S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso il nome di Sallustio, lo storico che qui appunto aveva una villa: colà l' album ove si affiggevano i decreti de' magistrati, gli annunzj di vendite, aste e simili: dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici, anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo, spaziosa e allineata, fiancheggiano case di campagna, tombe, sedili di pietra, ove gli abitanti venivano sulla sera fra i sepolcri degli amici e dei parenti per respirare il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva; e là presso quella del liberto Diomede, benissimo conservata, colla porta aprentesi sopra un verone e fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto da portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti.

Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste sono opera di quadratarj o imbianchini, ma probabilmente riproducono tavole famose; e certamente l'Ercole fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti da quelli di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici monumenti per giudicare dell'arte pittorica presso i Greci, ma ristrette in cento anni quanto all'esecuzione, mentre pei soggetti recano fin ai tempi alessandrini, e sempre con pose tranquille, figure non aggruppate, fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico; e quello che serviva di pavimento a un triclinio, e che figura la battaglia fra Alessandro Magno e Dario, è il pezzo più insigne che l'antichità ci tramandasse[396].

Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe[397]. In quella eretta da Tuche vivente pei liberti e le liberte sue, sotto al ritratto di essa vedi l'iscrizione e un bassorilievo, portante da una faccia la famiglia, dall'altra l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il triclinio pei pasti funerei[398].

Se tale era una città di provincia, si argomenti qual dovette essere la metropoli. Pure ammirando la magnificenza e il gusto, abbiam molto a congratularci delle maggiori comodità odierne. Gabinetti di meraviglioso lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma da cui uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano lampade di elegantissime forme, ma dove neppur si era introdotta la corrente doppia, talchè affumicavano le volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi però di quelle tante, che oggi mettono in comunicazione ogni minimo villaggio. Le vie di Roma furono sempre anguste e montuose[399]; quelle interne di Pompej sono strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la plebaglia doveva essere confinata in catapecchie, che non resistettero al tempo, e disgiunte dalle abitazioni civili. Le camere stesse de' ricchi sono bugigattoli senza aria nè luce, nè bellezza di specchi e di finestre: i ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri, del resto ben rari, come lo prova l'angustia delle strade: ivi non lampioni per la notte, non pompe da aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia e i fulmini, non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i viaggiatori, non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima classe priva di quelle innumerevoli comodità oggimai a nessuno negate, libri, quadri, oriuoli, vesti di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza de' bagni, e macchine che scusino le più dure fatiche, e libertà di spendere come si voglia il denaro acquistato con libero lavoro?

Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato, e figuriamoci che l'età dell'oro, se pur è sperabile, sta davanti a noi, non dietro, per quanto sia vero che per arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi nella scuola del passato.

FINE DEL TOMO TERZO

INDICE

Capitolo
pag.

XXXI.
Il secolo d'oro della letteratura latina
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XXXII.
Tiberio
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