Sotto i consoli, ed anche imperante Augusto, i triumviri monetarj poteano scolpire i proprj nomi sulle monete, che perciò diconsi di famiglia; e ne' tipi di queste compajono spesso figure allusive al nome loro, Pan pei Pansa, un vitello pei Vitellj, un martello per Malleolo, le muse per Musa, un fiore per Aquilejo Floro, un Giove cornuto pei Cornificj. Delle città alcune continuarono a porre il nome e il tipo proprio sulle monete, anche dopo sottoposte a Roma. Sotto gl'imperatori non s'improntò più che l'effigie di questi; ma sul rovescio vedesi sc, il che fece credere che la monetazione fosse spettanza del senato. Bensì gl'imperatori vi posero anche l'effigie delle sorelle, delle mogli, delle figliuole loro, e di parenti naturali o adottivi.

Al basso della medaglia, cioè nell'esergo, viene indicato il luogo ove furono battute; roma e romano si ha in moltissime anche forestiere, che forse faceansi a Roma; poi nel Basso Impero COMO o COMOB, che probabilmente significa CO stantinopoli M oneta OB signata.

La Sicilia è uno dei primi paesi di cui abbiansi monete, come se ne hanno le più belle e la maggior varietà, ogni città adoprandovi tipi distinti, secondo il genio municipale dei Greci. Le antichissime sono di Messina, e alcune anteriori al 560 avanti Cristo, e forse fino del 620. Filippo Paruta segretario del senato di Palermo diede pel primo in luce il medagliere siciliano nel 1612; ma la descrizione che dovea seguirvi, andò perduta. Alle imperfezioni di quello supplirono Leonardo Agostini, Marco Meyer, Sigeberto Hauercamp, il principe di Torremuzza, infine Federico Munter[391]. Della sola Siracusa il Torremuzza pubblicò trentasei monete d'oro, censessantatre d'argento, cenquarantanove di bronzo; e un buon terzo se ne aggiunsero dipoi.

Le prische monete italiche sono i nummi librali o æs grave, rotonde, a lente, con rilievo d'ambo i lati, e che indicavano e il peso e il valore d'un asse. Sono speciali dell'Italia, ma vi mancano segni per discernere a qual città appartengano, e i tipi rappresentano un cavallo, un delfino, una lira, un elefante, una troja, una testa di Giunone o di Cerere o dei Dioscuri, Romolo e Remo colla lupa, una Vittoria sulla quadriga, o simili. Quando Roma battè o piuttosto fece battere nella Campania denaro proprio, vi adoperò il tipo nazionale del Giano bifronte e la prora di nave. Plinio vorrebbe che solo nel 485 si battessero monete d'argento: il che vuol forse significare che quell'anno se ne ponessero le fabbriche. Fin a Pompeo Magno ben poco oro fu coniato.

Gli avanzi di belle arti, guasti come sono dal tempo e dai casi, e disgiunti da quelle minute particolarità il cui accordo cresce significazione all'insieme, eran ben lontani dal porgere adequata idea di ciò che allora fossero le arti, la ricchezza, l'edilizia, e dal rivelare gli usi della vita pubblica e privata, imperfettamente dinotati dagli scrittori, che, come in cosa nota, s'accontentano di allusioni. Per compiere l'istruzione, città intere uscirono dal sepolcro. Il Vesuvio, che in tempi anteriori ad ogni memoria avea vomitato fiamme, tacque per secoli, finchè, imperante Tito, rinnovò le sue eruzioni, colle quali più non cessò di minacciare i deliziosi contorni di Napoli. In quella prima rovina, fra altre borgate e ville, rimasero sepolte Ercolano e Pompej.

Ancor più che le lave e i lapilli, sedici secoli n'aveano cancellata la memoria, quando Emanuele di Lorena principe di Elbeuf, nel 1713, udito che un del paese avea tratto alcuni marmi da un pozzo, comprò il diritto di farvi scavi. Il pozzo dava appunto sopra il teatro di Ercolano, e ne cavò un Ercole, una Cleopatra, e sette altre statue, che spedite subito in Francia, destarono la meraviglia. Continuando, ebbe finissimi marmi d'Africa, poi scoperse un tempio rotondo con ventiquattro colonne e altrettante statue in giro. Carlo III di Napoli ricomprò da esso principe quello spazzo, e sterrando acquistò la certezza d'avere scoperta una città. Ma su questa venti metri di lava eransi induriti, e sopra edificate Portici e Resina, che sarebbonsi dovute demolire co' regj loro palazzi. Forza fu dunque limitarsi a parziali escavazioni, e da ciascuna di esse trarre quel che si poteva, indi colmare di nuovo i vuoti per non iscalzare le città.

Anticaglie d'ogni genere uscirono così; affreschi, quadri, vasi, bassorilievi, fregi, rabeschi, le statue equestri dei consoli Nonio e Balbo, bronzi, tripodi, lampade, pàtere, candelabri, altari, istrumenti di musica e di chirurgia, che formarono una ricchezza non rara ma unica del museo Borbonico. Molti estesi edifizj si riconobbero, tempj, un teatro, il fôro: tra il resto una bella casa di campagna, con giardino che stendeasi fin al mare, abbellito d'una peschiera che terminava in semicircolo alle due estremità; attorno ad essa scompartimenti come d'ajuole; e tutto circondato da colonne di mattone intonacate di gesso, su cui appoggiavano travi, infisse nel muro di cinta, formando così attorno allo stagno una pergola, sotto cui erano divisioni or triangolari ora a semicircolo, per lavare e per bagnarsi. Fra le colonne sorgeano busti di marmo e statue muliebri di bronzo, alcune grandi al vero, della fusione più perfetta: un canaletto d'acqua lambiva il muro di cinta. Annessa era la camera dove si trovarono i famosi rotoli di papiro, che svolti con ingegnosissima lentezza, ci regalano tratto tratto qualche novità, ma nulla finora d'importante; e ciò ch'è notevole, un solo è in latino, frammento d'un poema sulla guerra di Azio. Le sei danzatrici, il Fauno dormente, il Mercurio, sei busti creduti de' Tolomei, altri di Platone, Archita, Saffo, Democrito, Scipione Africano, Silla, Lepido, Cajo e Lucio Cesare, Augusto, Livia, Claudio Marcello, Agrippina minore, Caligola, Seneca, due incogniti, due daini, varie figurine, l'Omero, l'Aristide ch'è delle migliori statue antiche, due busti di Bacco indiano, il preteso Silla, il Satiro colla capra, tutti di marmo, si trovarono in questo giardino, che pure apparteneva ad un filosofo privato. La Pallade, scoperta ad Ercolano stesso e dell'età di Fidia, va ben innanzi ai marmi eginetici; antichissima è pure l'Artemisia, che l'esser fatta di marmo di Carrara ci lascia supporre eseguita in Italia[392].

In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano urtò contro una statua di bronzo, e questa diede spia dell'altra città di Pompej[393]. Lapilli e ceneri la ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori e perchè nulla vada perduto, lenti procedono gli scavi, ma è già scoperta la regione principale, con due teatri, un tempio d'Iside, uno d'Esculapio, uno greco, una porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero ad una grande città. All'altra estremità è l'anfiteatro; e mura pelasgiche la circondano.

Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti; a uno o due piani; camerette di appena tre in quattro metri, alte da cinque a sei, malagiate di comunicazioni e disimpegni, con poche finestre, simili a feritoje, eccetto quelle che danno sul giardino, e che forse erano serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici, anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi il rezzo. Negli appartamenti non usavasi legname alle costruzioni, eccettochè per le imposte alle finestre e alle porte; pavimenti a musaico; soffitta e pareti con medaglioni di stucco, e con pitture e musaici, rappresentanti vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo il genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico, sullo spazio di quindici metri in largo e del doppio in lungo, è divisa in diciannove membri, compreso l'atrio: il musaico alla soglia rappresenta un mastino alla catena coll'iscrizione cave canem. Dal corridojo passi nell'atrio, cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno camere pe' forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni: rimpetto all'ingresso il tablino, o sala di ricevimento, porta la figura d'un poeta tragico che declama a due astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede il peristilio o seconda corte aperta, in cui un giardinetto cinto da portico di sette colonne doriche, esso pure dipinto. Al fondo sta il larario o cappella domestica, con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore che pesca; un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul muro principale sta dipinta una schiera di libri, che il tragico forse non possedeva se non col desiderio. In faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione, decorata di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta con tutti gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica col triclinio anch'esso pitturato: di sopra era il gineceo.

Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte. Nel tempio d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie; gli scheletri dei sacerdoti, sorpresi tra quelle, ancor portavano gli abiti pontificali; i carboni stanno sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le libazioni, lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco, e un capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo olocausto, miste al grasso delle vittime. Ancora l'insegna invita al fondaco del mercante; leggendo alla soglia la voce salve, credi udirla dal padrone, cui il motto ben augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio una spezieria coll'insegna del serpe che morde un pomo; altrove un altare coll'aquila di Giove, esposti in vendita; l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli spacci di bevande calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove una casa di bordello, indicata da priapi e dal motto HIC FELICITAS, che rivela una filosofia gaudente[394]. I pani hanno il marchio del fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già rotti; nel pistrino hai macine singolari; nella madia preparata la farina col lievito; nel forno una torta entro la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino in fiaschi col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto; biche di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento anni di sonno vitale. Entri negli appartamenti delle signore? eccoti scarpe[395], spilli, aghi, ditali, forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami, e gli arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza, e monete forate che recavansi al collo; in altre parti, dadi da giocare, palle e balocchi da fanciulli. Ma in tante abitazioni, non carta, non libri.