Allora corro al calamaio e ratto

Scrivo così come la penna getta;

Ma non so dir s'io sia poeta o matto"[112].


Muratori[113], nel Trattato della perfetta poesia italiana, dopo aver parlato della poesia in generale, viene anche a dire della natura dei poeti, seguendo Aristotele: "Coloro che dalla Natura son destinati a divenir poeti, ed hanno da lei ricevuto inclinazione, e vera abilità a quest'Arte, ordinariamente sono di temperamento focoso, svegliato e collerico. La lor fantasia è velocissima, e con empito raggira le Immagini sue. Son pieni di spiriti sottili, mobili e rigogliosi. E perchè l'umor malinconico acceso dal collerico, secondo l'opinione di alcuni, suol facilmente condurre l'uomo al furor poetico, perciò negli eccellenti Poeti suole accoppiarsi l'uno e l'altro umore in gran copia, e formare in tal maniera il temperamento loro" (libro III, cap. II)[114].

E altrove: "È necessario che i Poeti sieno vivacissimi, che l'Anima loro sia rapita, quando uopo il richiede, dal furore e s'avvicini in certa guisa all'Estasi, ed all'astrazion naturale per non dire alla Manìa"[115].

Infine conchiude che: "dalla malinconia, madre delle Chimere, son renduti i Poeti, sospettosi, astratti; e alle volte non sono stati lungi dall'essere creduti pazzi e furiosi, come sappiamo che avvenne al Tasso nostro, e per relazione d'Aristotele anche a Marco Siracusano, e ad altri poeti".


Quadrio[116], nella sua Storia e ragione d'ogni poesia, lib. I, Bologna, 1739, ha vagliato sottilmente la questione della natura del genio per quanto riguarda i poeti, valendosi della fisiologia e dell'anatomia dell'età sua. Egli dimostra l'influenza dell'aria (i moderni la dicon clima) sulla creazione poetica: "Non è senza ragione che tra le cose, le quali aiutano l'attitudine alla Poesia, l'aria occupi il primo posto... Dimostracisi ogni giorno questa verità da diversi umori, e da differenti caratteri che han le persone di diversi paesi. Il Cielo crasso di Tebe faceva gli abitatori stupidi; quello di Abdera li faceva rozzi; quello di Theman prudenti; quello di Atene acuti. Bisogna, adunque, che il Cielo, sotto il quale si vive, sia in primo luogo d'ogni aura corrotta purgato e sgombro... ma conviene ancora che l'aria non sia nè troppo calda nè troppo fredda, ma piuttosto inchinevole al dolce, ed al temperato... finalmente è uopo, come bene insegnò Ippocrate, che l'aria, dove si abita, sia a frequenti mutazioni soggetta: perchè la perpetua egualità de' tempi, rendendo dal lungo uso rintuzzato per pigrezza il caldo, rende ottusi gl'ingegni: dove per lo contrario la predetta variazione dell'aria, per nevi, pioggie e venti, cagionata, agitando e scotendo sovente il sangue, contribuisce non poco a tener purgati e vivaci gli umori e gli spiriti. L'Italia e la Grecia, perchè furono nel quinto clima in così fatto ineguale temperamento locate, vediamo che ognora furono d'eccellenti uomini copiose, e specialmente d'insigni Poeti".

Sono le medesime conclusioni a cui giunsi io studiando di proposito, nell'Uomo di genio, la distribuzione geografica dei genî.