Quì pure ci si presentano il P. Corticelli e Francesco Maria Zanotti. I cento discorsi del primo su l'eloquenza meritarono d'essere approvati dall'Accademia Fiorentina.[142] Parrà forse ad alcuno, che i suoi insegnamenti sieno comuni troppo; ma non è comune in essi la purità della lingua, e il savio avvedimento di prendere gli esempj tutti da ottimi scrittori approvati dalla Crusca. Il secondo scrisse cinque ragionamenti dell'arte poetica,[143] parlando della poesia in generale poi della tragedia della commedia dell'epopeja e della lirica. Nella qual trattazione egli condisce tutto con quella grazia, che era a lui naturale e che non lo abbandonava anche ne' famigliari discorsi. I precetti poetici dette pure il Gravina, e la sua opera è annoverata fra quelle scelte dall'Accademia Fiorentina, il qual autorevol giudizio mi fa sicuro, che non m'inganno commendando ancora le altre opere sue scritte in Italiano[144]. Con purgato stile procurò di scrivere il Quadrio la sua faticosa, e troppo lunga opera della storia e della ragione d'ogni poesia,[145] il Bisso nell'elementare introduzione alla volgar poesia,[146] il Baruffaldi ne' ragionamenti poetici, dove parla della rima, dei rimarj, de' centoni, e delle varie edizioni della Gerusalemme liberata,[147] il Parini nei principj delle belle Lettere,[148] e il Borsa nella dissertazione sul Gusto presente in Letteratura Italiana onorata di premio dall'Accademia Mantovana.[149] Ma parecchi fra questi vince d'assai, ed a niuno è secondo il Sibiliato a giudizio d'uomini intelligenti (giacchè non mi è riuscito di vedere le cose sue). Due dissertazioni di questo scrittor purissimo appartengono a questa classe, e furono da lui destinate a due Accademie diverse. Commenda nella prima l'arte poetica, mostrando quanto alla civil società sia vantaggiosa ed alla politica, e fu premiata dall'Accademia Mantovana: colla seconda corregge e reprime quella pedanteria scientifica, (come la chiama il Cesarotti) che agli anni passati col titolo di spirito filosofico invase e guastò l'amena letteratura.[150] Aggiungo a questi Anton Maria Salvini ed il Marchese Gio. Giuseppe Orsi. Il primo per le annotazioni da lui fatte alla perfetta Poesia del Muratori, ed il secondo per le considerazioni sopra il libro francese intitolato de la maniere de bien penser dans les ouvrages d'esprit,[151] e pel ragionamento sopra il dialogo di Cicerone de senectute.[152] Ambedue fanno testo in lingua, il Salvini per antico diritto, l'Orsi per decreto dell'Accademia Fiorentina. A questa classe appartengono i dialoghi del Regali di cui ho parlato al Capo VI, ed alcune opere di Giuseppe Bianchini, cioè la difesa di Dante, le tre lezioni sopra il primo terzetto del Paradiso di Dante, sopra un sonetto del Petrarca, e sopra uno del Varchi, il Trattato della satira Italiana, e il Dialogo intitolato la villeggiatura,[153] e la difesa del Petrarca per opera del Casaregi, del Canevari, e del Tomasi.[154] A questa classe si possono aggiungere altresì l'acre censura, che il Biscioni fece all'edizione de' Canti carnascialeschi procurata dal Bracci,[155] e la più acre risposta dello stesso Bracci[156]. Commendo ne' due feroci rivali la purgatezza della lingua, ma biasimo solennemente la mordacità loro, e principalmente del secondo, che ebbe poi a dolersi di averla usata.
Molti più sono gli Oratori, ed i Poeti, che domandano d'esser quì nominati. Ne sceglierò alcuni, non potendo parlar di tutti. Fra gli Oratori vuolsi concedere il primo luogo al Gesuita Lucchese Alfonso Nicolai[157] per ciò che spetta alla lingua; nè a questo m'induce l'amor della Patria, ma sì l'Accademia Fiorentina, che l'annoverò fra i suoi scrittori approvati. I Gesuiti Tornielli[158] Bassani, Sanseverino, Dolera, Rossi, Venini, Trento, Pellegrini, Granelli, Muzani, Masotti, Vettori, e il Domenicano Valsecchi, furon lodati da chi li ascoltò predicare dal pergamo e sono lodati da chi legge le loro prediche. Anche fra gli Autori di lezioni sulla Santa Scrittura ve ne ha parecchi di purgata favella. Tali io giudico il Nicolai, il Granelli, il Rossi, il Pellegrini, già mentovati, e il Barotti, il Martinelli, e lo Scotti. Si aggiungano a questi Gio. Maria Luchini, ed Angelo Maria Ricci, pe' loro volgarizzamenti d'alcune Omelìe di S. Basilio, di S. Giovanni Grisostomo e di S. Gregorio Nazianzeno, de' quali parlerò altrove, Giuliano Sabbatini Scolopio e Vescovo di Modena, Lodovico Preti, Giuseppe Tozzi, Antonio Monti. Fra gli Oratori profani, si debbono ricordare Benedetto, e Giuseppe Averani, e Anton Maria Salvini. Nomino quì Benedetto, perchè l'Accademia Fiorentina che l'annoverò fra gli Scrittori da lei destinati a far testo in lingua gli attribuisce non so quali orazioni. Queste però non sono note al Mazzucchelli, nè al Signor Gamba, nè a me. Note sono bensì le sue dieci Lezioni sopra il quarto Sonetto del Petrarca stampate in Ravenna il 1707. cioè l'anno stesso della sua morte. Dieci lezioni per un sonetto a dir vero sono troppe; ma tale era l'uso del tempo suo che ora è cessato, nè è da dolersene. Altre undici lezioni egli scrisse, le quali abbiamo fra le prose Fiorentine. Molte lezioni altresì scrisse il fratello suo Giuseppe, che il Proposto Gori fece poi stampare.[159] I Salvini si dee collocare fra gli oratori sacri per le prose sacre,[160] e fra' profani pe' discorsi Accademici, per le prose toscane, ed altre opere.[161] Altri oratori abbiamo nelle Prose Fiorentine, e nell'aggiunta che a questa si fece in Venezia il 1754. Purgatamente scrissero orazioni ancora Francesco Maria Zanotti, Alessandro, e Domenico Fabri, il P. Curzio Boni Chierico Regolare della Madre di Dio, Flaminio Scarselli, ed altri.[162]
Agli Oratori succedano gli scrittori di lettere. Sono alcuni, ai quali niente aggrada, che non sia forestiero, e d'oltre monti non venga o d'oltre mare. Essi magnificando le glorie dell'altre Nazioni in questa parte della letteratura non cessano di rinfacciare all'Italia, che le mancano buoni scrittori di tal genere. Se il mio argomento mel permettesse non sarebbe a me difficile di mostrar pienamente la falsità di questa accusa, indicando molti egregi epistolarj del passato secolo, o dei precedenti. Ma contenendo ancora il mio discorso fra gli angusti confini, che mi sono prescritti, e continuando la mia trattazione mi avverrà di rispondere almeno in parte a quel rimprovero, quasi senza avvedermene. Il Metastasio è autore approvato dall'Accademia Fiorentina per le opere drammatiche solamente, nelle quali era sommo. Le altre opere sue, benchè sieno di minor pregio, sono però lodevoli. Le lettere[163] sono scritte con molta grazia, e con qualche purità. Dotte ed erudite son quelle d'Apostolo Zeno,[164] il quale altresì è approvato da quell'Accademia per alcune delle sue opere drammatiche. Elegantissime sono quelle de' Bolognesi, e leggiadramente scritte[165]. Eustachio Manfredi, i due Zanotti Francesco Maria e Giampietro, il Ghedini, Alessandro e Domenico Fabri, e Flaminio Scarselli ne sono gli autori; e i loro nomi sono così noti, che farei cosa inutile se quì prendessi a commendarli. Molte lettere abbiamo dell'Algarotti fra le sue opere.[166] Sanno tutti, che l'Algarotti alla scuola Bolognese attinse il buon gusto delle lettere, e fu scrittore elegante, e da prima anche puro. Ma poi viaggiando in Francia, in Inghilterra, in Germania, ed ivi dimorando lungo tempo il suo stile prese una certa straniera tintura, per cui le maniere de' nostri antichi si vedono talvolta unite a quelle de' moderni oltramontani, il che se non m'inganno fa un contrasto spiacevole da non imitarsi. L'Alberti citò le sue opere, nè lo condanno per questo, perchè molte voci vi si trovano spettanti alla fisica e alle arti del disegno, che secondo il suo instituto egli dovea raccogliere: ed io cito quì le sue lettere, e citerò altre cose sue, ove mi cadrà in acconcio, perchè molto v'ha in esse scritto toscanamente.
Anche al Magalotti nocquero i lunghi viaggi in ciò che spetta alla purità di lingua. Purgatamente scrisse i saggi di naturali sperienze, che fanno testo in lingua. L'Accademia Fiorentina concedette quest'onore anche alle sue lettere sì familiari, che erudite.[167] Il Cesarotti si doleva[168] che riconoscendosi questo scrittore per fortissimo nei saggi dell'Accademia del Cimento, si accusi d'esser poi nelle sue lettere familiari scritte in età più matura (si noti la circonstanza) caduto in neologismi, gallicismi, e barbarismi evidenti. Non è strano però, che un giovine scrittore di felice indole ben indirizzato nelle lettere, e conversando con uomini dotti scriva da prima lodevolmente, e col volger degli anni, sedotto poi dall'altrui plauso, o dalla soverchia stima di se medesimo, o da qualsivoglia altro motivo travii dal retto sentiero, e cada in errori anche gravi: e di leggieri se ne potrebbe recar qualche esempio. Il Cesarotti rammenta il giudizio di Monsignor Fabroni, il quale dice che l'orazion del Magalotti è piena di maestà, splendida, e luminosa, ed ha in se una somma bellezza, e dignità, e porta sempre in fronte (ciò che fu lodato in Messala) la nobiltà dell'autore, il che tutti gli concederanno. Ma il Fabroni non lo difende da quell'accusa, nè credo che altri lo vorrà difendere, e l'Accademia Fiorentina, che approvò le opere del Magalotti non avrebbe forse voluto tutte approvar le parole, e i modi di dire, che sono in quell'opere. Purità grande al contrario, scevra da ogni scoria straniera ci offrono le lettere di Lodovico Preti, e di Natale dalle Laste, o Lastesio. Meno pure di queste sono le lettere di Lodovico Bianconi sulla Baviera, e su Cornelio Celso; ma tanta è la grazia con cui sono scritte, che volentieri gli si perdona qualche scorrezione. Il Signor Gamba pone nel suo Catalogo le lettere di Giuseppe Baretti a' suoi fratelli stampate a Venezia il 1762. e tre altre del medesimo contro Biagio Schiavo uscite in luce il 1747. co' torchj di Lugano. Ma siccome egli confessa, che questo capriccioso autore va al di là nel coniar vocaboli strani, non credo dovergli dar luogo nel mio. Per la cagion medesima escluderò la troppo celebre frusta letteraria, colla quale sotto il nome d'Aristarco Scannabue malmenò molti scrittori anche insigni del suo tempo.
Un altro lamento sogliono fare alcuni, che in parte ripete il Signor Cesarotti. Il Boccaccio, egli dice, ricco delle locuzioni del comico familiare, manca dei tornj dell'urbanità delicata, e da lui forse è addivenuto, che l'Italia in questo genere è tanto inferiore alla Francia. E ciò non basta. Altri fra le opere degl'Italiani non ne trovano quasi veruna, che serva a piacevole trattenimento, e fanno querele, perchè quasi tutte dalle scienze, o dalle facoltà, che insegnano, prendono un certo aspetto severo troppo, e contente d'insegnare, non si curano di dilettare. Ma questi lamenti mi sembrano ingiusti. Il Boccaccio prendeva stile diverso secondo la diversità delle materie. Nelle novelle di Calandrino, Bruno, e Buffalmacco ed in altre simili fece uso del comico familiare; l'urbanità delicata adoperò in quelle della Marchesana di Monferrato, di Bergamino, del Re di Cipri, e in altre molte; e sono per avventura più le seconde, che non le prime. Potrei citare altresì il Castiglione nel Cortegiano, il Bembo negli Asolani, il Caro, e il Bonfadio nelle lettere, e parecchi altri scrittori del secolo decimosesto. Ma io debbo ristringere il mio discorso fra quelli del decimottavo. Or chi non ravvisa l'urbanità, ed anche la piacevolezza negli autori di lettere poco fa mentovati? E chi potrà indicarmi non dirò un'opera, ma direi quasi una sola facciata di Francesco Maria Zanotti, in cui si desiderino questi pregi? Sino le cose mattematiche ne' dialoghi sulla forza, che chiamano viva, e la morale filosofia sono da lui appiacevolite con tanta leggiadria di stile, che non temono veruna benchè illustre comparazione. Urbanità, e piacevolezza io trovo ancora nell'opere dell'Algarotti, del Gesuita Roberti, di Gasparo Gozzi, del Conte Robbio di S. Raffaele, del Conte Giambattista Giovio, del Bianconi, e nelle Donne della Santa Nazione del Gesuita Giuliari. Non finirei così presto, se tutti volessi noverare coloro, che meritano d'esser citati. Tralascio perciò il lungo ed inutil catalogo de' loro nomi, e proseguo l'intrapresa carriera.
Il secolo decimottavo si può dir per l'Italia il secolo de' poeti. Non v'ha quasi città, che non vanti qualche buon poeta, o mediocre. Non è mio ufficio l'esaminare, se quell'immenso torrente di versi, che agli anni passati ha inondate le nostre contrade, fosse affatto inutile o anche dannoso, o se per avventura ne sia provenuta qualche maggiore e più universale, coltura degl'ingegni Italiani. Io cerco solamente fra tanto numero di poeti quali sieno coloro, che agli altri pregj di buon poeta seppero unire la purità della lingua. E cominciando dagli autori di certi poemi, che epici in qualche modo si possono chiamare nominerò in primo luogo la Genesi di Monsignor Cerati Vescovo di Piacenza, poi il Tobia di Cammillo Zampieri, gli occhi di Gesù del Martelli, l'Apocalisse di S. Giovanni, e il Telemaco di Flaminio Scarselli, e il Giobbe del Rezzano, e quello dello stesso Zampieri. Tranne i tre primi gli altri si considerano come traduzioni, alle quali non do quì luogo;[169] ma se rettamente si osserva si debbono piuttosto chiamar imitazioni, che traduzioni. Fra i poemi didascalici nominerò prima l'Antilucrezio del Ricci approvato dall'Accademia Fiorentina, e poi la Fisica, l'origine delle Fontane, e il Caffè del Barotti felice imitator dell'Ariosto, la felicità del Bondi, i Cieli del Pellegrini, tutti tre Gesuiti. Si uniscano a questi i poemi di cose agrarie, come la coltivazione del riso dello Spolverini, il Baco da seta del Betti, il Canapajo del Baruffaldi, la coltivazion de' monti del Lorenzi, le fragole del Roberti.[170] Maggior sarebbe il numero dei poemetti di vario argomento se quì volessi noverarli. Fra questi non debbo tacere la Bucchereide del Bellini, che fa testo in lingua: ma degli altri non farò menzione perchè troppo lungo discorso si richiederebbe. Laonde senza più farò passaggio alla poesia teatrale.
Questa si può dividere in tragica, drammatica, e comica. Il primo ristoratore della Tragedia Italiana nel secolo, di cui parliamo fu Pier Jacopo Martelli, ed egli avrebbe riscosso plausi più durevoli, se non avesse adoperato i nojosi versi, che da lui hanno il nome di Martelliani. Il Gravina scrisse con molta purità cinque Tragedie, che sono altrettanti efficacissimi sonniferi, quantunque non sieno prive di qualche pregio. Lodevoli sono quelle dell'Ab. Antonio Conti. L'Accademia Fiorentina approvò le prose e le rime di quest'autore, colla quale denominazione pare, che abbia voluto indicar solamente le sue opere stampate in Venezia il 1739. e 1756. in due volumi. Ma ivi non sono nè il volgarizzamento della lettera d'Elisa ad Abelardo, nè le sue quattro Tragedie. Dovremo dunque dire, che queste cose sieno escluse? Io non lo credo, e penso piuttosto, che in quelle parole sieno comprese le opere sue tutte quante. Quasi nel tempo medesimo il Marchese Maffei compose la Merope tante volte stampata, e rappresentata sul teatro. Il Voltaire l'imitò in parte, e poi la criticò amaramente, celandosi sotto il finto nome di M. de la Lindelle. Inferiore di pregio alla Merope è la Didone di Giampietro Zanotti, e vie più inferiori sono l'Ezzelino e la Giocasta del Baruffaldi, quantunque sieno scritte purgamente. Intorno allo stesso tempo Domenico Lazzarini dette in luce l'Ulisse, il quale non ha altro merito, che d'esser puramente scritto, e d'aver fatta nascere la celebre satira intitolata il Ruzvanscad. Degno di sedere accanto all'autor della Merope è Alfonso Varano pel Demetrio, Giovanni di Giscala, e Agnese, e ne è degno altresì il P. Giovanni Granelli Gesuita pel Sedecia, Manasse, Dione, e Seila figlia di Iefte. Nè molto inferiori a queste ottime io stimo il Gionata, il Demetrio Poliorcete, e il Serse del Bettinelli Gesuita egli pure. Questo celebre Scrittore non cercò molto la purità della lingua; ma fu maggiore la libertà da lui usata dopo la soppressione della Compagnia di Gesù; nelle tragedie però principalmente e in qualche altra opera, che indicherò a suo luogo, fu assai moderato. Fu il Pompei amante della nostra lingua, e tale si mostrò in due tragedie intitolate Ipermestra e Calliroe. In queste merita molta lode per regolarità di condotta e per altri pregj; non è però mio officio e lascio ad altri l'esaminare se quelle sue tragedie tanti ne abbiano e tali, che debbano ottener molto plauso rappresentate sul teatro. Parecchi altri Poeti Tragici del passato secolo sono con onor nominati dal chiarissimo Signor Napoli Signorelli nel sesto volume della sua storia critica de' Teatri, de' quali non farò quì parola, perchè o sono viventi, o non si sono abbastanza curati di scrivere puramente, o non ho lette le loro produzioni. Ma fra le Tragedie non vedute da me credo di potere assicurare, che l'Agamennone e Clitemnestra pubblicata nel 1786. dal Signor Matteo Borsa abbia quella purità di lingua, che io quì ricerco, perchè egli era colto e purgato scrittore, talchè il Signor Gamba avrebbe potuto concedergli un luogo onorevole nella sua appendice.
Il novero de' Poeti Tragici, che debbono esser da me nominati terminerà col Conte Vittorio Alfieri. Le sue tragedie al primo loro apparire sulle scene ottennero molto plauso, il quale pel corso di ben ventisei anni non si è punto scemato. Alcuni critici di molto ingegno, e di non mediocre dottrina si sono adoperati di trovare in esse parecchi difetti: ma niuno accusa l'autore di non essere scrittore purgato. A me basta questa lode, che l'universal consentimento, gli accorda, nè a me appartiene d'indicare gli altri suoi pregj, o assottigliarmi d'indagarne i difetti, nè di esaminare se i migliori dei tragici nostri sieno da lui uguagliati, o superati. Lascio questo esame agli spettatori frequenti, che non si stancano di accorrere alle sue tragedie tante volte ripetute.
La tragedia ci è stata trasmessa dai Greci, e dai Latini, ma il dramma musicale è opera nostra. Niun poeta teatrale è mai pervenuto alla celebrità del Metastasio, i drammi del quale si son cantati su i Teatri tutti dell'Europa. Questi furono approvati dall'Accademia Fiorentina, come pur lo furono quelli d'Apostolo Zeno, che è al Metastasio longo proximus intervallo. Degli altri poeti drammatici non credo dover far parola.[171] Anche i poeti comici non mi tratterranno lungamente. Le commedie del Fagiuoli fra le opere scelte dall'Accademia Fiorentina per la nuova edizione del Vocabolario. Ma se meritano lode, perchè sono scritte toscanamente, non la meritano molto per gli altri pregj, che alla commedia son necessarj per essere applaudite nel Teatro. Anche le poche commedie, che abbiamo del Lazzarini, del Maffei, e dell'Alfieri sono commendabili per la purità della lingua, ma contente di questa lode non debbono esigerne altra maggiore. Al contrario il Goldoni, cui niuno vorrà negare il primato nella poesia comica italiana per gli altri pregj, che essa richiede, ha trascurato alquanto la purità della lingua.
Se scarso è il numero di quelli, che questa parte della poesia hanno coltivata felicemente, grande è quello de' poeti lirici. Le poesie del Filicaja e del Menzini furono citate dalla Crusca. Quelle di Giovan Bartolommeo Casaregi, del Crudeli, di Monsignor Ercolani, del Guidi, del Lorenzini, del Mozzi, e d'Anton Maria Salvini furono approvate dall'Accademia Fiorentina. L'Alberti cita le rime del Gigli seguace del dialetto Senese, e quelle d'Angelo Maria Ricci, che mi sono ignote, giacchè la guerra de' ranocchi, e de' topi attribuita ad Omero, e da lui volgarizzata in versi anacreontici non può annoverarsi fra le rime, quantunque sia in versi rimati. A questi il signor Gamba aggiunge il Lazzarini, il Maffei, il Magalotti, il Manfredi, Alessandro Marchetti, il Martelli, il Mascheroni, il Pompei, e il Varano. Io finalmente ne aggiungerò più altri. Fra questi porrei il Frugoni, se gli editori suoi fossero stati men liberali. Vi porrò bensì l'Algarotti, di cui l'Alberti cita parecchie opere di prosa, non però le poetiche, che sono più toscanamente scritte dell'altre. Vi porrò Francesco Maria e Giampietro Zanotti, Giovan Battista Zappi, il Ghedini, il Salandri, il Conte Agostino Paradisi, il Pozzi, il Vannetti, il Tagliazucchi, il Duranti, i Gesuiti Bassani, Rossi, e Berlendis, il Vittorelli, il Bondi, il Parini, il P. Fusconi, il Baruffaldi, lo Scarselli, Alessandro Fabri, il Bettinelli pe' versi sciolti principalmente, il Dio del Cotta, le canzonette marinaresche del Gesuita Tornielli.