Lo Stampa racconta come una volta parve al Manzoni che il suo maestro di tedesco, certo Ekerlin, fosse caduto in deliquio durante la lezione; e che donna Giulia pregò quest'ultimo di astenersi dal frequentare il figlio, perché quello spettacolo ne aveva peggiorato lo stato nervoso. E a proposito del timore ond'era sempre assediato di svenire lontano di casa, lo Stampa, op. cit., osserva: "Il risvegliarsi da uno svenimento, col sentimento di esser stato fuor di sè, circondato da persone straniere che lo guardavano con un curioso interesse, era un accidente che sopra un temperamento veramente nervoso e convulso, dovea fare una brutta e profonda impressione."

Tutto questo non può spiegarsi[16], soprattutto a chi sappia che la vertigine quando non sia effetto di complicazioni gastriche o cardiache, è il fenomeno più costante dell'epilessia, specie dell'epilessia psichica[17], ch'è come una forma di accessi istero-epilettici. Aggiungasi che la più ispirata delle sue liriche, — il 5 maggio, — fu composta in un vero accesso di epilessia psichica. La notizia della morte di Napoleone I gli giunse il 17 Luglio a Brusuglio, mentre era nel giardino; si chiuse nel suo studio e scrisse in 2 giorni l'inno (V. Op. ined. e rare di A. Manzoni, Vol. I. — Avvert. p. 14 — edite dal Brambilla) mentre tutti i precedenti altri inni furono stentati per 6 od 8 mesi di seguito; "i famigliari dissero che in quel giorno pareva impazzito.., che dettò l'inno in soli 2 giorni di straordinaria irrequietudine, durante i quali faceva suonare continuamente al piano la sua signora qualunque aria, pur che non s'interrompesse"[18]. E lo stato spasmodico in cui era quando lo dettava è provato anche grafologicamente (v. s).

Capitolo II. Esame psicologico.

Amnesie. — A meglio fissare tale diagnosi, si aggiungono le singolari amnesie (altro fenomeno speciale all'epilessia) che in lui s'alternavano ad una meravigliosa memoria, sì da saper a mente quasi tutto Virgilio ed Orazio; e perciò erano assolutamente morbose. E qui le prove son numerose.

In mezzo ad una disputa di materia storica, gli viene in mente di guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume... postillato da lui stesso. "Ecco cos'è la mia memoria!" esclama poi ridendo.

Un'altra volta, spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al destinatario, a cui deve poi chiederne perdono[19].

Scrivendo al Fauriel gli accenna a un lavoro che egli avrebbe tra le mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran Turco, casca, dalle nuvole ed egli se ne scusa in questo modo:

"Je ne sais pourquoi je vous ai parlé des stoiciens, quand je savais très bien que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que je parle quelquefois comme un oison".

Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in ciò che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storiche premesse all'Adelchi, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio, con Carlo Magno, aveva scritto che: "le cronache di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno". Federico Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano "figlia di Desiderio" e che perciò erano identici. Il Manzoni ringraziò e promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato rimprovero a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi della sua "scapatagine" presso l'Odorici". (Bellezza o. c.)

Una volta, conversando con un amico, gli citò una sentenza che gli pareva bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. Sfido! gli disse l'amico: è vostra! (Dialogo dell'invenzione); egli restò confuso, corse al volume delle sue Opere Varie, e rispose un po' balbettando: "Quand'è così, la citazione non ha alcun valore." E mutò discorso. Nè questo è il solo né il più sorprendente esempio della sua davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva scritto. Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi del coro: "Dagli atri muscosi", ecc. egli disse non ricordare punto quei versi. Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente a Napoli la parte d'Ermengarda, gli diede il proprio ritratto; con sotto scritti alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari gli ricordavano che eran suoi; egli sostenne risolutamente di non averli mai scritti; finché dovette cedere alla evidenza: "quando gli additai (scrive Fabris) il luogo preciso della tragedia dove si trovavano. Un'altra volta lo trovai circondato da un mucchio di libri, e tutt'intento a cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente; e richiesto da lui se lo sapessi trovare, gl'indicai una delle sue opere, al che egli stentando a prestar fede, andò a cercare il volume, né si acquetò fino a che non gli ebbi mostrata la pagina". (Bellezza, o. c.)