Non atticissat, verum at sicilissat.
Prologo dei Menæchmi.
Anche Cicerone ( Divin. in Verrem ) rinfacciava a Cecilio, suo competitore, d'avere imparato le greche lettere non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ciò proveniva dall'usarsi nell'isola e il latino e il greco, il che guastava entrambe le lingue; e forse più il commercio co' Cartaginesi.
Nel vol. III delle Memorie sulla Sicilia è inserita una dissertazione di Giuseppe Crispi «intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia quando fu abitata dai Greci», corredata di esempj che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell'italiano.
13. Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa; tante sono le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi giambi trimetri, cioè di sei piedi, nei quali la sola regola che quasi sempre egli osserva è di finire con un giambo.14. Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire d'un personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un figlio, trovava giustificazione fra gli antichi dall'abitudine di esporre i bambini e ridurre schiavi i prigioni di guerra, dalle frequenti rapine de' corsari, e dalle scarse comunicazioni fra' paesi. Quanto agli a parte e alla doppia azione, restavano meno sconci per la vastità dei teatri, e perchè la scena per lo più rappresentava una piazza, cui molte strade metteano capo.
Di Terenzio cantava Cesare:
Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,
Poneris, et merito, puri sermonis amator;
Lenibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis,
Comica ut æquato virtus polleret honore