Quanto all'obbiezione che mi eleva di nuovo sotto altre forme il mio carissimo Morselli (Rivista critica di filosofia scientif., gennaio 1899) doversi trovare l'anomalia del genio nel senso di un maggior differenziamento, di una più avanzata specificazione del tipo umano e non in quello di una diminuzione o perdita dei suoi caratteri specifici, anche se si debba astrarre dalla grossolana morfologia e rimanere nelle sfere del sentimento, dell'intelletto e della volontà, rispondo: Voi, mio poderoso quanto caro avversario, non avete voluto vedere che non tanto nelle anomalie morfologiche, quanto appunto in queste sfere psichiche spicca la massima alterazione; che alterazione maggiore, p. es. volete nelle sfere della volontà, dell'abulia, che pure è così frequente nei grandi (Renan, Amiel); quale alterazione maggiore del sentimento — della perdita completa dell'affettività e del senso morale, come in Galileo, come in Sallustio, Seneca, Cremani, Foscolo, Byron, Villon, Musset, Napoleone, Fontenelle, Donizetti, Federico II, Schopenhauer?

Che più, se ne abbiamo dimostrato l'alterazione non di raro anche nel regno dell'intelligenza? poichè mentre in alcuni si mostrano sviluppate in modo straordinario la memoria musicale o la visiva, o la fantasia, od il calcolo, vi si nota mancare quasi sempre il senso comune, il buon senso, tanto che è ciò appunto che facilita, come in Colombo (vedi testo) scoperte, a cui con maggior talento ma minor genio niuno sarebbe riescito.

E posto ciò, — non si capisce come possa egli sostenere manifestarsi il genio non per causa della degenerazione, ma suo malgrado; mentre ne è precisamente la degenerazione la prima e la principalissima causa — fungendo, spesso, appunto essa da fermento, da fulcro ad una mente volgare per farla divenire geniale.

Nè è vero che l'epilessia (come mi obbietta il mio Sergi nella Nuova Antologia, febbraio 1900), giovi solo ad esplicare l'estro del genio; essa ne spiega ben più: vale a dire la doppia personalità, la impulsività, la mancanza d'affetti e di senso morale, la frequente nevrosi, specialmente le cefalee, le vertigini, la forma propulsiva del vagabondaggio, l'ottusità sensoria, tattile in ispecie, gli scotomi periferici del campo visivo, e gli speciali caratteri grafologici[1], proprio quelle forme più inferiori, che s'innestano sulla superiorità psichica del genio, quasi a compenso di questa; s'aggiunga: che l'anomalia epilettica è la sola, salvo solo alcune paranoie, delle affezioni mentali in cui agli eccessi delle manifestazioni dell'ingegno s'innestino, s'associno e s'alternino i difetti della psiche.

Sergi, invece, mi obbietta assai giustamente come l'incosciente abbia una buona parte del lavoro dell'uomo mediocre; egli ed Hamilton hanno il merito d'averne dato la completa dimostrazione, ma come mostrerò nel 2º volume, è nella parte enorme, leonina, che ha nel genio la incoscienza che sta la differenza di questo dall'uomo normale.

E giusta è pure la sua obbiezione che io abbia lasciata inesplicata l'origine delle varietà geniale; e perciò gli rispondo con un intero volume, il 2º, in cui credo esser riuscito a spiegare il nuovo quesito.

Quanto all'accusa che mi scaraventano tanti, sicchè la è divenuta uno dei luoghi più comuni dei più mediocri e più miopi nostri critici, quella che si diminuisca il prestigio e l'ammirazione del genio con codeste analisi, essa avrebbe qualche somiglianza con chi pretendesse diminuire la forza del sole con l'affermare come tutta la sua energia derivi da miliardi di corpi allo stato gazoso.

È proprio allo stesso modo come i giuristi delle vecchie scuole giuridiche si scandalizzavano delle applicazioni antropologiche-criminali nei casi in cui il delitto era più orrendo, più bestiale, e si rifiutavano ad ammettere che allora appunto più mostrasse doverne esser anomalo l'autore, e più giustificarne l'indagine antropologica; e così io sento ripetermi: Oh! con che coraggio volete trovare anomalo un genio che vi ha disegnato le logge del Vaticano, o vi ha scolpito il Mosè, o vi ha rivelato il nuovo mondo?

E non capiscono che non è l'indagine critica dell'opera che ci preoccupa, sì quella del loro autore, in rapporto con essa: che anzi, quanto più quella è sovrumana, più è probabile sia anomalo questo.

Se non che: in risposta a costoro basterà riportare queste righe di un vero genio — di Rapisardi[2]: