Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se n'accerta), vivente sotto Marc'Aurelio, nelle Notti attiche compilò ad uso de' suoi figli quanto udì o lesse di meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè discernimento, ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti antichi, simile a' musei che si formano coi frammenti ricavati da città che più non esistono. Specialmente importa il libro vigesimo, ove digredisce sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae, varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma già vi si sente il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione dell'arcaismo, deplorabile segno di decadenza, come il rimbambire de' vecchi. Racconta egli che, eletto dai pretori a decidere d'alcune minute differenze fra privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato una somma a un altro che negava. Non v'avea testimonj, non scritta; ma l'attore godeva onesta fama, sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato nel caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar uno senza prove; Favorino gli citò Catone che, in un'evenienza somigliante, diceva doversi far ragione della virtù dei due contendenti: ma Gellio non seppe prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato.
CAPITOLO XLII.
Belle arti. Edilizia.
Dall'arte espressa colla parola è ovvio il passaggio all'arte espressa coi colori e colle forme materiali. Nella quale non è costume vantare i Romani, avendo essi trovato forse più dignitoso, certo più comodo l'arricchirsi colle spoglie altrui. Anticamente è menzionato un Fabio Pittore: ma pochissimi artisti romani accenna Plinio; Cicerone affetta di dimenticare fin il nome di Policleto[354], e quasi si scusa d'avere, tra le indagini d'avvocato, risaputo il nome di Prassitele[355], e protesta di non intendersene punto, d'esser ignorante come gli altri Romani sopra materie cui i Greci attaccano tanta importanza; nè la boria nazionale rattiene Virgilio dal cedere agli stranieri la gloria del ben dipingere, scolpire, arringare[356], purchè si serbi a Roma il vanto di domare i popoli e di dar leggi.
Da principio ogni lavoro d'arte era etrusco, o fatto da Etruschi, pel cui mezzo soltanto forse i Romani conobbero quelle particolarità che noi chiamiamo greche, com'è il triglifo dorico sormontato da dentelli jonici al sepolcro di Scipione Barbato, del 456 di Roma. L'acquedotto della via Appia, costruito nel 310, non porge forme architettoniche, andando sotterraneo; ma di quel tempo attorno al fôro si fecero portici per gli argentieri e banchieri.
Una seconda età comincia quando, conosciuta la coltura greca, si cercarono arti da Siracusa, da Capua, dal vinto Oriente. Il tempio dell'Onore e della Virtù, dedicato nel 205, fu il primo che si ornasse di fregi greci, tolti a Siracusa; e fu alzato da Cajo Muzio, secondo un pensiero di Marcello, che li volle attigui in modo, che non si entrasse al primo se non passando per l'altro: concetto simbolico. Allora al rozzo tufo vulcanico, detto peperino ( lapis albanus ), si vennero surrogando il travertino e il marmo: il fôro fu decorato suntuosamente: nel 147 colle spoglie macedoniche, portate da Metello, si eressero il magnifico tempio di Giove Statore periptero, opera di Ermodoro da Salamina; e quel di Giunone, prostilo, cinto da gran cortile a colonne.
Durante la seconda guerra punica venne innalzato un tempio a Giunone Ericina, uno alla Concordia; poi quello dell'Onore fuori porta Capena; indi quelli di Giunone Sòspita, di Fauno, della Fortuna Primigenia; poco stante due altri a Giove in Campidoglio, e quello alla dea Madre ed alla Giovinezza; posteriormente il tempio a Venere Ericina, e uno alla Pietà nel circo Massimo.
Il Tabulario, archivio e tesoro, eretto 78 anni avanti Cristo sul clivo del Campidoglio, è a grandi portici, i cui archi esternamente si aprono tra mezze colonne doriche; alle quali probabilmente sovrastava un ordine di corintie. Il tempio della Fortuna Virile, ora Santa Maria Egiziaca, prostilo pseudoperiptero jonico, mostra forme vigorose, come il tempietto funerario di Publicio Bibulo sul clivo orientale del Campidoglio. Superò ogni anteriore magnificenza il tempio della Fortuna a Preneste eretto da Silla, e de' cui rottami si fabbricò Palestrina. Vi si ascendeva per sette vasti ripiani, il primo e l'ultimo de' quali erano ricreati da serbatoj di acqua: al quarto serviva di pavimento il musaico che ora fa il vanto del palazzo Barberini a Roma, e che Plinio dice il primo lavorato in Italia.
Silla stesso fece rinnovare il Giove Capitolino, Mario il tempio dell'Onore, Pompeo quel di Venere Genitrice. Il Panteon, fatto costruire da Vipsanio Agrippa 26 anni avanti Cristo, è una rotonda, illuminata soltanto dall'apertura della cupola, la quale ha l'altezza e il diametro di quarantatre metri, ed è ammirata singolarmente pel pronao di sedici colonne corintie, di trentasette piedi in altezza sopra cinque di diametro, ciascuna d'un pezzo solo di marmo; e tanti secoli non le smossero[357].
Sotto Augusto, fu circondato di portici il suntuoso circo Flaminio, e sorsero il portico d'Ottavia, la piramide di Cestio, il teatro di Marcello, il tempio di Giove Tonante. Il mausoleo d'Augusto nel Campo Marzio innalzavasi a varj piani, verdeggianti d'alberi; in sulla cima la statua dell'imperatore; davanti alla porta terrena due obelischi egizj, e all'intorno boschetti e viali, serpeggianti fra il Tevere, la via Flaminia e porta Popolo. Dappoi la magnificenza degl'imperatori e dei ricchi moltiplicò occasioni agli artisti, che crearono un nuovo stile grandioso e caratteristico, improntato della romana magnificenza, benchè essi fossero greci tutti o i più.
De' quali alcuni furono portati schiavi a Roma; qualche altro vi venne libero, come Arcesilao, Zopiro, un Prassitele che scrisse su tutti i lavori di belle arti allora conosciuti; una Lala di Cizico, ritrattista nella galleria di Varrone; Valerio d'Ostia, che inventò di coprire gli anfiteatri. Le monete romane, grossiere dapprima, dopo il 700 di Roma emulano quelle di Pirro e d'Agatocle; ma gli incisori erano nostrali? Che se Antioco Epifane chiamò in Atene l'architetto romano Cossazio pel tempio di Giove Olimpico, ed Ariobarzane re di Cappadocia si valse dei due fratelli romani Cajo e Marco Stallio per rifabbricare l'Odeone di Atene, rovinato nell'assedio di Silla, chi ci assicura che in queste commissioni non avessero parte l'adulazione o la raccomandazione de' potenti? Degli altri architetti romani perirono fino i nomi; e così i libri di Fusisio, di Varrone, di Settimio.