia (n. 48), il più divulgato fra gli scrittori antichi, nelle Vite parallele degli uomini illustri pone a confronto un Greco con un Romano. Ignorava le lingue, e perfino la latina, sebbene fosse vissuto in Roma; onde s'espose a falli grossolani. I ducencinquanta autori che cita non assimilò, ma continuamente citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo gli avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni frequenti ed oscure, e da viziose digressioni morali. Senza sentimento del passato, dipinse tutti gli eroi col colore medesimo, di qual età, patria, condizione si fossero, senza le gradazioni e misture che offrono la vera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano che il suo personaggio, non gl'importa di contraddirsi nella vita d'un altro; lo segue dappertutto, al campo, sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo aneddoti senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano dal presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea tutt'altri che nella storia; di Cicerone narra i sogni, le lepidezze, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse le orazioni.
Egli, che qualificano di giudizioso, crede all'oroscopo di Pirro, ai sogni di Silla, ai corvi che cascano per il fragore degli applausi, a teste di bovi sacrificati che sporgono la lingua e lambono il proprio sangue. Tu aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o d'uccelli che volano in sinistro, o di portenti paurosi, e tutto con una schiettezza o dabbenaggine, che mostra quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al mancare della religione.
Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto dalla grandezza, dall'industria, dalla profondità di Tacito, s'arresta a somiglianze superficiali; propende pei Greci, onde mostrare che non sempre furono sì abjetti come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, si anima delle passioni de' contemporanei o degli autori da cui attinge, presenta come eroismo l'oblìo dei sentimenti naturali, levando a cielo Timoleone e Bruto che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone quel che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia i lettori, persuadendoli che dice loro quel che veramente pensa; non mira ad ingannarli anche quando s'inganna egli stesso; non pretende dettar dalla cattedra: la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi di pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al buon senso generale, alletta i leggitori, contenti che anche alla mente loro già si fosse presentato ciò che lo storico suggerisce.
Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la storia italica, nomineremo le sue Quistioni romane, ove cerca l'origine d'alcuni usi di quel popolo: perchè nelle nozze dicesi alla sposa di toccar l'acqua e il fuoco, e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè i viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono entrar per la porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si copre il capo nell'adorar gli Dei? perchè l'anno comincia in gennajo, e le tre parti del mese non si compongono dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? perchè le donne baciano i parenti in bocca? perchè proibite le donazioni fra marito e moglie? Le risposte, se spesso scipite, talvolta illustrano i costumi. Pose anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano riscontro nella storia vera; assunto eccessivo e mal sostenuto. Trattando Della fortuna dei Romani e di quella d'Alessandro, fa opera da sofista onde dimostrare che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro alla propria virtù.
Mentre questi componevano, altri autori criticavano o raccoglievano, non già per divulgare l'istruzione fra la classe che n'ha bisogno, bensì per risparmiare fatica a quella gioventù ben nata, che per condizione doveva saper molte cose, e non avea voglia di studiare. Grammatici e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla mediocrità fu dato immortalar il nome di alcuni genj, che altrimenti sarebbero periti. Trista considerazione!