Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti de' quali ornano oggi le chiese, benchè portino scene bacchiche o mitologiche[387]. Pietre intagliate si trovano spesso, e specialmente a Centuripa; e l'essere alcune solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene. Lo stile di queste apparterrebbe all'età imperiale; segno della durata di tale artifizio: alcune portano le sembianze di Cicerone, di Ovidio, di Comodo in veste d'Ercole[388].

Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di berilli i contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde del monte di Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline e cotognine ed altre mischie l'Erta, di agate molti paesi, e principalmente le sponde dell'Acate donde trassero il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata siciliana, delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro e tenuta in gran pregio. Diaspri variegati offrono i monti di Giuliana e le vicinanze di Palermo; diaspro tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali vennero cavati i sepolcri dei re normanni e svevi.

Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre l'impero romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie, fonte di preziose cognizioni storiche e civili; tanto che i maggiori eruditi v'attesero, nè avvi forse città, di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto un illustratore particolare.

Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische, alcune in greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo nel parlare de' primordj della nostra civiltà (V. Appendice II); e ad esse si riduce quanto ci arrivò di scritto intorno a quella. Le greche più antiche stanno sopra vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando da sinistra a destra poi da destra a sinistra come fa il bue arando, creduta anteriore fin all'iscrizione Sigea[389]. De' tempi successivi ne abbondano i paesi della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è bilingue, come nel monumento greco-latino di Eraclea ne' Lucani, ove si fa memoria che, rivendicatosi un fondo appartenente al dio Bacco, gli agrimensori posero i termini, e lo divisero in quattro porzioni, rilasciate a vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo, aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare capanne e stalle. Le greche tengono del dialetto dorico ne' paesi colonizzati dai Corintj, quali Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Megara, Selinunte; e dello jonico in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle, Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno, pur bastanti a provare che ciascun paese scriveva come parlava; tanto più che a Taormina se ne leggono d'ambo i dialetti, perchè la città d'origine calcidica ricevette poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle romane, che, in qualunque paese siano, non si discernono per lingua; attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi a norme uffiziali per ogni atto, e così per la lingua. Nell'espressione seguono le vicende de' tempi, incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine irte di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia latina estendesi quanto l'antico impero, cioè dall'Africa sin alla Bretagna, e dall'Oceano sino al lembo dell'India.

Infinite occasioni si presentavano da voler eternare con epigrafi; consacrazioni e invocazioni di divinità, voti, processioni, dediche o sacrifizj, are, sacerdoti, magistrati civili o militari, dignità conferite, applausi, vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi, benemerenze di parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa, era encomiastica o storica: le più vanno semplici, perfino nell'adulazione: talvolta le funerarie sono anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla lapide di un calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane nel monumento di Euriface fornajo, scoperto a Roma il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana.

Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la storia lo videro già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato il genio dell'erudizione nel secolo xv, se ne trascrissero d'ogni parte in collettanee particolari, o si radunarono gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco usati dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente collegata alla vita, per modo che i capolavori si trovano ne' palazzi, nelle terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente nei tempj, dove mistagogi, noi diremmo ciceroni, mostravano le rarità e narravano le tradizioni relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue, obelischi, vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo poteva somigliarsi la villa d'Adriano a Tivoli. Neppur allora mancavano ciarlatanerie ed imposture: Plinio ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa dell'orca marina a cui rimase esposta Andromeda, e il sasso dov'erano infisse le catene con cui essa fu legata; Procopio descrive la nave con cui Enea approdò in Italia, quale conservavasi a Roma.

Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma non v'è quasi città che non ne possieda alcuno; e ne fecero la descrizione Scipione Maffei per Verona, il Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino, il Gori per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per Pesaro, Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona, Noris per Pisa, Labus per Mantova e Brescia, Boldetti e Lupi per le epigrafi cristiane, e così altri, e più insigne di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal 1580 decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi che si trovassero, meglio disposte poi nell'interno cortile, e illustrate dal Torremuzza; a Catania fece altrettanto il principe di Biscari: altri a Messina, Siracusa, Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo altri, diede Siciliæ et objacentium insularum veterum inscriptionum nova collectio, 1784. Infine vennero il Muratori col Tesoro delle iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre cinquemila bene scelte e ben lette, e Carlo Zell con un manuale (Eidelberga 1850) utilissimo perchè di piccola mole; ed ora a Berlino sono radunate e classificate tutte le antiche, colle tante che vengono in luce ogni giorno.

Nelle monete, non considerandole qui che dal solo aspetto artistico, oltre la materia, sono a notarsi la grandezza o modulo, il tipo, l'iscrizione. Qualche moneta triangolare, rettangola, romboidale offrono i popoli dell'Italia centrale; alcuna ovale è forse dovuta a negligenza del fonditore; le più sono rotonde; nella Magna Grecia non ne mancano di concave, a guisa di coppe; quelle di Siracusa tirano allo sferico. L'ordinaria materia sono l'oro, l'argento, il rame o il bronzo. Le più antiche di Sicilia sono d'argento, seguono quelle di rame, ultime le auree, appartenenti le più a Siracusa, altre a Gela, Agrigento, Taormina; alcune d'oro a Palermo portano lo stemma punico: Dionigi ne fece di stagno[390]. Alcune sono di bronzo e piombo rivestite poi di foglia d'oro o d'argento ( bracteatæ ): alcune son liscie tutte, salvo un piccolo tipo stampato nel centro: altre con orlo di metallo più fino contorniatæ. I medaglioni forse non batteansi che per onoranza o per fregiare qualche divinità o per ricompensa in guerra, benché, passata l'occasione, entrassero anch'esse in commercio. I tre sovrintendenti alla zecca in Roma erano intitolati AAAFF, cioè auro, argento, ære fundendo feriundo, dai tre metalli che s'adopravano, e dai due processi di fondere il metallo in una forma vuota portante le due impronte, o di fondere soltanto la botella, per improntarla stringendola fra due morsi d'una tenaglia, o battendola con un punzone.

Prima ancora delle iscrizioni, sulle monete ponevasi un tipo od emblema, che poi si conservò sempre sul rovescio, sanzionato dalla pubblica autorità; fosse l'effigie del principe, o la figura simbolica della città, o lo stemma di questa, molte volte parlante, cioè figurante un oggetto, il cui nome somigliasse a quello della città. Le tre gambe disposte a triangolo significano la Sicilia, il petroselino per Selinunte, il granchio (ἄκραγας) per Agrigento, un gomito (ἅγχων) per Ancona, un muso di leone per Leontini, la luna per Populonia ( popluna ), un toro per Turio, per Camarina il chamærops humilis, cioè la piccola palma. Nel tipo s'incontrano spesso Vittorie alate in commemorazione d'una battaglia o d'un giuoco vinto; talora l'effigie del fiume vicino, come l'Aretusa pe' Siracusani, l'Ippari per Camarina, l'Amenano per Catania; ovvero del dio o dell'eroe titolare, come Ercole per Crotone, o di qualche cittadino illustre, come Timoleone pei Siracusani; sulle monete della Magna Grecia frequenta il bove colla testa umana, quanto i rostri sulle prime romane.

Fra le allegorie in queste la più frequente è la Vittoria, poi la Salute, o la Pietà, o Roma cogli attributi di Minerva. Nel chinare della repubblica crescono i tipi storici, talchè colle monete possono accompagnarsi gli eventi e poetici e positivi; e non esprimendo capricci d'individui, ma idee nazionali, vi s'indaga la storia de' costumi e delle opinioni, viepiù preziosi degli altri monumenti perchè non soffersero mutilazioni nè restauri. Spesso vi sono aggiunti altri tipi, variatissimi e a capriccio, principalmente nelle monete delle famiglie: e da settantamila ne conoscono i numismatici. Le spintrie ostentano le lascivie di Tiberio a Capri.