«..... Tutta L'educazione classica, scrive Guglielmo Ferrero (Riforma sociale, 1894), che altro è se non una glorificazione continuata della violenza, in tutte le sue forme? che comincia dalla apoteosi degli assassinii commessi da Codro o da Aristogitone, per arrivare ai regicidi di Bruto. E tutta la storia del Medio Evo, e tutta la storia moderna, e la storia stessa del nostro risorgimento, come la insegnano oggi, quasi dovunque, che altro è se non la glorificazione, fatta da un punto di vista speciale, di atti brutali e violenti? Non ha forse potuto un poeta, che tutti considerano come il rappresentante morale dell'Italia nuova, scrivere tra gli applausi generali:

«Ferro e vino voglio io...

. . . . . . . . . . . .

Il ferro per uccidere i tiranni,

Il vin per celebrarne il funeral»?

«In questo punto, tanto il vizio è profondo, tutti i partiti sono d'accordo: i clericali grideranno urrah alla pugnalata di Ravaillac; i conservatori alle fucilazioni in massa dei comunardi del 1871; i repubblicani alle bombe di Orsini; ma tutti sono d'un pensiero, nel celebrare la santità della violenza, quando torna utile ad essi. Il nuovo eroe di questi ultimi anni del secolo non è nè un grande scienziato, nè un grande artista, ma Napoleone I.

«Chi può meravigliarsi, dopo ciò, se in una società così satura di violenza, la violenza scoppia fuori di tempo in tempo, da ogni parte, in lampi e tempeste? Non si può impunemente dichiarare santa la violenza, con il sottinteso che essa debba essere applicata solo in un modo determinato; presto o tardi arriva chi trasporta il Vangelo della forza da un credo politico ad un altro.

«L'istruzione ci favorisce dunque la simulazione e la violenza—peggio ci rende inerti ed inetti e quindi mendaci—o quel che è lo stesso politicamente malvagi».

Son lieto di essere in questa stato preceduto dal grande maestro mio Taine in queste sue ultime pagine quasi monito sacro alle nostre razze latine così tenaci e gloriose di quello che è la massima loro ruina.

«La vera istruzione, la vera educazione, scrive Taine[96], si ha al contatto delle cose, alle innumerevoli impressioni sensibili e che l'uomo riceve tutto il giorno nel laboratorio, nella miniera, nel tribunale, nell'ospedale, davanti agli strumenti, al materiale, che entrano per gli orecchi, pel naso, per l'odorato, e che sordamente elaborate, si organizzano in lui per suggerirgli prima o dopo una combinazione nuova, una semplificazione, un'economia, un perfezionamento, un'invenzione. Di tutti questi contatti preziosi, di tutti questi elementi assimilabili e indispensabili, il giovane francese è privato, e appunto nell'età più feconda. Per 7 o 8 anni è chiuso in una scuola, lontano dall'esperienza personale, che gli avrebbe data una nozione giusta e reale delle cose, degli uomini, e della maniera di armeggiarsi nella vita.