Anche nell'età più splendida si ricorreva ad artisti greci; greci furono gli architetti, mediante i quali Augusto, secondato da Agrippa, mutò il Campo Marzio in città marmorea; nella Grecia Pomponio Attico fece lavorare gli ermi pel suo Tusculano[358], e comperò statue per le ville di Cicerone; Verre fece fondere molti vasi di tutto oro a Siracusa.
Il costui nome rammenta il modo più consueto onde i Romani acquistavano capidarte, rapendoli ai vinti o ai sudditi. Lucio Scipione recò in vasi mille quattrocenventiquattro libbre d'argento, e mille ventiquattro in oro: ducentottanta statue di bronzo e ducentrenta di marmo abbellirono il trionfo di Marco Fulvio sopra gli Etolj: Silla ridusse Atene a uno scheletro, espilò i tre più ricchi tempj d'Apollo in Delfo, d'Esculapio in Epidauro, di Giove in Elide, del quale portò a Roma fin le colonne e la soglia di bronzo della porta: Fulvio Flacco scoperchiò il tempio di Giove Lacinie presso Crotone per collocarne i tegoli di marmo sul tempio della Fortuna Equestre: Varrone e Murena fecero a Sparta tagliar le pareti per trasportare degli affreschi[359]: le sfingi e gli obelischi d'Egitto, le statue di Grecia, i soli di Babilonia venivano ad abbellire Roma: Agrippa pagò un milione ducentomila sesterzj due tavole d'un artista greco per ornare i suoi bagni: Lucullo fece trasferire da Apollonia in Campidoglio un Apollo alto trenta cubiti, ch'era costato cencinquanta talenti: Lentulo vi collocò due busti: Ortensio fabbricò un tempio sol per riporvi gli Argonauti di Fidia, comprati cenquarantaquattromila sesterzj: Augusto comprò statue da disporre sulle piazze e nelle vie, pose nel fôro due quadri della guerra e del trionfo; nel tempio di Cesare un Castore e Polluce e una Vittoria, opere di Apelle; nella curia due freschi di Nicia e di Filocare[360]; raccolse anche musei di varie rarità, de' quali uno era stato già unito da Scauro figliastro di Silla, sei da Cesare, uno da Marcello di Ottavia.
Quando si pensi che questo arricchirsi della patria nostra faceasi a desolazione dell'altrui, possiamo congratularcene noi Italiani? Viene alle nazioni come agli individui l'ora del compenso, e noi ripagammo e ripaghiamo le violenze esercitate dai nostri padri.
Tanti tempj sono ricordati nella sola città; ma niuno ne paragoni la mole al San Pietro di Vaticano e ai nostri duomi[361]: e quanto fossero piccoli lo attestano i ruderi della Sibilla Tiburina, del Giove Clitunno nella campagna di Roma; quelli di Vesta e della Fortuna Virile sono ben minori del Panteon, il quale ognun sa che fu sollevato per cupola a San Pietro; in Campidoglio, sovra spazio minore di quel che oggi occupi il Vaticano, ergevansi sessanta tempj; moltissimi attorniavano il fôro; e se crediamo a Plinio, il Giove Feretrio non era lungo più di quindici piedi. Nè di vasti recinti era mestieri là dove il popolo non veniva ammesso a vedere le funzioni sacre, serbate a sacerdoti o a matrone; bastando che alla soglia deponesse le ghirlande o i donativi.
Sparsi per la città e sui fondi privati v'avea pure sacelli ad Ercole, a Nenia, alla Pudicizia, agli Dei Lari, con un'ara e talvolta la statua della divinità. I serapei forse servivano anche a cure salutari, come quello di Pozzuoli, parallelogrammo di sessantacinque su cinquantadue metri all'esterno, ove molte cellette sono simmetricamente disposte attorno a un cortiletto porticato, in mezzo al quale sorgeva una rotonda aperta sovra colonne; e sembra destinata alla purificazione per acqua. La schiera di sedie forate nelle due camere agli angoli, forse serviva ai bagni a vapore.
Entro quei tempj erano altari ed are[362] stabili e ornati, e foculi mobili. Si ornavano di emblemi e delle frondi sacre al Dio, come il pino per Pane, l'ulivo per Minerva, il pioppo e le mazze per Ercole, mirto e colombe per Venere, aquile e quercia per Giove, pampani e tirsi per Bacco. Variava pure il sagrifizio che agli Dei si faceva; buoi a Giove, tori a Nettuno, vacche a Latona, cinghiali a Bacco, troje a Cerere; e in generale vittime bianche agli Dei celesti, nere agli infernali; e quelle col capo alzato e ferendole dall'alto in basso, queste col capo chino e colpite da sotto in su, per modo che il sangue sgorgasse non sull'altare ma in una fossa. Ne' tempj si sospendeano i voti, come dai naufraghi vesti e tavolette a Nettuno, dai guerrieri armi a Marte, dai gladiatori spade ad Ercole, dai poeti ciocche di capelli ad Apollo.
Nel teatro di Emilio Scauro, preparato nel 694, tre ordini di colonne sovrastavano uno l'altro; dietro di esse, pareti di marmo al primo piano, di vetro al secondo, al terzo di tavolette dorate; tremila statue di bronzo compivano l'addobbo, più ricco che di buon gusto, e che dovea durare il solo tempo che Scauro rimaneva edile. Perocchè un senatoconsulto del 597 vietava i teatri permanenti, e primo Pompeo nel 697 ne fece uno di pietra, capace di quarantamila spettatori. Cesare, che abbellì il Campidoglio e fabbricò un fôro ricchissimo, costruì la prima arena pei conflitti navali (naumachia); ed Augusto una maggiore, avente seicento metri di lungo sopra quattrocento di largo; una terza Trajano. Statilio Tauro eresse in Campo Marzio il primo anfiteatro di pietra. Il circo, equivalente allo stadio e all'ippodromo greco, era traversato per lo lungo da una spina, ornata di statue, colonne, obelischi, attorno alla quale volgeansi le corse de' cavalli e de' cocchi, finchè toccassero le mete, colonnette finite in cono. Il circo Massimo, che risaliva all'età dei re, fu ampliato da Cesare, poi da Trajano: di quel di Caracalla rimangono gigantesche rovine, ampio trecensettanta metri sopra sessantuno.
Quantunque della vôlta si trovi vestigio in edifizj non solo della Grecia e dell'Italia prisca, ma fin dell'Indie e dell'Egitto, pure nemmeno i Greci ne' bei tempi seppero trarne gran profitto; di modo che le fabbriche non erano più grandi di quanto il comportavano i tetti piani di pietra; e le colonne, parte principale e caratteristica, distando appena la lunghezza d'un'imposta di marmo o d'una trave, non era possibile avventurarsi a vasti edifizj, nè variare le forme.
Roma sin dal nascere imparò dagli artisti nazionali la vôlta, che fa già buon uffizio nelle nostre città pelasgiche, e che curvossi sopra ai meravigliosi acquedotti e alle cloache, bastanti a mostrare tutt'altro che bambina la città de' Tarquinj. E l'arco diventò distintivo dell'architettura romana; progresso importante, giacchè con esso possono concatenarsi piloni e pareti ben più distanti, coprire vaste aree con tetti solidi quanto facili, ottenere variato movimento di linee allo interno ed all'esterno. Archi posero dovunque fabbricarono i Romani: or al fondo d'una piazza quadrata o attorno ad una circolare aprirono emicicli, coperti da mezze cupole; ora di intere ne formarono con archi concentrici; ora a varj piccoli archi ne circoscrissero uno maggiore, o gl'incrociarono in direzioni differenti; voltarono la cupola sopra spazj rotondi od ottagoni; fecero aperture sopra aperture. E l'architettura romana appunto trae un carattere proprio, forte e potente, dall'accoppiare la volta italica al colonnato greco. Anche quando, alla greca, sostennero i portici con colonne, dall'una all'altra gettarono l'arco, mascherandolo con un finto architrave. Pertanto al colonnato non diedero perfezione intrinseca, nè seppero unificarlo colla volta; mentre il rispetto agli esempj greci toglieva di fare che tutte le linee si volgessero in alto, armonizzandosi meglio, come poi si fece nell'architettura gotica.
Gli architetti, sebbene venuti di Grecia, secondarono l'indole romana, così da uscirne un'arte originale, dove le parti dedotte dalla greca da essenziali riducevansi ornamentali. Colonne e fregi acquistavano le vittorie? commettevasi agli architetti d'accordare queste parti antiche col concetto di nuovi edifizj. L'architrave mal s'affaceva coll'arco, nè il tetto angoloso colla convessità della cupola: i triglifi e i dentelli perdevano significato, dacchè entro non v'avea le travi, di cui figurassero la sporgenza. Il frontone, che tra i Greci seguitava continuo, presentando la retta e il pinacolo formato dalle pendenze del tetto, qui cambia destinazione, e talvolta appare sotto al cornicione, o sovrasta ad una porta, a una finestra, a una nicchia; invece di un grandioso facendosene molti piccoli, talora spezzati, o rotondi, o soverchiati da più grandi. La colonna, che ne' Greci era il canone non solo per misurare l'edifizio, ma per caratterizzarlo, non restò più che un ornamento, destinato ad interrompere la continuità del muro che dovea sostenere il peso perpendicolare e insieme la pressione obliqua della volta. Potè dunque alzarsi sopra un piedestallo, talora altissimo, come negli archi di trionfo, sminuendo di figura come d'importanza: nel Panteon la troviamo posta nell'interno d'un arco, indipendente da esso, sicchè non sostiene che un cornicione il quale non sostiene nulla. Talora si attaccò e si affondò nei pilastri, adoprati non solo come teste al modo greco, ma tutt'al lungo della parete: o, come vedesi a Pompej, le colonne erano mutate da un ordine all'altro col rivestirle di stucco, senza curarsi dell'alteramento delle proporzioni.