Alludendo appunto a questo passo di Platone, Cicerone nella De divin. ricorda[102] che tanto Platone quanto Democrito hanno dichiarato nessun grande poeta poter esser tale senza pazzia; "chiamiamola pure con Platone pazzia — egli poi commenta —, a patto però che una tale pazzia sia lodabile quanto è lodata da Platone nel Fedro".

Il passo di Platone, a cui Cicerone si riferisce qui, è il noto luogo dello Ione, in cui stabilisce "che fa opera vana il poeta che si accosti alle Muse, senza essere invasato e fuori di senno".

A questo passo dello Ione si ricongiungono altri passi di Luciano e di Seneca. Secondo Luciano[103], è necessaria una buona dose di pazzia a chi osa picchiare alle porte delle Muse. Così pure Seneca[104], riferendosi a Platone, osserva che inutilmente le persone ragionevoli, ammodo, picchieranno alle porte del Parnaso (Frustra poëticas fores compos sui pepulit).

Quanto al Fedro, Cicerone pure nota come Platone vi svolga la teoria per cui il genio artistico è una esaltazione dello spirito, una vera e propria forma di pazzia data dagli Dei a benefizio degli uomini. Nel Simposio (che in base a criteri stilistici e logici si crede anteriore al Fedro) Platone aveva collocato i poeti in luogo onorevolissimo accanto ai legislatori, Omero ed Esiodo accanto a Licurgo e Solone; nel Fedro invece li colloca tra i ginnasti e gli indovini, tra quanti sono da natura forniti di attitudini speciali agli altri negate; e col Fedro e con la Repubblica incomincia un nuovo modo di considerare i poeti, e, conseguentemente, un nuovo modo di valutarne la funzione sociale. Convinto che solo ai filosofi spetti per natura la direzione degli spiriti, egli, nella Repubblica, loro affida una rigorosa sorveglianza sulla materia cantata dai poeti; ed è ben rigida la tutela che egli impone a questi, quasi a uomini fuor di senno, capaci ad un tempo dei massimi beni e dei massimi mali verso la società[105]. E mentre, negli ultimi anni di sua vita, si riconciliò con Atene e cogli Ateniesi, con i poeti non si riconciliò mai.

Importantissima è in proposito l'idea che si fa Platone della divinazione o mantea, che definisce la traduzione spontanea, per mezzo della parola, delle immagini incoscientemente percepite dalla parte più grossolana della psiche, con che precede Sergi, Renda e sopratutto Myers, che interpreta i fatti medianici con la coscienza subliminale.

In un passo di Cicerone, riferito da Clemente[106], noi troviamo ricordato, insieme con Platone, Democrito, in modo da farci supporre che le idee di questi fossero non meno esplicite delle Platoniche. In esso, però, si dice solo che belle sono le cose che il poeta scrive, quando è trascinato dall'entusiasmo e da un soffio divino.

L'affermazione di Cicerone sarebbe però avvalorata da un passo notevole dell'Arte poetica di Orazio (v. 295-306), quando ricorda che siccome Democrito aveva insegnato che il genio artistico è sempre accompagnato dalla pazzia, e che chi è dotato di temperamento affatto equilibrato e sano di mente non sarà mai poeta, così molti poeti del tempo suo cercavano, col lasciarsi crescere le unghie e la barba, con la ostentata ricerca della solitudine e con mille altri strani atteggiamenti, di acquistarsi la fama di strambi, per essere così più facilmente creduti grandi artisti[107].

Orazio, che pure altra volta aveva chiamato l'estro poetico amabilis insania, sapendo di essere grande poeta, non fa molto buon viso all'idea di Democrito, e ironeggiando soggiunge: "Oh! lo stolto che io sono, che ogni anno, alla primavera, mi purgo la bile! Nessun altro poeta canterebbe cose più belle di me! Ma non vale la pena — continua — di comperare la bacca di alloro a prezzo della propria salute mentale". Orazio pensa con rimpianto ironico ai bei canti che avrebbe dettato se fosse stato meno equilibrato di mente, e si consola osservando che al postutto, se non potrà essere grande poeta, sarà critico d'arte, e farà come la cote, che, inetta a tagliare, ne rende capace il ferro (Epist., 2, 3).

Qualunque sia la fonte da cui Orazio attinse quest'opinione di Democrito sulla relazione tra l'ideazione geniale e la follìa, ad ogni modo questa affermazione di Orazio, combinata con quella di Cicerone, ha un grande valore. Democrito sta all'incirca all'epicureismo nella stessa relazione in cui Eraclito sta rispetto allo stoicismo; è generalmente classificato tra i pensatori presocratici; sarebbe, infatti, vissuto tra il 460 e il 370, all'incirca, prima di Cristo. Probabilmente il Fedro fu scritto quando Democrito ancora era vivo, forse negli ultimi anni della sua vita, verso il 379 avanti Cristo, secondo almeno l'opinione del Lutoslawski[108], fra tutte la più accettabile: A. Bersano[109] ammette tra i due pensatori anche una relazione più diretta, oltre a quella indiretta creata dalle opinioni popolari e dallo spirito del tempo.