"Le infermità che accompagnano il genio derivano in lui dalla razza, dal clima, dall'ambiente sociale, dall'esercizio straordinario degli organi del pensiero e del sentimento, e in parte anche per avventura da quella avara legge di compenso onde la Natura accorda lo sviluppo straordinario di certe facoltà a scapito di certe altre, che rimangono imperfette e rudimentali. L'opera del genio è personale ed originale per eccellenza. Perchè un'opera sia tale, bisogna ch'essa, e per il concetto che l'informa e per la maniera onde tal concetto si esprime, esca dalle vie comuni, ora annunziando verità nuove o guardando da un aspetto nuovo le già conosciute, ora rappresentando in maniera tutta sua le proprie e le altrui passioni, calpestando le regole fino allora credute sacre, e variando senza scrupoli quei termini entro a cui la critica ufficiale, cioè il pregiudizio scolastico imperante, pretendeva circoscrivere le manifestazioni dell'umano pensiero. Originalità importa ribellione; e il genio è naturalmente ribelle. Voi gli tessete intorno una rete vulcanica di precetti, di assiomi, di leggi; ma egli agevolmente li spezza o li sprezza, manda all'aria le forme sacramentali e i canali privilegiati in cui si vorrebbe gettare e far correre il pensiero creatore, e ne crea altre, che la critica nuova si scalmanerà di classificare, di ridurre alle vecchie misure legali per allogarle finalmente nei casellari, nei musei e negl'ipogei della presuntuosa imbecillità. Questa ribellione, che manda a gambe levate tanti bacalari autorevoli e bollati, che caccia dal tempio i mestieranti e i merciaiuoli della scienza e dell'arte, che si ride di tanti stagionati pregiudizi, è la prima caratteristica di quelle opere geniali, che saranno poi considerate e ammirate quali pietre miliari nella storia della civiltà.

"E siccome nella ribellione e nella battaglia i colpi non vanno misurati a fil di ragione, il genio riesce quasi sempre eccessivo. "Al par nell'odio e nell'amor sublime", come l'Achille cesarottiano."

Ecco un vero genio che sa intuire ed ammettere la debolezza del genio!

Meglio ancora si esprime il più moderno e il più geniale dgli scrittori di Francia. "Chi di noi, scrive Renan (Vie de Jesus, p. 452, 1863) potrà fare quanto lo stravagante Francesco d'Assisi e l'isterica S. Teresa? Poco importa che la medicina abbia dei nomi speciali per queste grandi stranezze della natura umana; che essa sostenga essere il genio una malattia del cervello: i nomi di sano e di malato sono relativi; tutti preferirebbero essere ammalati come Pascal all'esser sani come il volgo. Le idee rette diffusesi nei nostri tempi sulla pazzia forviano il giudizio in tali questioni. Uno stato in cui si dicono cose di cui non si ha coscienza, ove il pensiero appare senza le norme o il richiamo della volontà, espone ora un uomo ad essere sequestrato come allucinato; tempo fa ciò chiamavasi profezia e ispirazione. Le più belle cose del mondo si sono eseguite sotto la febbre. Ogni creazione eminente suppone una rottura di equilibrio, uno stato violento a chi ne sia autore."

E Diderot scrisse: "Gli uomini di un temperamento pensoso e melanconico devono ad uno squilibrio della loro macchina quella penetrazione divina che sorge in essi ad intervalli, portandoli ad idee ora sublimi ora pazze." (Dictionnaire Enciclopedique).

Voltaire anche scrive: "Volete acquistare un gran nome, essere fondatore di religione, ecc.? siate completamente pazzo, ma d'una pazzia, che convenga al vostro secolo; ed in cui abbiate un fondo di ragione che possa dirigere le vostre stravaganze, e persistetevi tenacemente: potreste, è vero, esser arso od appiccato — ma se no, salirete ali altari."

Finalmente, a troncare ogni dubbio in proposito, ne giova citare le osservazioni di due fortissimi ingegni, alienista l'uno e letterato l'altro.

Noi alienisti, scrive Roncoroni[3], abbiamo uno scopo ben differente da quello che si crede generalmente che abbia lo psicologo quando studia un genio: con gli studi analitici di uomini di genio vogliamo dare un quadro psicologico, obbiettivo, completo, per quanto è possibile, del soggetto; studiarlo senza partito preso, sebbene guidati e sorretti da un metodo: ci serviamo degli strumenti d'indagine che offrono la Psicologia e la Psichiatria (il che i critici del nuovo indirizzo scientifico trascurano generalmente) non per scovar fuori il pazzo, ma per mettere nella sua vera luce il genio, sia nei suoi voli sublimi che nelle sue miserie. È l'uomo nelle sue complesse manifestazioni che ci appassiona. Non abbiamo quindi alcun desiderio di diminuire il valore dell'artista, di mostrare che le sue opere d'arte sieno patologiche, quasi volessimo metterci in guardia contro il pericolo delle deduzioni. Quello che è sano, forte, ideale, desideriamo resti ammirato come tale; soltanto non vogliamo fermarci a questo solo. Noi riteniamo lo studio completo della mente umana, come la sintesi più alta dell'opera scientifica; e quando quella mente è geniale, quando è stata la causa delle più forti emozioni che l'arte ci abbia fatto provare, quando riconosciamo che essa ci ha resa ora più bella la vita, non chiudiamo gli occhi accecati dall'entusiasmo; ma allora risorge il nostro spirito scientifico, per un istante dominato dal sentimento, e vogliamo vedere come il meraviglioso fenomeno avvenga, così come il meteorologo studia come si formi l'aurora boreale, non credendo per questo di offuscarne l'incanto.

Se lo scienziato è, in questi studi, dominato dal sentimento, quando studia l'opera e quando indaga i dolori dell'artista, e se una commozione dolce e grave insieme lo pervade quando compone in una sintesi l'opera e la vita, le gioie e i tormenti, le idealità e le miserie, nei suoi giudizi non è mosso da alcuna passione, salvo dall'amore della ricerca del vero, e dall'ardente desiderio di spiegare come i fenomeni si producano.

Il Prof. E. Carrara il letterato mite ma fine ed arguto (Iride, v. 26, 1899; ed Archivio di Psichiatria, v. XIX), si esprime ancor più chiaramente.