[42]. Si cfr. l'ottimo libro del Roncoroni: Sull'epilessia e le nevrosi epilettiche.
[43]. Le accuse che gli muove il Giusti sono gravissime, così per riguardo alla vita politica come alla vita privata (sopratutto forense). Dell'accuse politiche basti ricordare quella di avere in Livorno aizzato il popolo a la rivolta per esser poi chiamato a domarlo. Per affari privati, gravi accuse di appropriazione indebita gli furono anche rivolte dal Sanna nel libro I due Guerrazzi (zio e nipote) e nella lite Temistocle si pose dalla parte del Sanna, onde un odio feroce tra i due fratelli, tanto che Temistocle non andò neppure ai funerali del fratello; dal 1840 al '46, narra il Martini, il Guerrazzi fu tenuto in Toscana un orco, un parricida, un immane divorator di fanciulli; e anche ora, in quelle province, per significar brutti tempi, si vuole ripetere "tempi del Guerrazzi". A guadagnarsi questa bella fama egli stesso pose opera, dicendo che "viveva di rabbia", che "nessuno poteva amarlo non amando egli nessuno"; che, se fosse stato Dio, avrebbe "soffiato sul mondo come sopra una candela di sego". Le contrarietà lo esasperarono; la professione d'avvocato fu per lui "come la catena alla gamba del galeotto", la vita "un osso datogli a rodere". I suoi sfoghi erano violenti, i suoi motti pungenti e caustici. Del sentimento marziale degli Italiani, poeticamente espresso negli inni patriottici —
Chi discende da sangue latino
Nacque, visse e guerriero morì! —
rise, dicendo che "noi siam figli dei Romani come i vermi di un cavallo di battaglia morto da un mese a questa parte". E quando salì al governo gli parve di "recitare una tragedia d'Alfieri coi burattini". — E disse il Governo una fattoria da sfruttare. (Mondolfo o. c.)
[44]. Se quest'ultima affermazione sia vera non so. Vero è che l'abbondante capigliatura che si vede nel ritratto era null'altro che una parrucca parigina; ma d'altra parte al Viesseux, nel 43, scrive d'avere i capelli bianchi prima del tempo, e la malattia fu anteriore, essendo ancora in vita il padre (1838). Riferisco qui il passo delle Memorie al Mazzini, in cui si narra di questa malattia: Avuta la notizia "quello che avvenisse non so; mi ricordo soltanto essermi rinvenuto in banco di certi amici.... Mi levai e piuttosto fuggii che mi accomiatai; mi sentivo affatto diverso da quello di prima, parevami che dove appoggiavo il piede si sprofondasse la terra".... Andò a vederla: "non la custodiva persona; solo con sola tutto il giorno: le ficcai gli occhi nel volto e non li rimossi più. A che pensai? A nulla. Che feci? Nulla. Passò l'ora del cibo e non me ne accorsi, declinò il giorno e non me ne accorsi". Venne un uomo con la cassa: Qui cominciò di nuovo la sensazione del terreno che si sprofonda sotto i piedi, — ma quando presero con colpi raddoppiati a conficcare i chiodi, — io giuro che fisicamente sentii quei chiodi trapassarmi il cervello; mi venne meno il lume degli occhi, e svenni di nuovo. Rinsensato, mi vidi circondato da donne; senza profferire parola mi levai dispettoso, e mi ridussi a casa ove mi assalse la tremenda infermità che chiamano tick nervoso. Quanto io per tre anni soffrissi non è a dirsi; diventai l'ombra di me stesso, curvo della persona e giallo ed estenuato da mettere spavento; mi caddero tutti i capelli. L'assalto del male cominciava con certo intorpidimento dei nervi dell'occhio destro, sicchè cotesta parte del capo pareva mi fosse diventata di metallo; ad un tratto sentivo come uno stringermi con pinzette infuocate i nervi del sesto paio in fondo all'occhio e scuoterli violentemente e celerissimamente: non penso che la inquisizione sapesse inventare mai così atroce martoro; perdevo ogni conoscenza, non già il sentimento del male, le lagrime sgorgavano a fonte, mugolava avvolgendomi per terra, a morsi stracciavo lenzuola, camice, e qualche volta me stesso morsi.... Spesso determinai troncare una vita troppo dolorosa, ma dopo mi pentiva e al padre raccomandai levasse di casa le armi e facesse badare alle finestre.... Negli intervalli, — salivo e correvo da disperato: certa volta privo di sentimento, caddi sul terreno e quivi rimasi fino al tramonto... L'accesso terminava con informicolamento e trafitte angosciosissime. (Mondolfo, o. c.).
[45]. Verlaine. Oenvores: Paris, 1900. — Donos. Verlaine Intime. 1898.
[46]. Lombroso. — Grafologia, Milano 1889.
[47]. Lewes. — Vita di Goethe, Milano, (Traduz. Pisa).
[48]. Archivio di Psichiatria ed Antropologia criminale, 1901, II Tav.