Nella nuova cerchia Roma ebbe da quindici miglia di giro, con trentasette porte, che mettevano ad altrettanti sobborghi, e da cui partivano trentuna strade militari. In quel ricinto contavansi ventotto biblioteche, otto ponti, otto campi, dieci terme, venti acque, diciotto vie, due campidogli, due circhi, due anfiteatri, tre teatri, tre ludi, cinque naumachie, quindici ninfei, due colossi, due colonne cocliti, sei obelischi, ventidue grandi cavalli, sette Dei d'oro e settantaquattro d'avorio, trentasette archi di marmo, quattrocenventitre vichi, quattrocenventidue palazzi ( ædes ), mille settecentonovanta case maggiori, quarantaseimila seicentodue isole, col qual nome, se pure la cifra non fu letta in fallo, non potrebbero intendersi che le case minori; ducentonovanta granaj, ottocentocinquantasei bagni, mille trecencinquantadue pozzi, ducencinquantaquattro forni, quarantasei lupanari, quattrocento cloache, cenquarantaquattro latrine.
Dei diciassette fôri o piazze, quattordici servivano per mercati diversi ( venalia ), gli altri per gli affari ( civilia et judiciaria ). Il più antico era il Romano, ove si teneano le arringhe sulla tribuna ornata dei rostri tolti alle navi cartaginesi. Il fôro di Cesare, presso campo Vaccino, costò un milione di sesterzj. Augusto nel suo fece il tempio di Marte Vendicatore, intorniato di doppia galleria, colle statue de' re latini da un lato, de' re romani dall'altro. Domiziano cominciò quello di Nerva, dove poi Alessandro Severo pose colossi degli imperatori e colonne di bronzo.
Alla vita pubblica d'allora s'addicevano i portici, formati di colonne che sostengono un soppalco, disposte a più schiere; talvolta erano indipendenti da qualunque altro edifizio; da poi si chiusero con ricinti, e presero nome di basiliche. La prima basilica pubblica si edificò sotto la censura di Porcio Catone il 569 di Roma, onde fu detta Porcia; e tanto piacque che in vent'anni se ne costruirono tre nuove, vicino al fôro, poi altre altrove, e anche per tutta Italia. Servivano ad usi pubblici, come di borsa e di tribunale, a tal uopo finendo in un semicircolo o abside, dove collocavasi il pretore sulla sedia curule, circondato dai numerosi giudici e dagli avvocati. Dieci n'aveva in Roma, la Giulia, la Vestilia, la Nettunia, la Matidia, la Marciana, la Vascolaria, la Floscellaria, quelle di Paolo e di Costantino, e di tutte più famosa la Ulpia, opera di Trajano, che abbiamo pur dianzi descritta.
Noi ci badammo su questi particolari perchè, oltre essere la metropoli del mondo, Roma serviva di modello anche alle altre città dell'impero; sebbene non sia dimostrato quel che taluni asseriscono, che in ciascuna vi avesse e fôro e teatro e circo e ginnasio e bagno e campidoglio, colle forme e coi nomi medesimi della capitale.
E più ne sapremmo se degli scrittori d'arte ci fosse restato altro che il solo Marco Vitruvio Pollione. Di patria e di casa ignoto, e probabilmente schiavo greco, se argomentiamo dal suo scrivere cattivo e ingombro di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine militari: ma de' fatti suoi nulla si saprebbe se egli stesso non avesse scritto. Più maestro che artista, più ingegnere che architetto egli si mostra, nè di gran valentìa dà saggio la basilica in Fano, unica che si ricordi da lui architettata.
Molti avendo scritto d'architettura ma confusamente, egli pensò ridurre in corpo compiuto quella scienza, e ciascuna parte in singoli libri. E secondo si esprime ne' preamboli, nel primo spiega i doveri dell'architetto e le cognizioni a lui necessarie; nel secondo i materiali; nel terzo la disposizione de' tempj coi varj ordini, e la distribuzione delle parti; nel quarto tratta specialmente dell'ordine jonico e del corintio; nel quinto reca la disposizione degli edifizj pubblici; nel sesto delle case private; nel settimo degli intonachi onde abbellire ed assodare gli edifizj; nell'ottavo del trovare e condur l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose utili alla vita, come il peso specifico, la costruzione delle meridiane, i rapporti del diametro col circolo, del lato colla diagonale del quadrato; il decimo discorre delle macchine sì per fabbrica, come per elevar l'acqua e per la guerra.
Ma il Trattato d'architettura qual oggi l'abbiamo, è probabilmente una compilazione, poco diversa da quella di Plinio, fatta da qualcuno mal pratico, e che non avea visto co' proprj occhi i monumenti di Grecia. Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed è peccato che le figure che accompagnavano il testo siano perdute[382]. Scarso di critica e filosofia, di stile vulgare, arido e spesso oscuro anche per minutezza di particolari, a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi, va consultato con grande cautela, e confrontato cogli edifizj ancora riconoscibili: ma se sarebbe servilità il prostrarsi a' suoi precetti, è certo che, oltre le squisite notizie, di ottimi egli ne desume dall'osservazione. Sopratutto raccomanda all'architetto lealtà e disinteresse; ed egli medesimo si fa amare per la candida intenzione con cui scrive.
Turpilio, cavaliere della Venezia ai tempi di Plinio, è il solo nobile romano che coltivasse la pittura, la quale da Plinio stesso è definita arte morente[383], benché ad alcuni egli sia cortese d'encomj; come ad Amulio per una Minerva, la quale guardava l'osservatore dovunque si mettesse[384]; meschina lode! Quinto Pedio, d'illustre famiglia, era muto, e perciò l'oratore Messala s'accordò con Augusto di fargli imparar la pittura; e riusciva bene se morte non l'avesse rapito.
Primeggiava tra i colori il cinabro, che Plinio pretende fatto col sangue di un drago schiacciato da un elefante morente, in modo che i due sangui si mescolassero[385]; e probabilmente era succo d'una palma.
Il minio era stato scoperto quattro secoli avanti Cristo nelle cave d'argento d'Efeso: e per carezza e nobiltà gareggiava con esso il purpurissimo, composto col liquore estratto dai murici che pescavansi in riva al Mediterraneo. Sul golfo di Napoli manipolavansi minerali indigeni e importati per uso di colori, quali l'azzurro denominato fritta di Pozzuolo, e la porpora.