La Saoma stessa divenne un Dio da rivaleggiare col fuoco: "Saoma, tu, che fai i Richis, che dài il bene, tu immortalizzi uomini e Dei", si legge nel Rig-Veda.

La Saoma non era permessa che ai Bramini, così come nel Perù la coca era solo concessa ai discendenti dell'Incas e, fra i Chibcha, ai preti, che se ne servivano come di un agente di ispirazione. Notisi che la Saoma è detta in sanscrito Madhu, che nello Zendo ha significato di vino; il che lega il Med nordico, il Madus lituano e il Mad sanscrito col nostro matto; e, infatti, Bacco, nato Dio, è versato in onore degli Dei, e il delirio bacchico è una virtù profetica, è la possessione del Dio; ed Esculapio è figlio di Bacco.

Sembra che quelli i quali primi avvertirono gli effetti benefici e malefici del vino, creassero la leggenda dell'albero della scienza, o del bene e del male, che si volle fosse appunto un pomo, d'onde escirono i primi liquori fermentati. Gli Assiri ebbero appunto un albero sacro, albero della vita, ch'era prima l'Asclepias, poi la palma, d'onde si cava anche ora un liquore fermentato.

Negli Egizi era il Ficus religiosus, il cui succo fermentato rendeva l'anima immortale.


4. Altri ricorsero all'ipnosi, all'estasi, agli effluvi di gas tossici.

Gli oracoli di Delfo, di Delo, di Abe, di Tegiro, ecc., in Grecia erano in mano ai sacerdoti, che facevano profetare una, due e perfin tre isteriche, dopo che le avevano intossicate ai fumi del lauro ed alle emanazioni di altri gas. La Pizia essenzialmente si preparava con abluzioni, fumigazioni di lauro e d'orzo abbruciati, sedeva su un tripode che poggiava con un bacino sopra un crepaccio, da cui esalavano gas tossici — secondo mi scrive Giacosa, idrocarburi ed idrosulfuri — che avvolgevano tutta la parte inferiore della persona (Strab., IX, 419), fin che cadeva in estasi, o trance, che talvolta finiva con la morte; molte volte parlava in versi, o delirava in verbigerazioni scucite, alle quali i sacerdoti davano un senso appropriato e anche una forma ritmica, aggregandosi perciò speciali poeti[147].

"Negli anfratti di una rupe di Delfo — scrive Giustino — era un piccolo piano ed in esso un foro, o crepaccio della terra, da cui emanava un frigido spirito che si spingeva con forza, come per vento, in alto e la mente dei poeti mutava in pazzia (mentes vatum in vecordiam vertit, XXIV, 6; Id. Cicero De Divin., 1, 3): dapprincipio era ignota questa virtù: i pastori vi conducevano gli armenti: ma un giorno una capra cadde nel crepaccio e fu presa subito da convulsioni: certo, il pregiudizio che metteva in rapporto, anche nel djedjeb, la convulsione con l'ispirazione divina, per cui erano sacri gli epilettici, fece nascere l'idea di servirsi di questi vapori tossici per provocare il profetismo. E infatti dapprima si associa con l'inebbriamento bacchico, sicchè alcune Pizie erano Tiadi, Dionisiache, e il Dionisio-Bacco, secondo la leggenda, si fermò a lungo a Delfo.

Di questi oracoli provocati da gas intossicanti ve n'erano ovunque si sviluppasse gas dai terreni: al lago Averno, Eracleo e Figalo, laghi che, credendosi perciò in comunicazione con l'inferno, pretendevasi dessero luogo all'evocazione dei morti; e, quel che è più semplice, all'intossicazione inebbriatrice dei vivi, che così divenivano interpreti dei morti, o necromanti.

Sicchè l'origine patologica, epilettoide del genio si completa col consenso universale di tutti i popoli antichi e selvaggi, consenso portato fino al punto dell'adorazione dell'epilessia e della fabbricazione artificiale di epilettici per averne un profeta, che è il genio dei popoli primitivi.