Altri prima di lui avea tentato di ricordare i pregi della lingua Italiana, come Castruccio Bonamici in una orazione accademica, il Salvini in alcuni discorsi, e simili; ma in niuno si trova quella copia di ragioni e d'utili osservazioni, quella giudiziosa critica, quell'ampia erudizione, quell'amor di patria, che quì si vedono ad ogni pagina. Di questi perciò non dirò più lungamente. Dovrei bensì far parola del ragionamento del Sig. Ab. Velo.[25] Se vogliamo prestar fede agli editori delle opere del Cesarotti, in poca o niuna stima lo dovremo tenere. Ma se ascoltiamo il Signor Napione[26] ne giudicheremo altrimenti.

In questa disparità di giudizj crederò di non errare preferendo quello del secondo, il quale non solamente colla celebrità del suo nome, ma ancora colla minuta analisi, che ne fa, persuade il leggitore. Ma non m'è riuscito di vedere quel ragionamento, onde non posso dirne più oltre.

Prima di questi scrittori avea trattato l'argomento medesimo il P. Girolamo Rosasco.[27] Egli però con moltissime parole non dice molte cose, e per ogni riguardo nella sua trattazione deve ceder la palma al Sig. Napione. Ricerca in prima l'origine della lingua e condannando l'opinion di coloro, che il volgo di Roma l'usasse anticamente, la reputa nata dal corrompimento del latino per l'inondazione de' Barbari in modo però, che le lingue di costoro poco influissero su la Toscana Romana e Veneziana, molto su la Bergamasca, Bresciana Lombarda Piemontese e Genovese. Parla poi dell'abbondanza sua, della dolcezza, brevità, ed armonìa paragonandola colla Greca e colla Latina. Parla altresì del modo, che si dee tenere scrivendo nella nostra lingua, ma di ciò ragionerò altrove. Prima ancor del Rosasco, anzi al cominciamento del secolo scrisse Anton Maria Salvini una lezione su questo argomento:[28] ne scrisse però brevemente in modo, che la sua celebrità, non l'utilità dell'opera mi ha indotto a nominarlo.


[Se nelle cose letterarie si debba scrivendo usare la lingua Italiana più tosto che la Latina.]
CAPO IV.

Ho detto, che il Signor Napione vuole, che in ogni scienza, e in ogni facoltà si usi scrivendo la lingua Italiana, piuttosto che la Latina. Fu già un tempo, in cui si credeva, che la nostra lingua atta fosse solamente a trattar d'amore, ed altrettali soggetti di lieve momento, e nulla di grande dir si potesse con essa. E furon parecchi uomini dotti nel secolo decimosesto, che acremente inveirono contro di lei sostenendo, che le scienze tutte, e la storia, e le opere di eloquenza, e di poesia scrivere si dovessero in Latino. Fu gran ventura però, che molti in quella, e nell'età seguenti le vane loro declamazioni e i loro sofismi rigettassero coi fatti più ancora che cogli argomenti, onde l'Italia di tanti libri eccellenti si può gloriare scritti nel volgar nostro in ogni maniera di letteratura. Non mancarono però nel secolo di cui parliamo scrittori, che ancora colle ragioni abbiano validamente sostenuta la contraria sentenza. Non parlerò del Bonamici[29] e del Bettinelli[30], che ne parlarono solo per incidenza. L'Algarotti ne trattò più direttamente:[Pg 23][31] ma a me pare, che adoperando argomenti non buoni egli abbia indebolita un'ottima causa. Ricorda le espressioni gentilesche mal a proposito posta dal Bembo nelle lettere pontificie, di che già da tanti si è parlato; ricorda la sconvenevolezza d'adattare a piccoli oggetti espressioni grandiose, e magnifiche usate già dai Romani, e degne solamente di loro, e di pochi altri: il che prova solamente l'irragionevole superstizione dirò così e il difetto di giudizio in coloro, che cadono in sì fatti errori. Ma lasciando più altre cose, che in quel saggio si vedono meritevoli di censura una sola ne voglio aggiungere, ed è la riprensione, che fa l'Algarotti a' moderni scrittori latini chiamandoli centonisti rivestiti delle spoglie, e delle divise altrui. Or a me fa maraviglia, che un uom dotato di gusto squisito e intendente della lingua latina, come egli era, possa chiamar centonisti il Fracastoro il Vida il Sannazaro il Molza il Flaminio, il Navagero il Bembo il Bonfadio il Manuzio il Sadoleto e tanti altri che egregiamente in versi o in prosa scrissero nella lingua del Lazio nel secolo decimosesto, giacchè di quelli, che onorarono il decimottavo, farò parola altrove.

Assai meglio sostengono la causa della lingua Italiana il Vallisnieri[32], il Gravina in un dialogo de lingua latina, e meglio forse la sostenne altresì il Buganza,[33] di che mi assicura assai la celebrità dell'autore, quantunque l'opera sua non mi sia venuta alle mani. Ma certamente nulla ha lasciato a desiderare su quest'argomento il signor Napione nell'opera testè citata, dove, colle più giudiziose riflessioni dimostra l'utilità, che all'Italia ne verrebbe ed alle scienze, insegnandole nella nostra lingua.


[In qual modo si debba far uso della lingua Italiana scrivendo.]
CAPO V.

Ma un'altra quistione agitata già prima ne' secoli decimosesto, e decimosettimo, e rinnovata aspramente nel decimottavo devesi ora da me accennare. Questa lingua, nella quale dobbiamo scrivere, e molti parlano è ella lingua viva, o morta col cadere del secolo decimoquarto, dimodochè non sia più lecito d'aggiugnere nuove voci dopo quell'epoca? È propria solo di Firenze, o della Toscana, o di tutta l'Italia? Dobbiamo noi sottoporci docilmente al freno dell'Accademia della Crusca, nè recedere da' suoi giudizj, o spregiarli, come arbitrarj? Se ascoltiamo il Becelli nel quinto de' suoi dialoghi[34] noi dobbiamo usare scrivendo la lingua del trecento; ed egli vuole, che dopo quell'epoca fortunata la nostra lingua sia lingua morta. Pochi però per buona sorte sono di questo avviso, i quali chiamar si possono, come altri già li chiamò, Giansenisti della Crusca. Parecchi con più ragione si contentano di chiamar buon secolo quello del trecento, perchè comunemente in Toscana si scriveva allora con purità. Nelle età seguenti vennero altri scrittori prestantissimi in molto numero, che si procacciarono somma lode, ma lo scrivere puramente non fu una[Pg 25] gloria così comune, come a quei giorni. Oltre a ciò v'ha in quegli antichi una certa grazia, che incanta, la quale pochi de' loro successori hanno voluto ritrarre nei loro scritti: o se han voluto imitarli anche in questo, pochissimi (se non m'inganno) hanno saputo farlo con quella naturalezza. Si condannano gli scrittori del trecento di avere usati certi modi antiquati, e periodi lunghi, che stancano il leggitore, con una trasposizione spesso forzata, ed incomoda. Ma il primo non è difetto per essi, e il secondo appartiene piuttosto all'eloquenza, di che non parlo in questo luogo. Ma poi domando io, questo secondo difetto è forse negli ammaestramenti degli antichi, nelle vite de' Santi Padri, nel Cavalca, in Fra Giordano, nel Passavanti, e in altri parecchi, che potrei nominare? No certamente, e quegli scrittori, che li accusano convien dire, che non li abbiano letti. Strana cosa è poi il chiamar morta una lingua, che tuttora si parla, e si scrive; nè meno è strano il togliere agli scrittori la facoltà d'accrescere di nuove voci e di nuove maniere una lingua viva, purchè si faccia con certe regole, ed ove il bisogno lo richieda. Così fecero quei valenti scrittori, che più sono pregiati in Italia, e fuori. Ma di questo tornerà in acconcio tenere altrove discorso, dopo che avrò parlato di coloro, che hanno trattato della seconda questione.