3º Gli omicidi aumentano e diminuiscono affatto indipendentemente dalle crisi, diminuendo da 2249 a 2023 durante la crisi del 1847; e aumentando da 1903 a 2158 durante quella del 1857.
4º Gli altri crimini quasi sempre scemano negli anni di crisi.
5º Invece i delitti e le contravvenzioni crescono sempre in corrispondenza delle crisi[103].
6. Disoccupati.—Parrebbe da questi dati che la disoccupazione dovrebbe influire notevolmente sulla criminalità, eppure l'influenza sua non è grande.
Nel South-Wales scarsissima apparve (Coghlan, o. c.) l'influenza della disoccupazione sulla criminalità degli operai.
Negli Stati Uniti degli omicidi, pei quali si potè aver questa notizia, 82% erano occupati quando commisero il delitto, e 18% soltanto erano senza impiego.
La proporzione degli omicidi disoccupati varia nelle diverse parti degli Stati Uniti, da 20% negli Stati del Nord, dove la popolazione è più densa, a 11% in quelli del Sud, dove prevale l'elemento agricolo, e tocca il massimo—41%—negli Stati occidentali, grazie alle crisi minerarie e alla emigrazione cinese; è meno intensa fra i neri, che pure prevalgono nella cifra degli omicidi (BOSCO, L'omicidio negli Stati Uniti d'America, 1895).
Sembra quindi che la disoccupazione non sia una causa prevalente dei reati di sangue[104]; ciò che non contraddice, però, al fatto che i più dei rei non hanno quasi mai un mestiere stabile: ma essi non l'hanno perchè non l'ebbero mai e non vogliono averlo—mentre i disoccupati l'ebbero e lo perdettero per circostanze da loro affatto indipendenti o quasi, se si eccettuano gli scioperi. Wright (nell'opuscolo The relations of economic conditions to the causes of crime, Philadelphia, 1891) pretende che nelle depressioni industriali tutti i delitti crescono, ma non ne dà la prova; quando dice che su 220 condannati del Massachusset 147 erano senza lavoro regolare e che il 68% dei rei non avevano occupazione, non fa che attestare, che i criminali non amano il lavoro assiduo e lo sfuggono, come meglio vedremo poi.
7. Giornate di salario.—Forse un criterio migliore è dato dalle giornate di salario equivalenti al costo annuale degli alimenti di un individuo, il che però rasenta di molto quello studio che abbiam già fatto nell'alimentazione (Vedi Tav. pag. 153)[105].