Gli eccessi della ricchezza, dannosi sempre, devono venir ovviati colla partecipazione dei lavoratori negli utili, colle tasse progressive, specie sui testamenti che gravino od anche annullino le eredità nei parenti lontani; e che devolvano allo Stato e agl'invalidi il massimo dei guadagni dei giuochi d'azzardo e di borsa.

Allo stesso modo che abbiamo fatto un passo così grande nella espropriazione e suddivisione della proprietà coll'abolizione dei benefici ecclesiastici, e dei maggioraschi (e anche allora parve il finimondo), così credo che senza gravi turbamenti si potrebbe provocarne una maggiore suddivisione con quelle tasse. E se veramente i grandi latifondi, quali quelli della campagna Romana e Sicula, assicurando la ricchezza di pochi, perpetuano la miseria e la malattia di moltissimi, non vedo quale difficoltà vi debba essere a quella espropriazione forzata in favore dello Stato, che, se si trattasse di un'inutile o dannosa fortezza, nessuno troverebbe strana o violenta: nè vedo che difficoltà s'opponga almeno al mutamento dei più perniciosi contratti agrari, e alla più ampia cointeressanza negli utili dei contadini; e già questo è venuto in mente a molti nostri eminenti politici, niente rivoluzionari, come Jacini, ecc. E perchè ciò non si potrà fare anche per gli zolfi in Sicilia, pei marmi in Lunigiana? E se la carestia del carbone è uno degli ostacoli maggiori allo espandersi di certe industrie in Italia, non vedo perchè non dovrebbe il paese spendere, ad agevolare il trasporto a distanza delle forze idrauliche, di cui abbondiamo, almeno un centesimo di quelle somme ch'egli sperpera stolidamente in lussi soldateschi o cortigiani.

In Inghilterra non occorse a ciò neppure la formola socialistica: quell'unico Governo savio che abbia l'Europa, nella questione Irlandese prima, nella operaia poi (questione dei minatori, degli scaricatori di carbone), colla libertà completa degli scioperi, colla concessione spontanea delle otto ore in tutti gli opifici governativi, cogli accordi arbitrali in cui i padroni ed operai avevano pari voti, prevenne ogni eccesso delle opposte classi, e va ora, auspice un vero Lord (Lord Rosebery), accostandosi alla completa soluzione della questione sociale senza scosse nè violenze. Ed è là che l'anarchia è completamente impotente e senza presa, disprezzata da quelli stessi a cui vorrebbe portare soccorso, e che comprendono non sarebbe loro che di puro danno.

Noi dobbiamo rammentare il detto del grande Cavour: «O le alte classi si occuperanno delle classi diseredate, o la guerra civile sarà inevitabile«.

Perchè permettiamo che il contadino dell'Alta Italia continui a mangiare un pane avvelenato che produce la pellagra,—quando le leggi che applichiamo sì bene in città ci darebbero il modo di vietarlo?—Perchè permettiamo che il miasma febbrigeno dei campi lo uccida, quando una spesa leggiera in opportuni ricoveri e una facile rivendita del chinino lo salverebbero? Perchè permettiamo, nel Gargano e nella Sardegna, che popolazioni intere dimorino in caverne sotto terra come ai primi tempi dell'umanità, e si dilaniino per la rivendicazione delle terre comunali?

Testè il procuratore del Re a Lucera diceva: «A far diminuire i reati sul Gargano, ad impedire gli ammutinamenti popolari in Montesantangelo, ove il popolo in più migliaia corse le vie gridando:—Abbasso il Municipio!—a prevenire novelle invasioni popolari sul lago di Lesina e Carpino e Castelluccio, che già diedero origine a molti processi, con centinaia d'imputati, occorre procedere alla rivendicazione dei demanii ed alla quotizzazione suggerita a piccoli lotti dei patrimonii comunali», o meglio devonsi assistere i lavoratori, favorendone le associazioni, così che possano aver una mercede rimunerativa dei lavori e trovare nella cooperazione mezzi per resistere ai disastri agrari ed iniziare colture più intensive e più adatte ai mercati quando le colture solite vengono svalutate dalla concorrenza estera—come fa la Liguria che cava dai fiori ed olivi guadagni che il grano non poteva più dare.

Siccome una grande causa della miseria degli operai è il diminuito consumo in confronto all'eccesso di produzione, d'onde un decremento necessario nei salari, fenomeni che andranno sempre più innanzi per la concorrenza sui mercati del Giappone, China, America, così noi dobbiamo favorire l'assorbimento della produzione facilitando il consumo al maggior numero col diminuire i dazi, le dogane, sopratutto le tasse indirette che ci opprimono più che in ogni altra parte del mondo.

«Mentre in tutto il mondo civile le farine, le carni, il sale, o non sono gravati o lo sono insensibilmente, in Italia sopportano un peso di quasi duecento milioni. In Inghilterra non esiste alcun dazio sulle materie alimentarie. L'operaio in Francia non paga che novanta centesimi pel sale. In Italia ogni cittadino paga oltre sette lire di gabella sul sale, sul pane e sulle carni, e più pei fabbricati. In Bologna, p. e., l'imposta sui fabbricati raggiunge il 41%» (Pepoli, Journ. des Économ., 1878).

Bisognerà, dunque, abbassare le imposte che più colpiscono le industrie, e ne impediscono lo sviluppo, e che gravano sui poveri, e sostituirvene di tali che meno danneggino la salute, ed anzi ritemprino la morale, come quelle sugli alcoolici e sul tabacco, le quali non saranno risentite che dai viziosi, e dai ricchi; e cavarne le economie (Journ. des Économ.) dalla diminuzione delle armate di terra e di mare, che oltre ad esser improduttive sono anche, come vedemmo, veri centri criminali (v. s.).

Siccome una grande causa della miseria e dei delitti è l'eccesso della popolazione, dobbiamo organizzare e dirigere saviamente l'emigrazione dalle terre più popolate alle meno d'Italia.