Egli estese questo studio sull'eredità morbosa sopra famiglie in cui uno almeno dei membri era affetto da tubercolosi o da sifilide o da alcoolismo o da alienazione mentale o da altra nevrosi: e trovò che quello dei genitori che era malato, specialmente se era il padre, mostrava una tendenza maggiore a trasmettere il proprio sesso e prevalentemente ai figli malati: tutto ciò poi specialmente quando i genitori erano nevropatici, perchè quelli tisici presentavano il rapporto inverso (non può dir nulla di altrettanto certo a proposito dei genitori alcoolisti). Dividendo poi i malati neuropatici in malati organici e funzionali trovò che dal padre neuropatico nascon figli con nevrosi solo funzionale. L'eredità morbosa è quindi progressiva nel padre, regressiva nella madre. Lo stato morboso del padre tende a rinvigorirsi nei figli, specie nelle femmine; nelle madri invece s'indebolisce, sopratutto riguardo alle figlie. Quanto alla rassomiglianza, nelle famiglie malate essa presenta una prevalenza verso il padre, specie pei figli sani, sopratutto se maschi, mentre la somiglianza dei figli malati segue in genere fedelmente la distribuzione sopra accennata.
L'eredità morbosa dipende quindi da due fattori: il sesso del genitore malato e l'intensità dello stato morboso. I maschi ereditano da ambedue i genitori una maggior dose di eredità morbosa, ed hanno poi la tendenza a trasformare l'eredità funzionale in organica, mentre le femmine mostrano la tendenza opposta. Quest'influenza dei figli nell'assimilazione dello stato morboso, chiamato opportunamente da lui eredità passiva (per contrapposto alla eredità attiva, che sarebbe quella dei parenti), è pur'essa in stretto rapporto col sesso ed ha per ciascuno uno speciale carattere.
Concludendo: il tipo di sviluppo dell'organismo è costantemente fissato dall'eredità, nel dominio della quale entra pure il fenomeno della sessualità. I figli stessi hanno una funzione notevole nella manifestazione dell'eredità, in quanto che possono accettare più o meno attivamente la trasmissione dei caratteri ereditarii. L'eredità non si realizza a un momento dato e una volta per tutta la vita: essa si trova allo stato latente e si manifesta gradatamente durante tutto il periodo dello sviluppo. Ciò che si trasmette per eredità: sesso, costituzione, ecc., è soggetto alle leggi generali dell'eredità; così la manifestazione dell'eredità di una parte dell'organismo segue il corso generale di sviluppo di questa parte e raggiunge un valore massimo quando quest'organo si trova nella fase di sviluppo più energica. Fra le condizioni interne che più influiscono sulla manifestazione della eredità si deve annoverare il funzionamento, a cui probabilmente si riducono tutti gli altri fattori esterni. L'antagonismo fra l'influenza del padre, che favorisce la variabilità e l'individualità, e quella della madre, che tende a conservare il tipo medio, si può già rilevare nell'origine del sesso sotto forma di periodicità che tende ad uguagliare la distribuzione dei sessi. Lo stesso principio vale per l'eredità morbosa che la madre attenua sempre, riducendo di grado la propria e combattendo energicamente quella del padre. I figli poi si distinguono, nell'ufficio che hanno nell'eredità, nello stesso senso dei parenti di sesso corrispondente.
Di tutte le nevrosi però, la più degenerativa, la più tipica, anzi pei caratteri degenerativi è certo, dopo la geniale e la cretinica, la criminosa; e per questo giova ben ricordare quel carattere tipico datoci dalla storia degli Juke della gran fecondità che si associa a gran morti-natalità, e infine alla sterilità completa come appunto nella discendenza dei mostri o degli accoppiamenti tra specie poco affini. Anche il Penta che vide quasi tutte le principali anomalie somatiche che man mano si scopersero nel reo-nato, intravvide pure questa dell'inutile fecondità.
Su 104 fratelli di rei, da lui studiati, 70 erano morti in tenera età; su 100 parenti di rei la fecondità era esagerata in 53, scarsa in 23; su 46 rei in 10 era esagerata, in 31 scarsa.
CAPITOLO XIII. Età—Precocità.
Età. Precocità.—L'influenza dell'età sul delitto offre una delle poche linee spiccate che lo differenzino dalla pazzia. Chi confronta la seguente tabella, costrutta su un numero presso a poco eguale d'individui pazzi, delinquenti e sani, vede subito come la cifra maggiore dei delinquenti si raccoglie fra i 20 ed i 30 anni, età in cui più scarsa è la cifra dei liberi, ed anche dei pazzi, che invece eccedono tra i 30 ed i 40.
| ITALIANI | INGLESI | AUSTRIACI | |||
| ETÀ | |||||
| Sopra 20.011 liberi | Sopra 20.011 pazzi | Sopra 26.590 rei | Sopra 23.768 rei | Sopra 12.788 rei | |
| 43,55 | 6,18 | 12,9 | 25,10 | 10,4 | Dalla nascita a 20 anni |
| 17,01 | 2,34 | 45,7 | 42,40 | 42,6 | da 20 a 30 |
| 14,32 | 26,21 | 28,8 | 16,80 | 27,07 | da 30 a 40 |
| 10,67 | 22,91 | 11,6 | 8,40 | 12,1 | da 40 a 50 |
| 7,89 | 14,02 | 3,8 | 4,20 | 5,9 | da 50 a 60 |
| 6,56[138] | 9,34 | 0,9[139] | 2,0[140] | 1,24[141] | da 60 in su |
E mentre gli alienati, dai 40 anni in poi, offrono una quota notevole, il doppio o più, dei liberi e dei rei, questi ultimi dopo i 40 anni dànno cifre minori; anzi dai 50 in giù, pressochè la metà, e anche meno, degli uni e degli altri.
Con confronti ancora più minuti si ha che la cifra massima della delinquenza oscilla fra i 15 ed i 25 anni; ora in Inghilterra che la quota dei rei giovani di 12 ai 21 anno vi va diminuendo, vi sta ancora in confronto agli onesti, come 22 a 45[142], mentre da 50 in giù stanvi come 23,5 a 24,8.