Un tal Pezza venne a Torino riconosciuto reo di truffa e di falso, ma nello stesso tempo si dichiarò che aveva agito in uno stato di semi-idiotismo (un reo di falso!).
Nessuna garanzia si ha sull'incorruttibilità del giurato che non avendo da rispondere ad alcuno e nulla da perdere nelle assoluzioni, spesso mette a baratto pubblicamente la giustizia, come mostrano le frequenti assoluzioni dei rei confessi di concussioni.
Il giurì, anzi, è per sè stesso una causa della corruzione popolare. Il prefetto Borghetti (Relazione della giunta per l'inchiesta sulle condizioni della Sicilia) nota come molti onesti campagnuoli si corrompano entrando fra i giurati; e il giurì, soggiunge, è l'arena ove la mafia ama dar le prove della sua bravura.
Nella Relazione Cantelli s. c. è riferito per bocca di un deputato, come un giurato si dolesse perchè un dato processo non avesse fruttato alcuna somma ai membri del giurì.
E l'ingiustizia verso i poveri che da questa corruzione deriva, offre una grande incentiva alla immoralità, poichè l'imputato povero, vedendo che la giustizia è tutt'altro che uguale per tutti, si crede quasi autorizzato a ricattarsi sulla società che lo condanna, e ritenerla ingiusta, anche quando, per istrano caso, nol sia.
A chi sostenesse i giurati per l'indipendenza dal Governo, noi ricorderemo averci gli esempi dell'Inghilterra mostrato che i giurati cambiarono parere spesso secondo la volontà del Governo: ma che ci avrebbe questo a fare quando non si tratti più di delitti politici, ma di delitti comuni?—E non è anzi vero che mentre il Governo può restare estraneo all'assoluzione o no di un delitto, non vi rimane l'opinione pubblica tante volte artatamente artificiata dagli offesi o dai difensori e alla quale i più onesti giurati sono schiavi involontari? E qual peggior tirannia del resto dell'ignoranza? Manfredi, procuratore di Cagliari, 1877, ci narra, come una delle cause delle assoluzioni meno giustificate dei giurati fosse che molti fra questi ponevano scheda bianca, credendo con ciò declinare ogni propria responsabilità così in favore che contro il reo: ed intanto senza saperlo assolvevano; altrettanto osservò Sighele per Milano e Vanzina per Vercelli.
Il giurì, scrive il Pironti, spesso assolse i ladri del pubblico denaro per fare una protesta contro il Governo (Resoc. di Pironti, 1862), od assolse il reo perchè era prode militare. Ed intanto, aggiungo io, coll'eccessiva mitezza verso i rei di sangue fomentò nuovi delitti; sicchè si comprende come in un ferimento a Domodossola un amico dicesse al feritore: Uccidilo, non ferirlo, perchè così andrai all'Assise; ferendolo andresti al Tribunale (Eco giudiziario, 1878, pag. 98).
Lasciare all'istinto popolare, al sentimento predominante del momento il decidere di un fatto in cui anzi tutto occorre spogliarsi del sentimento, non è egli agire in linea diametralmente opposta alla giustizia?
E che dire degli errori del giurì dipendenti perfino dal caso che nessuno potrebbe prevedere, come nel fatto accaduto del Galletti a Brescia (Rivista penale, 1874), in cui uno scarabocchio prodotto dall'inchiostro sopra il sì di un giurato fu causa dell'assoluzione completa di un uomo che doveva essere condannato a morte? Il semplice caso, oppure l'effetto diretto dell'ignoranza si sostituì ai pretesi criteri infallibili della giustizia.
Nè ci si opponga per giustificare il giurì le necessità di ammodernare, come tante altre istituzioni, anche quella della giustizia; il giurì, che era rudimentalmente adottato ai tempi delle XII tavole[295] e delle gerichte germaniche, è tanto moderno quanto lo sono le cremazioni, pretese innovazioni dei pseudoigienisti moderni—e che erano già vecchie ai tempi di Omero!—Ed è altrettanto opportuno in pratica.