In Danimarca, quando si usava nelle carceri il massimo rigore, si contava un 30% di mancanze, ora, con leggi più miti, le infrazioni disciplinari discesero al 6%.
E giova accoppiare il sentimento della vanità a quello della giustizia, che come abbiam veduto (Vol. I) è in essi assai vivo quando non sia soffocato dalle men nobili passioni, con che si ottiene di mantenere la disciplina e raddoppiare il lavoro, e ciò: facendo giudici i detenuti delle mancanze dei compagni, dividendoli in piccoli gruppi (come usa Obermayer) che eleggono fra loro i propri sorveglianti e maestri, destandosi, così, uno spirito buono di cameratismo, e rendendosi possibile una dettagliata, individuale istruzione, la sola veramente proficua. Détroit, in America, diede il maggior numero di istrutti, perchè i 385 reclusi vi sono divisi in ventuna classi con 28 maestri, tutti, meno uno, condannati, notandovisi che i peggiori condannati sono i migliori maestri (Pears, Prisons and Reform, 1872) sicchè fino nei peggiori si può trovare uno strumento di miglioramento per gli altri.
Buono pure era il metodo di Despine di non infliggere punizioni se non dopo trascorso alcun tempo dalla commessa mancanza, per non mostrare di ispirarsi al bollore dell'ira; appena constatato il reato il detenuto era condotto al gabinetto di meditazione, e solo dopo un'ora entravano il maestro ed il direttore a mostrargli la pena portata dal regolamento; molte volte si trovò utile infliggere una pena ed un biasimo a tutto il gruppo di cui il colpevole formava parte; così usava, p. es., con vantaggio Obermayer.
Il lavoro deve essere la molla, il passatempo e lo scopo di ogni stabilimento carcerario, per suscitare l'assopita energia, per abituare ad una occupazione fruttuosa dopo la liberazione, come stromento di disciplina carceraria, e anche per risarcire lo Stato delle spese incontrate per loro[263]: ma siccome questo ultimo non deve essere l'unico scopo da raggiungere, non tutti i lavori più lucrosi possono attuarsi; noi dobbiamo, per le ragioni che sopra toccammo, evitare i lavori di ferraio, ottonaio, calcografo, fotografo, calligrafo, che preparerebbero le vie ad altri delitti. Dobbiamo preferire i lavori agricoli i quali ci diedero il minino delle mortalità nelle nostre statistiche e permettono ai dimessi un facile collocamento; quindi i lavori in paglia, sparto e cordame, in tipografia, in sartoria, in terra cotta, in pietra dura, e, solo da ultimo, i lavori di calzoleria, ebanista e falegname, pei quali si esigono ordigni che possono riuscire pericolosi. E sarà meglio scegliere, a preferenza, quei lavori in cui s'adoperino strumenti da taglio, commessi come nell'officina di castagne d'India della casa penale di Milano, solidamente ad ingranaggi non amovibili, ma meglio ancora i lavori che non esigono stromenti atti a ferire; e devo a questo proposito molta lode al cav. Costa pell'introdotta lavorazione delle scatole di zolfini, nelle torinesi carceri cellulari, che rende 36.000 lire all'anno allo Stato e dà un compenso che va da 15 a 75 centesimi all'operaio. A Noto si introdusse nelle case di pena il lavoro di corbe d'erba (tipha fluv.), che fu premiato più volte.
Ad ogni modo il lavoro deve essere proporzionato alle forze ed agli istinti del condannato, il quale se gracile e dapprima affatto ignaro, ha raggiunto il massimo degli sforzi, deve trovare un premio proporzionato, se non in moneta, almeno in diminuzione di pena, a quello che compensa i più forti e i più abili; gli è perciò che io credo doversi cancellare dall'organismo carcerario quel triste personaggio dell'impresaro, il quale naturalmente cerca proteggere solo i più abili, senza badare punto alla moralità, e che pure dispone in alcuni paesi perfino della grazia dei rei.
L'amore al lavoro conviene diffonderlo fra costoro, facendolo apparire come premio alla buona condotta, e sollievo alla noia del carcere: quindi non conviene imporlo sulle prime, ma lasciarlo chiedere, desiderare (Crofton), facendolo precedere da una più o meno lunga ed indeterminata detenzione cellulare. Perchè il lavoro riesca proficuo, e perchè si possa stabilire quello spirito di cameratismo e di emulazione su cui si fonda tanta parte della cura, passati i primi tempi, il sistema cellulare deve temperarsi, lasciando gli individui, nel giorno, insieme, divisi in piccoli gruppi a seconda delle necessità tecniche e delle condizioni del locale. Non bisogna però mai che il lavoro sia un pretesto od una causa a eccessivi vantaggi, in genere, peggio se individuali; Mareska attribuisce molte recidive ai privilegi concessi a certi scrivanelli del carcere (condannati scrivani); egli sentì uno di questi dire ad un nuovo venuto: «Sciocco, con un po' di scarabocchi, qui si sta meglio che fuori» (Des progrès de la Réforme, 1838, III), parole che ci ricordano i versi dei carcerati siciliani (vedi Vol. I) e che ci spiegano il fatto ammesso da molti direttori di carcere, che i peggiori birbi sono i più docili nelle carceri ed apparentemente i più ravveduti!
Don Bosco[264] ci ha tracciato una pratica psicologica per l'educazione dei piccoli discoli. «La categoria dei più è di coloro che hanno carattere ed indole ordinaria, ma volubile e proclive all'indifferenza; essi hanno bisogno di brevi ma frequenti raccomandazioni, avvisi e consigli, bisogna incoraggiarli al lavoro, anche con piccoli premi e dimostrando d'averne grande fiducia, senza trascurarne la sorveglianza. Ma gli sforzi e le sollecitudini devono essere in modo speciale rivolti alla categoria dei discepoli discoli. Il numero di costoro si può calcolare 1 su 15 ricoverati; il superiore si adoperi per conoscerli, s'informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico, li lasci parlare molto, ma egli parli poco e i suoi discorsi siano brevi esempi, massime, episodi e simili; e non li perda mai di vista, senza lasciar travedere diffidenza: nè trascuri qualche volta di cattivare i giovani con qualche colazione e con passeggiate. Il vizio che più si deve temere è la lubricità(?!); se un giovine vi si ostina, espellasi».
«... I maestri e gli assistenti, quando giungono tra i loro allievi, portino immediatamente l'occhio sopra i più discoli: accorgendosi che taluno sia assente lo faccia tosto cercare colla apparenza di avergli che dire o raccomandare. Qualora si dovessero biasimare non si faccia mai in presenza dei compagni. Si può nulladimeno approfittare di fatti, di episodii avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo, che vada a cadere sopra essi.
«... Il sistema repressivo potrà impedire disordini, ma difficilmente farà migliori gli animi. I giovani dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, difficilmente quelle degli educatori. Il sistema repressivo è poco faticoso, e può giovare nella milizia e in generale tra persone adulte ed assennate; ma migliore qui è il sistema preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto, e poi sorvegliarlo in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra loro l'occhio del Direttore e degli assistenti, che come padri amorosi li guidino ad ogni evento, li consiglino e ne prevengano le mancanze.
«I giovanetti non tengano oggetti di valore nè danaro impedendosi così il furto e i contratti, a cui hanno un grande tendenza essendo dei commercianti-nati.