«E valga il vero: Sedeva un giorno sul banco degli imputati un giovane pieno di vita, di mente svegliata. Dovea rispondere di furto di oggetti esposti alla fede pubblica, e per la terza volta del reato di contravvenzione alla sorveglianza speciale.

«Interrogato quale fosse la causa per cui aveva contravvenuto alla sorveglianza, rispose, la causa è di chi mi ha condannato, e fattosi ad un tratto il volto suo cosperso di colore, proruppe con voce più franca e più sonora in queste precise parole: «Sì, meglio lo dirò e lo ripeterò sempre, la causa è di coloro che mi hanno condannato alla sorveglianza per la quale mi trovo nella disperazione. Maledico a coloro che mi lasciarono in questo mondo, meglio sarebbe stato per me se non fossi nato, perchè non mi sarebbe toccata la sorte crudele o di morir di fame o di marcire (furono le sue parole) in carcere. Ma, soggiunse ancora, quello che ho fatto sarà poco a fronte di quello che sarò costretto di fare per liberarmi dalla sorveglianza e per non aver più nulla da fare o dire cogli agenti della P. S. ed assicurarmi il pane per tutta la vita». Il pane, a cui alludeva, era il pane del condannato, perchè altro più onorato non poteva ripromettersi sebbene di buona volontà, perchè nissuno lo voleva per lavorare, da taluno non solo rifiutato, ma con sdegno respinto, appunto perchè sottoposto alla sorveglianza della Pubblica Sicurezza» (Gallo, op. cit.).

«A me non resta che mettermi una corda al collo! diceva innanzi al Tribunale di Firenze uno sciagurato sottoposto alla sorveglianza, che era stato arrestato tre volte di seguito, negli stessi giorni in cui avea finito di espiare la pena. Solo nel mondo, senza parenti e senza amici, non avendo trovato, appena uscito di carcere la prima volta, ove posare il suo capo disgraziato, si era messo a dormire sotto la statua di Cosimo il vecchio... Dopo un momento fu condotto in prigione e processato e condannato perchè trovato fuori del proprio domicilio un'ora dopo il suono dell'Avemaria. Finita la pena, appena uscito dalle carceri s'incontrò a caso con uno che in esse aveva conosciuto e si unì a lui per andare in cerca di lavoro; fu carcerato, processato e condannato per essersi trovato insieme ad un individuo sospetto. Finita anche questa volta la pena, s'incamminò fuori di porta romana, essendo stato assicurato che colà poteva trovar del lavoro, ma non conoscendo bene in qual punto preciso terminava il comune di Firenze, per ignoranza passò il Rubicone... e fu tratto a prigione, processato e condannato per avere oltrepassato la circoscrizione del territorio assegnatogli...» (Curcio, op. cit.).

Noi trovammo alle carceri di Torino un certo Biumi arrestato 11 volte in 6 mesi per mancanza alla sorveglianza che finse di rubare per potersi far condannare definitivamente e sottrarsi alle noie della sorveglianza, ecc., «e appena fuori, finito il mio tempo, o mi terranno qui o fingerò di nuovo, perchè io preferisco una dimora continua qui, che una a sbalzi».

«Che serietà vi presenta una legge che obbliga perfino a fingere di commettere reati, e che mette i funzionari di pubblica sicurezza in questa crudele posizione, che tante volte scongiurati da quei disgraziati pregiudicati, perchè li aiutino a trovare del lavoro, debbano denunziare la contravvenzione a carico di quelli stessi perchè poi non l'han trovato!» (Curcio).

«Che serietà vi presenta una legge la quale mette i funzionari di P. S. in condizioni di non poter dir nulla a cinquanta o sessanta individui se li trovano tutti a dormire nella stessa locanda, quando tutti hanno dichiarato regolarmente che era quello il loro domicilio; ed intanto, se ne trovano due insieme per la strada, in pieno meriggio, li debbono arrestare perchè le persone pregiudicate non possono unirsi tra di loro?» (Curcio).

In grazia del sistema vigente si toglie ogni sentimento di umanità, e si fa spreco di funzionarii e di quattrini per far entrare ed uscir di prigione le persone pregiudicate. Le quali perdono qualunque buona attitudine, la forza della rassegnazione, si demoralizzano affatto. Con questo sistema si lavora a demolire la serietà della giustizia che deve condannar persone che avessero anche fatti tutti i passi per procurarsi lavoro (Curcio, op. cit.).

L'ingiustizia delle ammonizioni è evidente in teorica, dipendendo dal solo arbitrio personale dei pretori, che pure sono considerati come i meno degni di sì alta responsabilità di tutto il corpo giudiziario; e che sia tale anche in pratica lo dimostra il largheggiare in alcune provincie, come Venezia che ne aveva 14.231 nel 77 (Rivista penale, 1878), senza che il crimine vi si notasse in numero straordinario, mentre Potenza ne aveva solo 1306 e Catanzaro 1183, e lo dimostra la sproporzione fra le revoche delle ammonizioni, 1 su 7 a Milano, 1 su 16 a Catanzaro ed infine i pareri diversi sulle revoche e sulle eleggibilità degli ammoniti non solo dei Procuratori del Re, ma delle varie Corti di Cassazione.

I nemici, come ben dice Machiavelli, si devono o vezzeggiare o spegnere, ma qui non si fa nè l'uno nè l'altro,—si irritano.