Finalmente a questa classe medesima appartengono altresì i Dizionari etimologici, i quali però richiedono breve discorso, e questo lo vuol quasi tutto il Muratori. Sono alcuni i quali avendo per costume di biasimar ciò, che non sanno, sorrideranno al nome d'etimologie, nè crederanno che reputar si possano illustratori d'una lingua coloro, che i loro studj hanno rivolti a questo genere di considerazioni, che essi chiamano vano ed inutile. Ma se si considera quanti uomini preclarissimi a sì fatte indagini hanno consacrate le loro cure, se si considera, che fra questi è il Leibnitz, che molto ne scrisse, e con molta, diligenza, ed il Cesarotti, che di questo studio fece una breve, ma giudiziosa difesa ed opportuna,[121] e desiderò che un Vocabolario etimologico avesse la nostra lingua disposto secondo l'ordine alfabetico delle radici[122]: se a tutto ciò si ponga mente non dovremo noi esser molto solleciti della disapprovazione di costoro. Potrebbe forse piuttosto dubitarsi, se far si dovesse un rimprovero agl'Italiani di non aver già prima d'ora adempiuto, o prevenuto il desiderio del Cesarotti, lasciando che la palma cogliesse in ciò un Francese, cioè il Menagio colle sue Origini Italiche. Ma la difficoltà dell'impresa probabilmente fu quella, che fino ad ora distolse i nostri dal correre pienamente questo arringo. E per ciò che spetta al Menagio, quanto è degna di lode l'intenzion dell'autore dottissimo, che coraggiosamente prese ad illustrare una lingua non sua, altrettanto era da desiderarsi un più felice riuscimento alle sue cure, ed alle sue fatiche. Imperciocchè se da quel suo libro si tolga ciò che egli prese dagl'Italiani Redi, Dati, Chimentelli, Canini, Monosini, Ferrari, Varchi, Castelvetro, e dal Vocabolario della Crusca, poco resta di suo e quel poco generalmente parlando non è molto lodevole. Ma venghiamo a noi.
Il Muratori dunque parlando dell'origine di nostra lingua due lunghe serie di parole ci dette, la prima di quelle voci Italiane, l'origine delle quali è tuttavia sconosciuta, o dubbiosa, e la seconda di molte voci, delle quali cerca donde provengano.[123] Nella prima molte son le parole delle quali non reca l'origine, come per lo stesso titolo suo era da aspettarsi; pure d'alcune l'accenna, e di qualche altra non è difficile l'assegnarla. Fra queste sono basto che viene da bast, basta:[124] cangiare, dal Latino cambiare; di cui si veda il Du Cange; cascare da cascus, che nell'antico Latino significava vecchio, e forse voleva dire debole, cadente; caprone non comprendo come il Muratori non si sia accorto, che viene da caper; zanzara dal suono che fa, ed altre di quel catalogo, che si potrebbero aggiungere. La seconda serie è un copioso catalogo di voci, delle quali egli va indagando l'origine ora dal Latino antico, ed or dal barbaro, ora dalle lingue de' popoli invasori d'Italia, e dal Provenzale, dallo Spagnolo, dall'Arabo, con molta erudizione. Parecchie etimologie si possono aggiungere ancora quì fra le quali accennerò le seguenti tratte dal Tedesco. Bara, cioè cataletto viene da bahre: Becco per maschio della capra da bok: bosco da busk (il Muratori alla v. abbozzare avea bensì detto, che bosco derivava dalla lingua Tedesca, ma non ne aveva indicata la radice nè l'aveva registrata al suo luogo): daga spezie di spada da dagen spada: stanga da stange: tasca da tasche: tasso animale da dachs.[125]
Non tutti poi adotteranno tutte le sue etimologie. Per esempio astio probabilmente viene dal Tedesco hass come altri già ha detto: ed egli lo fa venire dal Latino, la qual lingua non aveva questa voce, erronee essendo le due citazioni di Plauto, che presso di lui si leggono, e che egli prese dal Du Cange. Randello viene dal Tedesco randell, e il Muratori troppo forzatamente lo fa derivare da rand, che significa giro, cerchio, margine. Ma in cose oscure tanto, e difficili, e ravvolte in tante incertezze chi può pretendere, che mai non si devii? Anche Anton Maria Salvini spiegò l'etimologia di alcune voci Italiane ne' suoi discorsi accademici[126] e il Baruffaldi, molte ne aveva esaminate di quelle, che dal Ferrari, e dal Menagio, erano state trascurate.[127]
[ Edizioni ed illustrazioni degli Autori classici.]
CAPO X.
Un altro modo d'illustrar la lingua adoperarono altri or pubblicando l'opere de' buoni scrittori, ed or rischiarandole con annotazioni, e con ogni maniera di spiegazioni. I Salvini, i Manni, i Biscioni, i Bottari, ed altri con nuove, e più corrette edizioni delle opere, che fanno testo in lingua, e già dianzi erano pubblicate, e con ritogliere dalla polvere delle librerie gli antichi manoscritti, e darli in luce molto hanno giovato alla nostra lingua. E molto più le hanno giovato coloro, che sì fatte opere co' loro comenti hanno rischiarate. Le fatiche de' comentatori di Dante non soddisfacevano abbastanza al comun desiderio, siccome quelle, che spesso non erano esatte, e sempre soverchiamente diffuse. Ripararono a questo difetto Gio. Antonio[Pg 93] Volpi co' suoi indici nell'edizion del Comino[128] poi il P. Pompeo Venturi,[129] e finalmente il P. Baldassare Lombardi Minor Conventuale[130] colle loro annotazioni. Molto si affaticò pure intorno a Dante il Canonico Dionisi di Verona esaminando codici, e raccogliendo varianti per procurare un'edizione esatta della Divina Commedia. Frutto di tanto suo studio sono alcuni suoi opuscoli ne' quali molte cose si vedono utilissime alla illustrazione di quest'opera, quantunque talvolta vi s'incontrino ancora giudizj fallaci, e congetture prive di fondamento.[131] Benemerito[Pg 94] del Petrarca, o piuttosto di quelli, che lo leggono volle essere il Muratori corredando le rime di quel gran Lirico colle sue annotazioni, e con quelle d'Alessandro Tassoni, che egli dette in luce per la prima volta, quantunque non tutti siano per approvare le critiche di quel sommo scrittore, che nelle cose spettanti al gusto non era così grande, quanto in ciò che spetta all'antichità. E benemeriti ne furono veramente il Tiraboschi, che nella sua storia esponendo la vita di lui alcune parti delle sue rime andò illustrando, e il chiarissimo Signor Conte Gio. Battista Baldelli nella bella vita, che ne scrisse,[132] e che tutta è piena di scelta erudizione, e di giusta critica. Così piaccia a lui di darci pure la vita di Dante, come questa ci ha data, e quella del Boccaccio, della quale a me rincresce solamente di non poter quì ragionare, perchè non appartiene all'epoca, nella quale star deve racchiuso questo mio ragionamento[133]. Ricorderò bensì la storia del Decamerone di Domenico Maria Manni,[134] a qualche difetto della quale supplì poi il Lami nelle Novelle Letterarie di Firenze del 1754. 1755. 1756. Anche il Bottari illustrò e difese il Decamerone con trentadue lezioni, che[Pg 95] hanno poi veduta la luce per opera del signor Francesco Grazzini egregio giovine de' buoni studj amantissimo.[135] Ma quanto debbono gli approvati scrittori alle cure indefesse de' due testè mentovati Manni, e Bottari! Quanto ad Anton Maria Salvini, al Canonico Biscioni, al Seghezzi, al Serassi! Se io volessi quì noverare le opere per essi, o per altri più correttamente pubblicate, o da' testi a penna tratte per la prima volta in luce, o di utili prefazioni, e annotazioni arricchite ampia materia avrei di ragionare. Ma troppo increscevole sarebbe un lungo catalogo di nomi e di titoli, e al tutto inutile, da che il Signor Gamba nella sua serie delle edizioni de' testi di lingua Italiana[136] sì accuratamente ha soddisfatto al pubblico desiderio.
[ Di quegli Scrittori, che hanno illustrata la lingua Italiana scrivendo purgatamente.]
CAPO XI.
Ma la più nobil maniera di illustrar una lingua consiste nello scriver bene. Io non pretendo decidere quali sieno gli scrittori, che debbono[Pg 96] far testo in lingua. Questo è ufficio dell'Accademia della Crusca, ed ha voluto almeno in parte soddisfarvi l'Accademia Fiorentina nel partito preso il 1786. di cui ho parlato più volte.[137] Io prendo ad annoverare non solamente coloro, ai quali è stato quest'onor conceduto, o che ottener lo potrebbono, perchè scrissero purissimamente, ma quelli ancora, che meritano lode di molta purità, quantunque alcuna volta, o per trascuratezza, o per debolezza di umana natura sieno caduti in qualche errore, od abbiano usata qualche voce non approvata. Niuno scrittor vivente porrò fra questi, de' quali troppo è pericoloso il dar giudizio: nè intendo di noverare tutti i trapassati, che ne son meritevoli, perchè troppo lunga impresa sarebbe, e difficile. Altri però mi ha diminuita alquanto la fatica. Oltre all'Alberti, di cui ho già fatta parola, il Signor Gamba[Pg 97] nuovamente stampando la sua serie dell'edizione de' testi di lingua[138] agli scrittori scelti dall'Accademia, e dall'Alberti parecchi altri ne aggiunse di purgata favella. E poco fa un anonimo scrittore coltissimo, giudizioso, e della nostra lingua amantissimo ha pubblicato un eccellente catalogo d'alcune opere attenenti alle scienze alle arti e ad altri bisogni dell'uomo; le quali quantunque non citate nel Vocabolario della Crusca meritano per conto della lingua qualche considerazione.[139] Finalmente il Signor Poggiali alla sua serie de' testi di lingua ha aggiunto un catalogo di opere non citate nel Vocabolario di autori però in esso allegati, e un altro di opere scritte in buona favella di autori non citati nel Vocabolario.[140] Molto prenderò da questi scrittori, aggiungendo però non poco, e talvolta allontanandomi dall'opinion loro, e piuttosto agli autori per essi approvati aggiungendone alcuni altri.
Comincio dagli Scrittori di Grammatica, e fra questi vuolsi dare il primo luogo al Corticelli. Di lui ho già detto di sopra, dove ho lodato i suoi precetti; e quì devo nominarlo di nuovo perchè i suoi precetti sono esposti purissimamente. L'opera sua è annoverata fra quelle approvate dall'Accademia Fiorentina. Al Corticelli unisco Francesco Maria Zanotti per gli Elementi di grammatica volgare de' quali altresì ho già parlato, e pel Ragionamento sopra la volgar Lingua.[141] E poichè in questa parte del mio ragionamento ho nominato per la prima volta questo immortale scrittore, non so trattenermi dal mostrare qualche maraviglia, che l'Accademia Fiorentina in quel partito da me ricordato ponendolo fra gli scrittori approvati di tante sue opere abbia scelte le lettere solamente, e le opere mattematiche, filosofiche, oratorie, e poetiche abbia trascurate. Le sue lettere sono bellissime; ma non sono men belle le altre cose; e in tutte si vede una grazia di stile, che innamora. Io non dico, che egli sia scrittore purissimo nel fatto della lingua, nè volle esser tale. Ma, come il Castiglione, seguì una certa libertà, la qual pure non è senza grazia. Che se i Deputati reputarono opportuno di perdonargli questa libertà nelle lettere senza approvarla, parrebbe che sì fatta indulgenza usar gli si dovesse ancora per le altre opere tanto maggiori, o l'importanza si consideri della materia, o la cura da lui posta nello scriverle. Finalmente ricordo i dialoghi del P. Rosasco, de' quali pure ho già fatta menzione. Avrei desiderato, che questo purgato scrittore non facesse uso di certe voci antiquate che non sono rare in quel suo Libro. Checchè però sia di questo, egli in quest'opera scrive purgatamente, e si deve dargliene lode. Ma progrediamo più innanzi e dai maestri di grammatica passiamo a quelli, che ci hanno dati i precetti dell'eloquenza e della poesia.