Ma il Muratori raccogliendo maggior copia d'antichi monumenti, e più minutamente esaminandoli sostenne un'opinione diversa, e più probabile. L'ignoranza, nella quale cadde miseramente l'Italia per la venuta de' popoli barbari, fece dimenticar le regole della lingua Latina, di modo che nè la sintassi, nè le desinenze de' varj casi ne' nomi, o delle persone nei varj tempi e modi de' verbi più si osservarono. Si aggiunse gran numero di voci nuove tratte dagl'idiomi de' conquistatori, e certe proprietà di questi, come l'uso del verbo ausiliare avere, e dell'articolo. Del primo ho parlato pur ora; e del secondo parlerò adesso brevemente. L'articolo forse derivò a noi dall'antica lingua Teutonica, e fu da prima un accorciamento del Latino pronome ille. Si disse prima illo Caballo, illa hasta, illae foeminae, e poi il, o lo Caballo, la asta, le femine.
Nelle Litanie del 790. pubblicate dal Mabillon in Analect. si legge Adriano Summo Pontefice, et universale Papa. Redemptor Mundi, tu lo (illo cioè illum) juva, e appresso, tu los (illos) juva. In un diploma di Carlo Magno dell'808.[11] si legge: inde percurrente in la Vegiola, ex alia vero parte de la Vegiola ec. E nelle formole di Marcolfo Lib. 1. Cap. 17. Sicut constat antedicta Villa ab ipso Principe lui fuisse concessa, dove lui secondo alcuni viene da illui che nel lor Latino avranno detto per illi, o secondo il Menagio da illius.[12] Aggiunge finalmente il Muratori a confermazione della sua opinione una lunga serie di voci, che provengono dalla Germania, la quale si accrescerebbe di molto, se le antiche lingue degl'invasori d'Italia fossero più conosciute. Il commercio poi, e le crociate trassero a noi dagli Arabi alcune parole, ed appartengono ad arti, come Alchimia, caraffa, lambicco, ec. o a mercatura come canfora, cremesi, lacca ec. o a milizia come Alfiere, Tamburo ec. Molte ne dette la Provenza per lo studio, che in Italia si fece della Poesia Provenzale, ed alcune la Spagna.[13]
L'avviso del Muratori riguarda l'origin prima della lingua, e in ciò fu seguitato dal Fontanini[14] dal Bettinelli[15] dal Tiraboschi.[16] Ma vuolsi passare innanzi, ed indagare donde a lei derivò altra ricca messe di parole, e di modi di dire. Ciò avvenne per la poesia; onde dell'origine della nostra poesia vuolsi tenere ragionamento, e di coloro che nel passato secolo questa parte della storia dell'Italiana letteratura presero ad esaminare. La poesia Italiana diversa è dalla Greca e dalla Latina, perchè queste fanno consistere i versi in un certo numero di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi secondo certe leggi, e la nostra li fa consistere solamente in un certo numero di sillabe con certi accenti posti in luoghi determinati secondo la diversa qualità de' versi, e nella rima. Dico anche la rima, perchè ne' primi tempi non v'era fra noi poesia che ne mancasse. Dell'uso della rima presso i Latini ne' tempi antichi, e ne' secoli barbari, e dei versi regolati non dai piedi ma dal numero delle sillabe, parla a lungo il Muratori;[17] ma le sue erudite osservazioni tralascerò io di ricordare, come quelle che aliene sono dal mio argomento. I primi a poetare fra gl'Italiani furono i Siciliani secondo il Petrarca.
Ecco i due Guidi che già furo in prezzo
Onesto Bolognese, e i Siciliani
Che fur già primi, e quivi eran da sezzo[18]
Ma i Siciliani imitarono i Provenzali secondo il Crescimbeni,[19] il Fontanini[20], ed altri. Il Muratori però non mostrò d'esser persuaso abbastanza da questa opinione, ed oppose le parole citate dell'epistole familiari del Petrarca, dalle quali a lui parve potersi dedurre, che i Siciliani fossero stati i primi a prendere questa maniera di far versi da' Latini, e dai Greci. Il Tiraboschi riconobbe anteriorità ne' Poeti Provenzali, ma dell'obiezione del Muratori non fece parola. A me sembra però, che il Petrarca voglia in quel luogo indicare l'origine più remota della rima, (che è il Lazio, e la Grecia certamente), e la nazione che in Italia precedette l'altre nel far versi, la quale è la Siciliana, senza volere poi indagare, se i Siciliani in ciò abbiano imitati i Provenzali. Diciamo dunque co' mentovati scrittori essere probabilmente l'Italiana Poesia derivata dalla Provenzale, ed avere avuto il suo nascimento in Sicilia alla metà del secolo XII. o poco dopo. Se poi la Provenzale provenga dall'Araba, come sospetta il dottissimo Padre Andres[21] non è di questo luogo l'esaminarlo. Quindi venne un aumento non piccolo di voci, e di modi di dire alla nostra lingua. Lo negò il Muratori[22] secondando troppo il desiderio di contradire il Fontanini, ma per assicurarsi di questa verità basta volgere uno sguardo al Vocabolario della Crusca, alla Crusca Provenzale del Bastero, alle Lettere di Fra Guittone, ed agli altri Poeti del Secolo decimoterzo.
[Dei pregj della Lingua Italiana.]
CAPO III.
Ma tempo è ormai che lasciamo la nostra lingua nascente, e la osserviamo adulta considerandone i pregj. Di questi ha scritto il Signore Napione[23] e lo ha fatto in modo, che ogni leggitore dee rimaner dubbioso, se debba in lui commendar più la dottrina, che è grandissima, o le belle qualità del cuore, che alla sua dottrina non sono inferiori. Certo è che mentre egli si mostra amantissimo della patria, e dell'Italia, e cerca di promuoverne la gloria, espone i pregj di nostra lingua, e accenna come si possa e convenga diffonderne l'uso fra le gentili e colte persone di tutta Italia. Colla ragione adunque, e colla testimonianza de' più celebrati scrittori delle straniere nazioni ne mostra i pregj, e ribatte le meschine obiezioni, che fece già il P. Bouhours, e pochi altri prima, e dopo di lui. E siccome uno de' principali suoi pregj a confessione di tutti è l'armonìa, da che ne viene, che essa abbia una facilità grandissima[Pg 19] per esprimere ciò, che si chiama armonìa imitativa, non debbo quì tacere, che il Signor Cesarotti avendo asserito nel suo saggio, che tutte le lingue si prestano ad un'armonìa imitativa, ne' rischiaramenti apologetici poi disse, che l'armonìa imitativa si trova in una lingua, quando essa sia tanto armonica quanto il comporta la sua struttura e il rapporto tra gli oggetti e i suoni della detta lingua[24]. Queste parole però ristringono tanto la proposizione, che non le lasciano più luogo di comparire. Io dubito molto, che scrivendo il saggio egli non avesse nell'animo tanta restrizione, che se l'avesse avuta par probabile, che avrebbe giudicato inutile d'esporla. Segue poi dicendo non esser cosa agevole nè sicura di giudicar dell'armonìa di una lingua straniera; il che ognuno gli concederà generalmente parlando. Egli però dovrà concedere altresì, che talvolta vi sono almeno due mezzi per rendere agevole e sicuro questo giudizio. Il primo è quando più e diverse nazioni antepongono l'armonìa di una lingua straniera a quella della propria: il secondo quando più e diverse nazioni, mentre lodano l'armonìa della propria lingua, fra quelle poi che ad essa sono straniere si uniscono tutte o quasi tutte a dar la preferenza ad una. E tale è il caso della lingua Italiana. Finalmente contro coloro i quali opinano le lingue de' paesi freddi dover essere più aspre oppone il Sig. Cesarotti l'opinione dell'Ab. Denina, il quale disse la Svezzese esser più dolce della Tedesca, e tanto esser più dolce quanto più si estende verso il settentrione, la Polacca esser piacevole ad udirsi, e la Russa accostarsi più d'ogni altra alla soavità della Greca. Io non credo, che l'opinione intorno all'asprezza delle lingue[Pg 20] settentrionali sia vera, ma certo non è l'autorità dell'Ab. Denina, che mi muove punto a crederla falsa. Egli non ha dato prove di saper molto la lingua Tedesca, benchè abbia dimorato qualche anno in Germania, ed è permesso di dubitare che non sia più dotto nella Svezzese, Polacca, e Russa. Sentii un giorno cantare una canzonetta Polacca dal Principe Poniatovvski, e quando egli si fu rimasto dal cantare gli dissi, che la sua lingua mi pareva molto dolce. Egli però mi rispose, che quella dolcezza era solo apparente, e che la lingua è molto aspra, ma qualche artifizio usato cantando, e l'accompagnamento del suono copriva gran parte di quell'asprezza. Così mi è pure avvenuto assai volte di non sentire eccessivamente l'asprezza della lingua Tedesca nelle opere in musica, ma sentirla però moltissimo nei familiari colloquj. Ma torniamo al Sig. Napione.
Mostra egli, che vuolsi usare della nostra lingua piuttosto, che della Latina scrivendo d'ogni scienza e d'ogni facoltà, ed espone i vantaggi, che da ciò debbono derivare. Indi esamina quali siano le cause, per cui la lingua Italiana, che fu già un tempo Lingua universale abbia or cessato d'esser tale, indica le sue vicende, e l'attual suo stato, e propone i mezzi, che reputa più acconci a far sì che popolare, e comune divenga la colta lingua Italiana.