Danni speciali dell'istruzione.—Gli è certo che la scuola non è un centro di moralità. È giusto quanto predica ai borghesi istrutti Joly: «Voi contate sulla scuola per supplire alla lacuna ed assenza dei genitori—che devono accudire i loro lavori o che non sanno e non possono fare il loro dovere—e poi contate sulla famiglia per supplire alla lacuna morale della scuola. Ma mentre uno attende tutto dall'altro tutti e due vi vengono meno».
E fin l'istruzione superiore che si appresta, almeno a noi Latini, fra cui il delitto è in aumento, aumenta spesso invece di medicare le piaghe: viviamo in un'epoca in cui i giorni son anni e gli anni secoli, e vogliamo far vivere i giovani in un'atmosfera di migliaia d'anni fa.
Non hanno nemmeno gli ingegni più forti tempo che basti per abbracciare quella parte di scibile che è necessaria a tutti (come la storia naturale, l'igiene, le lingue vive, la statistica, ecc.) e vogliamo che la consumino per imparare a balbettare malamente delle lingue e delle scienze morte: e tuttociò: per... raffinarci il buon gusto, mentre tutti noi troveremmo ridicolo che si insegnasse per dieci o dodici anni a fare dei fiori o dei solfeggi?
La fiumana della vita moderna, tutta impregnata di fatti, ci passa avanti, e noi non ce ne avvediamo.
Quanto dovranno sorridere i nostri nipoti pensando che migliaia e migliaia di uomini hanno creduto sul serio che qualche frammento di classico, studiato sbadigliando e per forza, e dimenticato più facilmente che non appreso, e peggio ancora, le aride regole grammaticali di una lingua antica, siansi credute lo strumento più prezioso per acuire l'ingegno ed il carattere del giovane, più che non l'esposizione dei fatti che più lo dovrebbero interessare e più della ragione dei fatti stessi. Ma intanto si fabbricano generazioni, il cui cervello s'imbeve, per molto tempo, solo della forma e non della sostanza, anzi, più che della forma (che almeno potrebbe tradursi in qualche capolavoro estetico) di un'adorazione feticcia di quella, e tanto più inesatta, tanto più sterile e cieca, quanto maggiore fu il tempo che inutilmente vi si consumava.
E quando crediamo di avere ingoffati a sufficienza quei poveri cervelli di questa classica stoppa, li rinzeppiamo, per soprassello, di vacuità metafisiche od archeologiche.
Da ciò l'incapacità di capire il nostro tempo, da ciò l'esagerata importanza data a pezzi di carta che si chiaman progetti di legge, da ciò la degenerazione del carattere.
Quella menzogna perpetua verniciata di retorica in cui viviamo, che ci rende la penultima delle nazioni latine, oltre che dall'imbeverci di una vita la quale non è la nostra, dipende dall'abito di correr dietro alla forma, al suono delle cose più che alla sostanza e dalla lunga abitudine, continuata per tanti anni della giovinezza, di ingannarci e ingannare gli altri nell'apprendimento di una lingua alla quale non ci interessiamo punto; di supplire alle inutili fatiche colle arti dell'adulazione, dei falsi. Poi l'abitudine fatta si estende alla vita di studente, di dottore, di deputato, di ministro.
Ecco perchè, mancando così di una solida base, il giovine si getta in braccio alla prima novazione, anche la più errata, la più discorde dai tempi, quando questa gli ricorda la male intravveduta antichità. Chi ne dubitasse, ricordi il classicismo dei rivoluzionari dell'89 e legga Vallès: Le bachelier et l'insurgé, e vedrà quanto contribuisca quell'educazione discorde dal tempo a farne uno spostato ed un ribelle.
E da quell'educazione dipende quell'adorazione della violenza che fu il punto di partenza di tutti i nostri rivoluzionari, da Cola da Rienzi fino a Robespierre.