Eppure qui sta uno dei punti più salienti del problema.

Un naturalista collocò in un acquario, divisi fra loro da un vetro, dei carpi e dei piccoli pesci che essi erano soliti mangiare; sulle prime si gettavano sul vetro per abboccarli, ma dopo, visti inutili i tentativi, cessarono. E dopo anche tolto il vetro, convissero senza attaccarli più. È l'abitudine che li fece divenire innocui se non innocenti. Così il cane coll'abitudine e coll'educazione finisce a non rubare.

È con questo metodo che si devono curare i criminali-nati, e non solo coi bagni e la ginnastica, e, peggio, colle punizioni feroci, che nulla possono sulle abitudini morali.

Quando si voglia far di istituti correzionali un luogo di cura, cosa difficile se non impossibile, dobbiamo lasciare da banda l'istruzione alfabetica, che riesce quasi sempre dannosa perchè facilita ai rei i mezzi di comunicazione, cui il reclusorio dovrebbe troncare, e fornisce nuove armi al delitto; al più si deve impartirla, al pari della ginnastica e come alcuni lavori obbligatorii senza scopo, per sviluppare quell'energia del corpo e della mente che manca quasi sempre in costoro, in cui suprema tendenza[258] è l'accidia; ben più ci conviene invece innestare in essi le cognizioni pratiche sui mestieri utili, sulla merciologia, sull'agraria, la fisica applicata, come si fa, per esempio, in Svizzera. A queste si alterneranno nozioni di disegno, di colorito. Ma più ancora della mente dobbiamo educare il sentimento; e qui bisogna ricordarsi che, come ben dice Sollohub, la virtù non si fabbrica artificialmente; che si ottiene molto più basandosi sugl'interessi e le passioni degli uomini che sulla loro logica; che l'uomo si può spogliare dell'esistenza ma non delle passioni; che tutti, anche i tristi, hanno bisogno di avere nella vita un interesse, uno scopo; ch'essi possono essere insensibili alle minacce, alle paure ed anche ai fisici dolori, ma non alla vanità, al bisogno di distinguersi sugli altri e più che tutto alla lusinga della liberazione; sono inutili, quindi, le prediche o le lezioni di astratta morale, bisogna invece interessarli nel bene, o con vantaggi materiali come la diminuzione graduale delle pene; o col far leva sulla vanità loro. Quindi i bei risultati che si ottennero coll'istituire una specie di decorazioni e coi punti di premio o di biasimo inscritti sull'album; col passaggio, a seconda dei meriti, in categorie privilegiate, che hanno, p. es., il permesso di portare barba od i comuni vestiti, di adornare la cella con piante o pitture; di ricevere visite, di lavorare a proprio vantaggio o della famiglia, in fino a quello, sospiratissimo, della temporaria libertà[259].

Ottenere la libertà è il sogno, la preoccupazione continua di costoro. Quando vedano una strada aperta, più sicura e possibile dell'evasione, vi si gettano subito; faranno il bene, solo per ottenerla, ma intanto lo faranno; e siccome i moti ripetuti diventano una seconda natura, potrebbe esser che vi si abituassero. Perciò, quindi, bisogna abolire il diritto di grazia che dà lusinga di ottenere l'uscita, non per i meriti propri, ma pei favori degli altri[260].

E bisogna (dice assai bene Despine) rilevare i rei ai loro propri occhi, far loro comprendere che possono riacquistare la stima del mondo, inspirare il bisogno di diventare onesti col mezzo di quelle stesse passioni, che se fossero lasciati a loro stessi li farebbero diventare peggiori. Despine, Elam, De Metz, Moutesinos, Brockway[261] calcolavano tanto sull'influenza del loro punto d'onore, da lasciarli quasi liberi al lavoro sulla parola, ed uomini feroci, cui 20 guardiani appena avrebbero bastato a frenare, non sognarono pur di fuggire o al caso ne furono impediti dai compagni.

Ferrus racconta come un ladro diventasse galantuomo, vedendosi affidata la guardaroba, a bella posta, dalla suora delle carceri.—Un condannato, ozioso, era insopportabile per l'eccessiva violenza; gli si dette la sorveglianza di un gruppo di condannati e divenne il più docile di tutti.

Un giorno un detenuto di Citeaux, condannato coi compagni a vuotare dei cessi, gettò la vanga imprecando contro il direttore Alberto Rey; questi, senza far motto, prese lo strumento e si mise a lavorare in sua vece; lo sciagurato, colpito da questa nobile lezione di morale applicata, riassunse, commosso, il lavoro e vi permase. Questi esempi ci mostrano ancor meglio la via, con cui noi possiamo curare ed educare costoro, cioè col fatto più che colla parola, colla morale in azione più che colla dottrina teorica.

Una disciplina energica, certo, è necessaria con essi, come in tutte o più che in tutte le comunioni d'uomini, tanto più che i castighi troppo tenui facendo minor effetto, si devono replicare e portano più danno dei pochi, ma energici, onde Auburn che conserva la frusta ha minor mortalità di Filadelfia che l'aboliva; ma l'esagerazione della forza, del vigore è forse più perniciosa che utile; il rigore li piega, non li corregge, li irrita e ne fa degli ipocriti.

Anche adulti i rei devonsi considerare come fanciulli[262], come malati morali, che si curano con dolcezza e con severità, ma più colla prima che colla seconda, perchè lo spirito vendicativo, la facile reagibilità fa loro credere ingiuste torture anche le più lievi punizioni, quindi anche il troppo rigore nel mantenere il silenzio si trovò riescire dannoso alla stessa morale.—Un vecchio detenuto diceva a Despine: «Quando ella chiudeva un occhio sulle nostre mancanze, si parlava di più, ma quasi sempre senza venir meno alla morale: ora si parla poco, ma si bestemmia e si cospira».