D. Bosco.—Da noi la carità è veramente meravigliosa solo quando s'incarna in un santo che sia ad un tempo un gran cuore ed una mente lucida, come avvenne in questi ultimi tempi nel giustamente celebrato Don Bosco.
Don Bosco[241] fu a 26 anni, nel 1841, nel convitto di S. Francesco d'Assisi; sotto la guida di don Cafasso, visitando le carceri di Torino, cominciò ad interessarsi della sorte dei giovani delinquenti, a riflettere che se in tempo si fosse presa cura di loro, almeno una parte di essi avrebbe potuto essere salvata, e a pensare che questo deve essere un altissimo ufficio per la religione e per la società. Fin d'allora egli raccolse in quel convitto non soltanto i giovanetti più pericolanti, ma anche quelli di buona condotta e già istrutti, che nel 1842 sommavano già a 20 (scalpellini, stuccatori, selciatori, e sopratutto muratori). Quando sapeva che qualcuno era disimpiegato, o stava presso un cattivo padrone, si adoperava per affidarlo a padrone onesto, e visitavalo in mezzo ai lavori, nelle officine e nelle fabbriche, volgendo una parola ad uno, una domanda ad un altro, facendo un regalo a quello, e lasciando tutti contentissimi, anche i padroni presso i quali i ragazzi lavoravano. Un giorno, in un negozio, uno di questi ultimi, vedendo passare D. Bosco, corre per andarlo a riverire, ma dà di capo nella vetrata e la fa a pezzi:—Che cosa hai fatto? gli domanda D. Bosco.—Ho veduto lei a passare, risponde, e pel gran desiderio di riverirla, non ho più badato che doveva aprire la vetrina.—Ebbene la pagherò io.—No, disse il padrone; il buon cuore di questo fanciullo e la carità di D. Bosco non devono soffrirne. —Questo aneddoto dà la misura di quanto il geniale sacerdote fosse amato dai giovani e rispettato dai padroni.
Terminato il corso di studi a S. Francesco d'Assisi, D. Bosco non potè più raccogliervi i giovinetti, e dovette continuamente emigrare di luogo in luogo, sempre licenziato, subendo ogni sorta di amarezze; si tacciò l'opera sua di immorale, di turbolenta, lo si accusò di avere scopi politici; perfino i suoi colleghi lo facevano passare per pazzo.
D. Bosco si recava spesso alla Generala, casa di correzione per giovani discoli, e si intratteneva con essi amichevolmente; un giorno egli chiese al direttore che gli permettesse di farli uscir tutti per qualche ora e condurli a Stupinigi. Ne fu riferito al Ministro Urbano Rattazzi che, pur acconsentendo, voleva mandare dei carabinieri travestiti per aiutarlo in caso di bisogno, e colla forza mantenere l'ordine. Ma D. Bosco rispose che avrebbe messo in atto il suo disegno, solo alla condizione che potesse rimanere tutto solo coi suoi giovani. E come D. Bosco volle, fu fatto. Preparati convenientemente i giovani, la loro condotta fa inappuntabile, e al ritorno nessuno mancò all'appello.
È notevole, perchè rivela la condotta dei convertiti, che quando D. Bosco domandò ai giovani se poteva fidarsi di loro, i più adulti rispondevano: «Se mai qualcuno cercasse di fuggire, gli correrò dietro e lo squarterò come un pollo; ma io con una pietra spaccherò la testa a chiunque le desse un dispiacere;... non verrà più a casa vivo quel furfante che disonorasse la nostra partita».
Nel 1850 fondò la Società di Mutuo Soccorso, allo scopo di prestare soccorso ai compagni che cadessero infermi, o si trovassero nel bisogno perchè involontariamente privi di lavoro. Ciascun socio paga un soldo ogni domenica, e non può godere dei vantaggi della Società che 6 mesi dopo la sua accettazione, salvo che paghi subito all'entrata L. 1,50, e non sia allora nè infermo nè disoccupato. Il soccorso per ciascun ammalato è di 80 cent. al giorno.
Un'altra prova della bontà dei risultati ottenuti si ebbe nel 1854, quando il colèra scoppiò in Torino; riusciva allora difficilissimo trovare delle persone che volessero prestarsi a servire gli ammalati nei lazzaretti e nelle case private. Don Bosco trovò tra i suoi giovani facilmente 44 volontari che egli istruì intorno a quello che dovevano fare. E l'opera prestata da loro fu utilissima.
Una sera nel 1847, vicino al corso Valdocco, si trovò circondato da una ventina di giovinastri, che lo beffeggiavano. Don Bosco non si perdette d'animo, e quando questi per burla gli proposero di pagar loro una pinta—Volentieri, ma voglio bere anch'io. E mantenne la parola. Ma quando li vide alquanto esilarati, e fattisi più mansueti, egli disse loro: Ora voi dovete farmi un piacere: domenica dovete venire con me all'Oratorio, e quelli che adesso non sanno dove andare a dormire, vengano con me. Dieci o dodici lo seguirono; giunti all'Oratorio, li condusse al fienile, diede a ciascuno un lenzuolo ed una coperta. Al mattino appena giorno, esce di camera per vedere i suoi giovinotti; ma essi se l'erano svignata, portando via lenzuola e coperte, per andarli a vendere. Il primo tentativo d'un Ospizio andava dunque fallito. Ma presentatosi più tardi in una sera piovosa un giovinetto a chiedere ricovero, egli, aiutato dalla madre, raccolse alcune teste di mattoni, ne fece quattro pilastrini in mezzo alla cucina, vi adagiò due o tre assi, vi sovrappose un pagliericcio con due lenzuola ed una coperta. Questo fu il primo letto e il primo dormitorio dell'Ospizio Salesiano, che contiene oggidì circa mille ricoverati, diviso in quaranta e più cameroni: più tardi Don Bosco affittò, poi adattandola, una tettoia prolungata a piano inclinato, sicchè da un lato aveva poco più di un metro di altezza, e una striscia di terreno vicino per la ricreazione, e qui ricoverò i primi giovanetti (1845).
Negli stabilimenti di D. Bosco vengono ricoverati i giovinetti di ogni classe, compresi gli abbandonati, non i viziosi e condannati. Malgrado ciò, D. Bosco stesso riteneva che 1⁄15 dei suoi giovani fossero di indole cattiva. I Salesiani ritengono che il sistema della casa eserciti una benefica influenza anche su di essi; ed è possibile, ma non poterono fornirmene una prova diretta. Anzi mi dichiararono che respingono gli incorreggibili e così i corrigendi che raggiungano già i 14-15 anni e gli epilettici.
L'età in cui sono ammessi gli interni è per le scuole a 9 anni, pei laboratori a 12; gli esterni non sono ammessi nei laboratori. Rimangono negl'istituti gli studenti fino al termine delle scuole; gli artigiani fino a 18 anni, ma possono rimanere di più, se non hanno trovato lavoro in altro modo, o se vogliono farsi Salesiani.