Chi conosce il colorito terrifico religioso[21] frequente nell'epilessia, la sua facilità a polarizzare gli animi di chi ne sia colpito nelle direzioni più contradditorie, trova invece più naturale che questa malattia in lui da anni radicata, benché come vedemmo in forma frusta[22] riuscisse a polarizzarne completamente la personalità psichica nel senso contrario al proprio passato positivista, anzi antireligioso; come in S. Paolo, e come vedemmo in molti altri epilettici e geni, Swedenborg, p. e., Pascal, Rousseau, Cardano (Uomo di Genio Parte II e III).
E ciò tanto più facilmente, perchè in quegli anni era, come scrive la madre, assai più del solito in preda ai suoi disturbi nervosi, in seguito alla paura incontrata assistendo all'incoronazione di Napoleone (siamo di nuovo a manifestazioni panofobiche) nelle vie di Parigi, ove credè di essere soffocato dalla folla.
Un più recente studio (E. Degola: per De Gubernatis) spiega meglio questa sua strana condotta o meglio forse aggiunge un altro più potente a questi moventi. — Secondo il carteggio dell'Ab. Degola, un santo uomo sempre in cerca di proseliti, avendo costui convertito una certa Geymüller e poi sua figlia, protestanti, amici, correligionari e quasi coinquilini della Blondel in quell'epoca (1810) a Parigi — questa ultima ne fu così impressionata da decidersi subitamente ad imitarla e si convertì il 22 Maggio; — Manzoni prima la lasciò fare senza molto esserne scosso, ne disputò anzi un poco con Degola, — poi cominciò a subirne l'azione suggestiva, come è prova l'aver consentito il 15 Febbraio 1810 a rinnovare il rito nuziale; poi a quella di Degola si aggiunse l'opera di Monsig. Tosi — ma pure al 28 Agosto 1810 non era convertito che a metà. — "Il già sì fiero Alessandro (scrive il suo 2º. domatore Tosi a Degola) quantunque mostri molta docilità non è ancor conquistato alla fede." — Ma i preti convertono anche la madre Donna Giulia, che s'accosta alla mensa della B. V.; e la suggestione quindi aumenta sempre più; — benché il 22 Febb. 1811, Tosi volesse vederlo più docile all'insinuazione dolcissima della moglie e della madre. Ma sotto quattro suggestionatori di quella forza finiva per cader, non solo ma andar al polo opposto dell'ascetismo morboso. — Il 7 Marzo 1811, ossia 15 giorni dopo, Manzoni ne era già preda completa, era secondo la mite formula di Lojola perinde ac cadaver e scriveva di sè: Soffrire giusto questo castigo per chi non solo dimenticava Iddio, ma ebbe la disgrazia, l'ardire di negarlo.
Nel 1817 ancor però tremavano i due convertitori e le due loro alunne che tornando a Parigi potesse venir meno la loro potente azione suggestiva — da cui solo evidentemente credevano dipendesse la conversione e deploravano ch'egli — un grande egoista nel fondo anche con tutta la sua religione — "non si consigliasse se non con le sue convulsioni contro cui credea unico rimedio il viaggio". (De Gubernatis, S. E. Degola).
Ma checchè affermino Magenta che ne tentò un'apposita dimostrazione per Tosi, e De Gubernatis che sotto altra forma e con maggiori documenti la riconformò a quasi esclusivo vantaggio di Degola, se giovinetto Manzoni non avesse fatto ricerche filosofiche elevatissime e osservazioni fin troppo dal vero, delle scuole pretesche, di cui si dichiarò vittima per parecchi anni[23], e se non avesse avuto per maestri ed amici, Cabanis e Tracy, al cui confronto Tosi e Degola erano troppo poca cosa, il fatto potrebbe parere strano, ma non istraordinario.
Tanto più che ad ogni modo non giungerebbe mai un pensatore, sia pure convertito, fino all'esagerazione di cacciare di casa le opere più pregiate del Voltaire ornate di autografi suoi; e giustificarsi dell'amore che vi aveva sempre posto, col dire che non ne aveva prima letto le confutazioni d'un volgarissimo critico (Guenèe); nè giungerebbe mai alle morbose effusioni ascetiche, simili a quelle in cui si abbandona Manzoni quando scrive al Tosi: "Col Padre della Misericordia si ricordi di questo povero uomo, la cui miseria le è nota". E più tardi: "Si ricordi innanzi a Colui che ascolta; tribolati di chi ha tanto bisogno di essere perdonato"; o quando scrive nelle lettere al Tosi pubblicate dal Magenta: "Ringrazio vivamente il Signore che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi peccatori" (sic!) e "ringrazio pure di cuore la bontà di lei del cui santo ministero si vale per tutto ciò che io possa fare. Dico e senza esitare questa parola, se malgrado la mia profonda indegnità (ecco la linea che segna il delirio di indegnità e di peccato dalla comune umiltà), sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia, (D e G grandi). Si compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. Mi tenga sempre suo umilissimo e affezionatissimo figlio in Gesù Cristo. — Alessandro Manzoni".
Notisi che la lettera, riguardava non un atto ignobile od equivoco, od almeno indifferente che abbisognasse di scusa; ma una buon'azione, una opera di carità commessa in segreto!!
Oh! non ti par di vedere un vecchio instupidito dall'età, accasciato e curvo ai piedi del prete?! — Eppure qui si tratta di un giovane baldo ch'era pochi anni prima audace pensatore, e perfino schernitore di preti.
Giustamente avvertiva il De Gubernatis, che non è certo alienista nè amico degli alienisti, ed in un'epoca in cui tali questioni non si toccavano ancora, anzi non si sognava nemmeno dai letterati che esistessero, tanto erano digiuni d'ogni scienza psicologica non che psichiatrica; non potersi spiegare tutto ciò se non per un delirio: ed io aggiungerò per il delirio così detto d'indegnità, o di peccato che è una nota varietà della lipemania.
E ciò è ribadito dalla lettura di questi suoi pensieri mandati al Tosi: "Felici noi se sappiamo comprendere che l'unica vera gioia e l'unico sapere viene dallo spirito che il Padre ci manda nel nome di Gesù Cristo." — E poi: "Gesù Cristo, nostro esemplare, (sic) ha proferito parole che noi dobbiamo ripetere; e quante volte quelle parole sono per noi terribili da proferirsi, perchè racchiudono la nostra condanna e svelano la funesta parola, contraddizione, tra il nostro esemplare e la nostra condotta". (Magenta o. c.)