La rivoluzione è l'espressione storica della evoluzione: dato un assetto di popolo, di religione, di sistema scientifico, che non sia più corrispondente alle nuove condizioni, ai nuovi resultati politici, ecc., essa li cambia col minimo degli attriti e col massimo del successo, per cui le sommosse e le sedizioni che provoca, se pure ne sono una parte necessaria, sono appena avvertite e svampano appena comparse: è la rottura del guscio del pulcino maturo.
Uno dei suoi caratteri distintivi, dunque, è il successo, che può raggiungersi presto o tardi, secondo che sia più maturo o no l'embrione e secondo che sieno i popoli e i tempi adatti alla evoluzione.
Un altro carattere è il suo moto lento e graduato, altra ragione questa del successo, perchè allora è tollerato e subìto senza scosse; malgrado, non di rado, una certa violenza vi appaia necessaria contro i partigiani del vecchio che si trovano sempre, per quanto grandi siano le ragioni del nuovo: e ciò sempre per l'universalità del misoneismo e della legge di inerzia.
Le rivoluzioni sono più o meno diffuse, generali e seguite da tutto un paese; le sommosse sono sempre parziali, opera di un gruppo limitato di caste o d'individui; alle prime non prendono parte quasi mai i ceti elevati, ben inteso quando essi non sieno presi di mira dagli altri per livellarsi con loro.
Le sedizioni rispondono a cause poco importanti, non di rado locali o personali, spesso in rapporto all'imitazione, all'alcool, al clima, e durano di una vita tanto più corta, quanto più vivace. Come non mirano ad altri ideali, così non raggiungono uno scopo o lo raggiungono contrario al benessere generale e sono frequenti in popoli meno progrediti: esempi il Messico, San Domingo, le piccole repubbliche medioevali, e or non è molto, quelle dell'America meridionale; come nei ceti meno colti e nel sesso più debole — e assai più vi partecipano i criminali che gli onesti.
Le rivoluzioni invece appaiono sempre di raro, mai nei popoli poco progrediti, e sempre per cause assai gravi o per alti ideali; vi prendono parte più gli uomini appassionati, cioè i rei per passione od i genii che i criminali.
Così è che se le ribellioni cessano colla morte dei capi, le rivoluzioni ne hanno spesso, invece, incremento (Cristo): e benchè gli inizii ne siano il più delle volte poco favorevoli, finiscono quasi sempre per trionfare, all'inverso delle rivolte, vincitrici invece solo sul principio.
Questo succede anche quando si tratti di popoli deboli opposti a forti, come in Grecia, nei Paesi Bassi, a Milano nel 1848, e nell'impresa dei Mille. Che se sulle prime tali rivoluzioni sembrano fallire, esse danno luogo a un lento lavorìo che finisce col farle trionfare: così il partito popolano di Roma represso da Silla, trionfò con Cesare; a Firenze, i Ciompi, sconfitti, finirono col prevalere coi Medici; nei tempi moderni i moti rivoluzionari del '48 e '49 dell'Ungheria e dell'Italia, debellati crudelmente dapprima, le condussero alla conquista della indipendenza politica.
Ma se il terreno non sia preparato e sia troppa la distanza fra il precursore e la massa del pubblico, la sua voce resta inascoltata e non si ha allora che una sedizione, l'aborto della rivoluzione, la convulsione piuttosto che il moto normale, e quindi, come quella, è prova di malattia e di indebolimento. E ben l'esprime Dante parlando della sediziosa Firenze:
“Quante volte del tempo che rimembre