[Dell'origine e dei caratteri delle moderne lingue d'Europa.]
CAPO I.
Il chiarissimo Sig. Ab. Denina autor fecondo di molti libri ha scritto alcune dissertazioni su l'origine, le differenze, e i caratteri delle moderne lingue d'Europa, che si leggono negli Atti dell'Accademia delle scienze e belle lettere di Berlino, e in parte ancora stampate separatamente.[2] A me rincresce di non avere quest'opera e di non aver lette che sole tre delle sue molte[Pg 7] dissertazioni, e sono quelle, che discorrono le cause della differenza delle lingue, e dell'origine della lingua Tedesca.
A tre classi egli riduce le cause delle differenze, che si osservano tra le lingue figlie di una stessa madre; cioè fisiche, morali, e miste. Causa fisica è per lui la diversità della pronunzia. I popoli barbari, che invaser l'Italia furon costretti d'avvezzarsi alla lingua latina; ma per quella difficoltà, che si prova da prima nell'intender bene o bene esprimer qualche voce straniera, ora cambiarono qualche vocale o qualche consonante, ora tolsero, o aggiunsero qualche lettera o sillaba in principio in mezzo o in fine. Ora l'alterazione in questa guisa fatta a una lingua si chiama fisica dal Signor Denina, perchè egli derivata la crede dal clima o dalla organizzazione de' nuovi abitanti. Ma io dubito, che volendo questo scrittore comparir filosofo sottile e profondo abbia traviato dal retto sentiero della verità. In fatti io non so bene qual sia il clima che ama una vocale piuttosto che un altra e fa accorciar le parole di qualche sillaba. Nè vedo pure come una certa conformazione di muscoli o di nervi o di non so che altro possa produr questo. E son d'avviso che se nel cuore della Svezia o della Danimarca o della Germania si trasferisse una colonia toscana o lombarda, e a questa si consegnasse qualche fanciullo appena nato di padri Svezzesi o Danesi o Tedeschi, son d'avviso io dissi, che egli si avvezzerebbe alla lingua di que' coloni nè la difformerebbe con accorciamenti o mutazioni, e pure il clima sarebbe diverso dal Toscano e dal Lombardo, e tal sarebbe la sua organizzazione qual l'avrebbe sortita nascendo. Il solo uso lunghissimo e costante forma la pronunzia e quei barbari giunti in Italia alterarono la lingua latina non pel clima, in cui eran nati, non per la naturale organizzazion loro, ma per la lingua alla quale eran avvezzi. Non giudico necessario d'illustrare la mia obiezione con maggiori argomenti, e senza più passo alle cause, che l'autore chiama morali, e sono le seguenti. 1. Alcuni nomi imposti alle cose hanno origine dai paesi, da' quali queste si traevano, come Arazzi dalla città d'Aras, guanti in Francese gands da Gand nella Fiandra[3]. 2. Altre voci provengono da una specie d'ironia, per cui significano l'opposto di ciò che dovrebbero significare, onde in Francese phoebus e galimathias indicano un cattivo stile. 3. Le cose stesse sono chiamate diversamente in diversi luoghi secondo gli aspetti diversi, sotto i quali esse possono esser considerate: così la cosa stessa si chiama in Italiano posata da porre, o posare e couvert in Francese da couvrir. 4. La stessa voce, o almeno simile, in diverse lingue significa diverse cose, perchè queste si possono considerare sotto il medesimo aspetto, e reca per esempio la voce brod la quale[4] significava nutrimento in generale, e brodo in Italiano vuoi dire una certa bevanda, e in Tedesco pane. Alcune però di queste son tenui mutazioni delle lingue già formate, non di quelle che nascono; laonde non tendono al vero scopo della dissertazione cui l'autore non sempre ha avuto in mira. Egli ha dimenticato altresì una parte di quello che aveva promesso. Perchè in principio oltre alle cause da lui chiamate fisiche e morali avendo indicate ancor le miste, di queste poi non ha fatto parola. Alla dissertazione aggiunse un supplimento, che non rimedia a questo difetto, e solamente rischiara alquanto le cose già dette, recando l'etimologia di parecchie voci. Ma se alcune di queste etimologie sono commendabili per una certa spontanea naturalezza, che si concilia la persuasione altrui, o per acutezza d'ingegno, con cui son derivate non senza molta verisimiglianza, altre ve n'ha troppo forzate. Tali a cagion d'esempio sono quelle di Kein (che in Tedesco significa nessuno) da οὺχ ἕν; di von (da proposizione nella stessa Lingua) da ἀφ' ὤν; e più altre.
L'accusa medesima vuolsi dare alle due dissertazioni sull'origine della lingua Alemanna, e sull'origine comune delle lingue Alemanna, Schiavona, o Polacca, e Latina, e su quella dell'Italiana. Il Signor Denina è sollecito di mostrare la somiglianza, che queste lingue hanno colla Greca, nella qual cosa più altri Scrittori l'hanno preceduto, e seguitato. La trova egli 1. in alcune voci per mezzo dell'etimologia, di che ho già detto abbastanza: 2. nella terminazione dell'infinito, che in Tedesco è in en e in Greco in ειν; e in alcuni dialetti in ην o in μεν. 3. in quell'aumento della sillaba ge, che in Tedesco prende il tempo preterito. E giudica questo aumento simile alla reduplicazione de' Greci, e dice: il est vrai que les Allemands s'eloignent un peu de la pratique des Orientaux: car au lieu de redoubler les consonnes initiales des verbes ils leur ont substituè le g peut être parceque cela étoit plus facile, mais il n'est pas douteux que cela ne soit venu des langages de l'Asie mineure d'ou est sortie la grecque, et que ce redoublement ne se soit affoibli ou perdu en s'avançant vers le Nord et en s'eloignant de sa source. Il ge aggiunto nella lingua Tedesca al tempo preterito è una particela inseparabile, di cui s'ignora adesso il significato, ma certamente nell'antico Teutonico, significava qualche cosa. Si vede anche ora, che in alcune voci composte indica moltiplicità, unione di cose, onde per esempio da mein mio, si fa gemein comune, da balken trave si fa gebalke le travi del tetto. Io non so, se ancora in altro senso si usasse, e come o perchè si adoperasse per indicare il tempo preterito; ma nell'ignoranza stessa in cui siamo intorno a ciò parmi, che si possa asserir con certezza, che niuna somiglianza ha quella particola colla reduplicazione de' Greci. Questa non è una particola o preposizione inseparabile, ma un aumento, di cui non è nota l'origine e il motivo; laonde è diversa essenzialmente, l'aggiunta adoperata dai Tedeschi da quella dei Greci. Arroge a ciò, che la reduplicazione de' secondi forse non era usata nei tempi più remoti, come dubitano alcuni solenni Grammatici, osservandosi, che nel dialetto Jonico non rare volte si tralascia.[5] Or supponendo, che una colonia Greca, passasse a popolare il paese, che poi si chiamò Germania, questo avvenimento esser deve antichissimo, giacchè niuna storia ne fa menzione; quindi non poteva essa recare in quelle terre l'uso della reduplicazione, e recarvelo in modo, che sempre si adoperi, ove il verbo non sia composto con una particella inseparabile, mentre nella Grecia essa non era anche introdotta, e in tempi assai posteriori l'uso non ne era così costante e universale.
Checchè sia di questo non si può dubitare, che qualche somiglianza non si scorga fra la lingua Tedesca, e la Greca: ma questa somiglianza non conduce il Sig. Denina a credere, che la prima sia figlia della seconda, e piuttosto vorrebbe, che amendue provenissero da una madre comune. Questa dirsi potrebbe la Scitica, ove si prestasse fede alle ingegnose ipotesi del Bailly del Court de Gebelin, del Wachter, dell'Ihre, ed altri. L'Accademico di Berlino però rigettando quell'opinione arbitraria ama meglio di ricorrere alla lingua de' Traci o dei Frigi, ma a me non pare, che il suo avviso sia più fondato del primo. Altre osservazioni domanderebbero le altre dissertazioni, non giudico però necessario di trattenermi più a lungo intorno ad un autore, dotto certamente e rispettabile, ma che in questo argomento, se non erro, troppo ha seguito congetture non sempre felici.
[Dell'origine della lingua Italiana.]
CAPO II.
Fu già questione lungo tempo agitata fino dai secoli trapassati qual sia l'origine della lingua Italiana. Leonardo Aretino, il Cardinal Bembo, Celso Cittadini, ed altri autori trattarono questo[Pg 12] argomento, ma non lo fecero in modo, che togliessero ai posteri l'adito a disputare novellamente. Ne scrissero nel Secolo decimottavo il P. D. Angelo della Noce,[6] Uberto Benvoglienti,[7] e il Quadrio,[8] ma lo fecero sì scarsamente, che io contento d'averli sol nominati passerò tosto a far parola del Marchese Maffei, del Muratori, del Fontanini, e del Tiraboschi, i quali con maggior copia d'erudizione, ed accuratezza esaminarono sì fatta questione.
Il Maffei dopo aver detto nella scienza cavalleresca,[9] che l'Italia per l'invasione dei Barbari cambiò la lingua, e i nomi degli uomini e dei paesi, nella Verona illustrata[10] mutò opinione, e sostenne, che la lingua Italiana provenne dall'abbandonar del tutto nel favellare la Latina nobile, gramaticale, e corretta, e dal porre in uso la plebea, scorretta, e mal pronunziata. Confermò egli la sua asserzione pretendendo, che de' conquistatori dell'Italia pochi ne rimanessero, nè potessero perciò alterare la lingua del Paese. La confermò osservando, che la lingua de' Longobardi e degli altri popoli, che inondaron l'Italia e la soggiogarono era aspra per molte consonanti e dal mischiamento di queste non poteva derivarne una nuova, in cui le vocali avessero tanta parte, come è la nostra. La confermò adducendo parecchie voci Latine, come testa per caput, caballus, e caballinus per equus, ed equinus, laetamen per fimus, nanus per pumilio, tonus per tonitru, bramosus per cupidus, e simili, che ora sono Italiane. La confermò ricordando le aferesi, le sincopi, e le apocopi, o vogliam dire gli accorciamenti di lettere, e di sillabe in principio, in mezzo, e in fine usati dai Latini assai volte e i cambiamenti delle lettere affini. E finalmente per tacere d'altri argomenti la confermò dicendo che anche l'uso del verbo ausiliare avere, il quale si crede passato a noi dalla Germania, fu prima presso i Latini, e ne reca alcuni esempj, ed assai più ne accenna il Signor Abate Denina in due luoghi delle sue dissertazioni testè citate. Ma è falso, che pochi avanzi dei Longobardi, e degli altri invasori rimanessero quì, come dimostra il Muratori, che anzi furono moltissimi, e questi avendo in mano le redini del governo, e le dignità tutte occupando ecclesiastiche, e civili recarono necessariamente una mutazion grande alla lingua. Falso è che dalle lingue di questi popoli aspre per molte consonanti, e dalla Latina nascere non potesse la nostra dolcissima. La lingua latina non ha maggior copia di consonanti dell'Italiana se non nelle terminazioni. Ora queste essendo diverse secondo le modificazioni de' nomi, e de' verbi chi ignora la lingua tralascia facilmente quelle desinenze varie secondo i diversi casi, e perciò appunto difficili a ricordarsi. Bisognerebbe svolgere maggiormente quest'asserzione, ma io non posso arrestarmi a lungo ad ogni passo, e debbo continuare l'intrapreso cammino. Non giova poi l'addurre le parole e gli accorciamenti, che il Maffei adduce, perchè volendosi che la nuova lingua sia un alterazione della Latina debbono in quella esser rimaste tracce moltissime di questa. Quindi ammettere si potrebbe ancora, che l'uso del verbo ausiliare avere venga dal Latino, nè per ciò l'opinion sua avrebbe maggior forza. Vuolsi però riflettere, che i Latini rarissime volte l'adoperarono, e noi siamo costretti d'usarlo continuamente avendo i nostri verbi più e diversi tempi ne' quali esso è necessario, siccome appunto avviene nella lingua Tedesca, la quale l'adopera ne' tempi medesimi, in cui noi pur l'adoperiamo.