Studiando le condizioni interne che favoriscono la creazione poetica, soggiunge poi: "Coloro, nei quali il freddo ed il caldo sono come in equilibrio, esser non posson mai che spiriti mediocri. Espressamente nella Poesia chi vuol eccellente riuscire, deve contentarsi di passare tra gli uomini per testa calda: perchè niun grande spirito non fu mai, per osservazione di Seneca, che qualche mescolamento di bella pazzia non avesse nel capo".
I contrassegni del genio studiati secondo la fisionomia d'allora sono dal Quadrio esposti in questo passo: "Il color della faccia è in essi traente un pochetto al fosco: e tutto l'aspetto è anzi piuttosto severo, e truce, che mansueto, ed aperto. Hanno gli occhi proporzionati, e più tosto nella fronte entranti, che sporti in fuori. Che se questi dalle giuste loro misure declinano un pocolino, ciò è, non alla grandezza, ma alla picciolezza. Le linee, che lor rigano la fronte, e le mani, sono profonde: e le vene hanno essi ampie, e gonfie, e il polso veemente, e alquanto duro, il corpo per lo più magro ed asciutto, e il sonno nè molto abbondante, nè molto grave, ma scarso e leggiero. Il loro temperamento poi è pessimo, tanto che paiono più tosto pazzi che forti, ma nei loro sentimenti sono costanti e tenaci".
Sul momento della creazione artistica nota il Quadrio: "Talvolta i grandi e magnifici poeti si sentono dispostissimi a far loro versi, e loro componimenti, e maravigliosi oltre modo, e ragguardevoli gli compongono; e tal'altra volta siano in maniera mal atti, e mal pronti, che, non che cosa di molta stima, ma un picciolo epigramma, o un picciol sonetto non dice lor l'animo di comporre, che buono sia". Le quali considerazioni, osserva il Marpillero, coincidono con quelle del Leopardi che, per mezzo dell'introspezione, aveva osservato e sorpreso il momento in cui avveniva la creazione artistica: "Nello scrivere non ho mai seguito che una ispirazione o frenesìa, sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente escirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello".
Ma che cosa è l'entusiasmo, l'estro poetico? Il Quadrio così lo definisce: "L'estro poetico è una forte, ma regolata agitazione de' predetti spiriti, fattasi o per la troppo attuazione predetta della fantasia, o per lo predetto bollimento de' fluidi, per la qual forte agitazione producono eglino idee, cose nobili, e oltre l'uso maraviglioso, che rapiscono gli uditori con loro stessi fuora di loro.
"Molti celebri poeti leggiamo, che divennero pazzi, o manìaci, rimanendo le loro fibre cerebrali sforzate, e viziate dagli impeti dell'entusiasmo, o perchè troppo violenti, o perchè troppo durevoli". Tale entusiasmo presso gli antichi Goti era chiamato Skallwingl, cioè vertigine poetica, ed anche qui la voce popolare aveva colta l'analogia con l'epilessia, perchè le vertigini ne sono spesso l'equivalente, ed il furore poetico era così definito un accesso epilettico, e, soggiunge il Quadrio, questi accessi sono più acuti nei noviluni.
Tra le cause del furore poetico il Quadrio dà una causa importante alla passione che assume le forme della collera, della vendetta, della vergogna, e che col Malebranche egli ritiene connaturali alla ragione e non ad essa contrarie.
Ma un mezzo sicuro ed efficace per l'estro poetico è il vino: "Orazio, Properzio ed Ovidio anche essi non sanno finire di celebrare i vantaggi, che esso al poeta cagiona, e l'eloquenza che gl'infonde: ed Ateneo presume infino di mostrarlo al ben poetar necessario: valendosi a ciò provar degli esempi di Aristofane, di Alceo, di Anacreonte, e di altri, che dettarono i loro poemi, dopo essersi bene avvinati. Neppur Eschilo scrisse le sue Tragedie che dopo aver ben bevuto, come testifica Luciano".
Il Quadrio esamina poi se la natura, l'arte o il furore siano le cagioni della poesia, e distingue poeti di natura, come Omero, Ovidio, il Boiardo, l'Ariosto, che scrissero più portati dall'istinto che dallo studio; poeti d'arte, come Virgilio e Torquato Tasso, "che, quasi avendo contrario il vento della natura, con lo sforzo di studiate osservazioni navigano verso Parnasso"; e poeti di entusiasmo, come quelli del popolo ebreo, "che, rapiti come fuori di sè per qualche ragione o sopra natura, o secondo natura, cantano in versi cose oltre l'uso sublimi", dando così occasione a quel detto del rètore Aristide: che tutto il grande è senza arte. Fatte queste distinzioni sottili e che, invero, non sempre reggono alla prova dei fatti, egli si dichiara eclettico, comecchè per essere ottimo poeta occorrono la natura, l'arte ed il furore.
CAPITOLO XVII. La psicosi del genio nell'opinione dei popoli primitivi e selvaggi.
Del rispetto che gli Ebrei antichi avevano per i pazzi, tanto da confonderli con i santi, abbiamo una prova in quel passo della Bibbia, in cui Davide si finge pazzo, per sottrarsi alle insidie e alle uccisioni, ed il De Achis dice: "Non ho io abbastanza pazzi qui, che mi viene costui?" (I, Samuel, XXI, 15, 16). — Questo cenno è indizio della loro abbondanza e, sopratutto, della loro inviolabilità, dovuta certamente al pregiudizio comune ancora agli Arabi, ecc.; — del che prova sicura è l'usarsi che si fa alcune volte nella Bibbia della parola navì (profeta) in senso di pazzo e viceversa, come in sanscrito nigrata. Per es., Saul, che già prima dell'incoronazione aveva profetato improvvisamente e con tanto stupore dei circostanti, che ne nacque il proverbio: "Anche Saul è fra i profeti", divenuto re un dì, lo spirito divino malvagio (ruack eloim navà) pesò sopra lui... e profetava (qui impazziva) — vait navà — nella casa, e con una lancia cercò trafiggere Davide (I, Samuel, XIX, 9, 10, 23; Ricard Mead, Medic. Sacra, III). In Geremia, 29, 20 si legge: "Dio ti ha costituito sacerdote sopra i pazzi ed i profeti (vaneggianti e profetanti) per metterli in prigione". — E quando il figlio del profeta fu mandato segretamente a Jehu da Eliseò per cingerlo re, i compagni di questo, vedendolo uscire dalla casa, dissero: "Jehu, va ogni cosa bene? Perchè è venuto questo pazzo?" (mesugan). — E Jehu: "Voi conoscete l'uomo e il suo senno". — Ma essi dissero: "No, dichiarane schiettamente ciò che disse". — Ed egli: "Ei m'ha detto così e così"; così disse Dio: "Io ti ho unto re" (Re, II, cap. XI, v. 11, 12). — Ed essi, infatti, lo unsero re, il che prova che quel mesugan, pazzo, avesse tutt'altro che un triste senso ai loro orecchi. — Parrebbe che qualche volta venissero considerati i pazzi come profeti, per lo stesso errore per cui i profeti venivano da quell'empia plebe presi per insensati.