Siena usa d'un grazioso dialetto, e alcuni suoi chiarissimi scrittori, come Claudio Tolomei, Celso Cittadini, Scipione Bargagli ne' loro libri l'hanno tenacemente seguitato, ed han preteso di seguitarlo a ragione. Si rinnovò nel passato secolo la contesa per opera di Girolamo Gigli, il quale voleva che le voci da S. Caterina da Siena adoperate, e da parecchi altri scrittori Senesi, fossero dall'Accademia della Crusca accolte nel suo Vocabolario. Già ne avea adunate forse cinquecento, delle quali gran parte (se a lui dobbiamo prestar fede) era stata approvata da Anton Maria Salvini.[35] Per meglio riuscir nel suo intento meditava di stampare i principali scrittori Senesi in 37. volumi, di che dette il prospetto fino dal 1707. e poi fece stampare in Lucca l'opere di S. Caterina, che furono con erudite annotazioni illustrate dal P. Federigo Burlamacchi della Compagnia di Gesù. Quindi compose un vocabolario delle parole, e modi di dire usati dalla Santa e degni di speciale osservazione. Sopra alcune di queste voci bramò egli di conferire col Cav. Anton Francesco Marmi dottissimo Fiorentino, coll'Arciconsolo della Crusca, e con Anton Maria Salvini, di che scrisse al Marmi, pregandolo altresì, che gli procacciasse una lettera dell'Accademia della Crusca o dell'Arciconsolo, o almeno di qualche erudito Accademico in commendazione delle opere della Santa. Ma non ottenne il suo intento. Forse quell'Accademia, che volea cogliere il più bel fiore della lingua da quelle opere temette non forse lodandole essa con una lettera, paresse a molti, che per lei si approvasse tutto ciò che vi si conteneva. Ma quello che ricusò la Crusca, gli concedettero facilmente molte altre Accademie Italiane[36]. E' da credere, che di quì nascesse il suo mal talento verso la Crusca, che ridondò poi tutto in suo danno. Era il Gigli uomo non di molta dottrina, ma soverchiamente mordace,[37] e di motti pungenti contro l'Accademia, contro qualche Personaggio illustre, e contro la Nazione Fiorentina riempì il Vocabolario Cateriniano, il che fu a lui cagione di lunghe e gravi sciagure. Io tralasciando la storia di questo, che può vedersi nella sua vita, considererò brevemente il Vocabolario Cateriniano. Ove da questo si tolga tutto ciò che v'ha di satirico, e d'inutile, quel volume si ridurrebbe a piccola mole, e allora sarebbe esso stato pregevole, e più gradito. Parecchie voci usate dalla Santa sono veri idiotismi difettosi, che doveano avervi luogo per erudizion solamente. Ma altre ve ne sono degne di lode, delle quali alcune dai compilatori del Vocabolario della Crusca furono collocate nell'ultima edizione, e qualche altra ancora avrebbero forse potuto collocarvi. Errava il Gigli pretendendo, che gli Scrittori tutti più celebri della sua patria riputar si dovessero come legislatori, ed esemplari di nostra lingua, quantunque per loro instituto seguendo il dialetto Senese recedano dalle regole della lingua medesima. Egli osserva che Ennio Plauto Catone Terenzio Pacuvio Cicerone Virgilio Orazio Catullo Properzio Livio Ovidio Vitruvio Sallustio nel secol d'oro, Fedro Patercolo i due Senechi Lucano Marziale Quintiliano Persio Giovenale Stazio i due Plinii Columella nel secol d'argento erano forestieri, e pure non furono esclusi dal numero de' legislatori della lingua Latina. Così per suo avviso non si debbono escludere i buoni scrittori delle diverse provincie della Toscana. Io non nego, che i buoni scrittori debbano essere adottati, e molti in fatti ne adottò l'Accademia della Crusca non solo da quelle provincie, ma da tutta l'Italia. Il che essa fece, perchè vuolsi prendere ciò che è buono, ovunque si trova, non per l'esempio dei Latini addotto dal Gigli. Il Gigli dovea provare, che quei forestieri del secol d'oro scrivessero secondo il natìo dialetto, non secondo il dialetto di Roma. Nè bastava che asserisse, ma dovea provare eziandio, che la lingua latina si arricchisse a quella età delle voci, e modi di dire delle straniere nazioni. Si sa bensì, che Lucilio biasimava in Vectio l'uso di qualche voce Etrusca.[38] Pollione rimproverava a Tito Livio non so quale sua Patavinità, (se pure non fu questa una vana, e maligna accusa di quel critico) e Vitruvio certamente non aveva speranza d'esser reputato legislatore di lingua; ma anzi in principio della sua opera domandò perdono, se in alcuna cosa fosse caduto, che alle regole della Grammatica fosse contraria.[39] Cicerone era in filio recta loquendi usquequaque asper exactor;[40] onde non è da credersi, che non si guardasse dagl'idiotismi d'Arpino. Io non dirò, che taluno di questi ottimi scrittori non adoperasse talvolta qualche voce straniera; dico solamente, che allora non erano giudicati legislatori della lingua Latina, ma venivano ripresi. Quintiliano chiama ciò barbarismum gente, e mostra, che vi caddero Catullo, Persio, Labieno, e Cornelio Gallo;[41] e Cicerone rinfacciò ad Antonio la parola piissimus, che non era della lingua Latina. Tu porro ne pios quidem, sed piissimos quaeris, ut quod verbum omnino nullum in lingua Latina est, id propter tuam divinam pietatem novum inducis.[42] Cap. 19. Così Quintiliano condanna la parola gladiola usata da Messala quantunque si dicesse gladium ugualmente che gladius. È falso dunque, che i forestieri scrittori fossero riguardati, come legislatori della lingua anche allora, che modi nuovi adoperavano, e voci nuove. Si dirà forse da taluno, se gli scrittori Senesi, Lucchesi ec. del secol decimoquarto furono adottati, perchè non si adottarono ancora il Tolomei, il Cittadini, ed altri del sestodecimo? A questa domanda risponderà per me un dotto Senese, cioè Uberto Benvoglienti. Nel buon secolo pochissima differenza passava fra lo dialetto Senese, e Fiorentino. Decadde la lingua nel secol decimoquinto; nel seguente però si volle richiamare al suo splendore, ma per la moltitudine de' forestieri, che erano nella Città (di Siena) e forse anche per altra cagione non potè il dialetto Senese rialzarsi all'antico suo splendore—La differenza dei dialetti era piccola da principio, e poi certi idiotismi non erano così universali, che non si scrivesse in Siena ancora alla maniera Fiorentina, onde ne' loro scritti si trova povero, e povaro, essere, ed essare, leggere, e leggiare ec. ec.[43]

Ma l'opinione del Gigli non bastò ad altri, i quali aspiravano ad una libertà di gran lunga maggiore. Fra quanti furono patrocinatori della libertà ricorderò solamente il Cesarotti, il quale per sottigliezza d'ingegno, e per apparato di filosofiche ricerche tutti superò gli scrittori, che lo precedettero in questo arringo. Egli dichiaratosi campione della libertà nel fatto della lingua sgrida coloro, che sono di contraria opinione, e acceso di sdegno, che non è però senza grazia, esclama colle parole del Marmontel, O Subligny tu pretendevi di saper la grammatica meglio di Racine! prosiegue poi egli, O Infarinati, o Inferrigni voi pretendeste di saper grammatica, e poesia meglio del Tasso! O Castelvetro, tu pretendevi di sequestrare in bocca al Caro tutte le voci, che non erano del Petrarca! O..... O..... O..... O razza eterna de' Subligny, tu siei pur propagata in Italia?[44] Ma se il Signor Cesarotti ha reputata cosa lodevole il mordere aspramente Omero, e criticare Orazio, e parecchi de' Greci Oratori, se egli ha creduto di ravvisare tanti errori gravissimi in quegli uomini sommi,[45] perchè non potrà altri ravvisare qualche errore nel Tasso, e nel Racine, sommi uomini anch'essi, e nel Caro inferiore a quei due, ma scrittore illustre egli pure? Ma essi furono accusati d'errori grammaticali, come se l'uomo di genio non avesse mai diritto di parlare senza l'uso, nè innanzi all'uso, dice il Signor Cesarotti colle parole del Marmontel. E non sono uomini anch'essi, e perciò sottoposti ad errare? E quanti sono gli errori, che nelle più insigni opere d'ogni età e d'ogni nazione si trovano, e che i Grammatici onestano col nome d'enallage, e con altri simili? Certo è che nell'ottima edizione delle opere di Racine procurata dal Signor Geoffroy, e da lui corredata di belle annotazioni, si vede talvolta in queste indicato qualche errore grammaticale di quell'egregio poeta. Nè intendo con ciò di condannare il Tasso, ed approvare le dicerìe degli Infarinati e degl'Inferrigni. Dio mi guardi da ciò. Leggo, e rileggo la Gerusalemme, e poche pagine ho letto di quelle critiche. Dico solamente, che si debbono riprendere que' critici, quando le loro censure sono irragionevoli, ma non si debbono riprendere, perchè hanno criticato il Tasso, e meno degli altri lo deve fare chi ha creduto di poter condannare Omero, Demostene, ed Orazio.

Ma lasciamo star ciò, e vediamo almeno in parte il sistema di questo chiarissimo Autore. Una lingua (egli dice) nella sua primitiva origine non si forma che dall'accozzamento di varj idiomi..... Poichè dunque molti idiomi confluirono a formare ciascheduna Lingua, è visibile che non sono tra loro insociabili, che maneggiati con giudizio possono tuttavia scambievolmente arricchirsi; e che questo cieco aborrimento per qualunque peregrinità è un pregiudizio del pari insussistente, e dannoso al vantaggio delle lingue stesse. Dubito che in questo discorso la conseguenza non sia giusta. La lingua nostra nata è dalla Latina, e da quella de' popoli settentrionali, che invasero l'Italia. Dunque la lingua degli Unni, de' Goti de' Vandali de' Longobardi non è insociabile colla nostra? E qual vincolo di società può essere fra idiomi d'indole così diversa? Assai son quelli per molte consonanti insieme unite, e la nostra è dolcissima, e grave nel tempo stesso per una conveniente temperatura di quelle, e delle vocali, talchè se or si volesse togliere dall'antico Teutonico alcuna voce, e farla nostra uopo sarebbe alterarla in modo che non fosse più dessa.

Anche i diversi dialetti delle parti diverse d'Italia debbono a suo giudizio contribuire ad arricchir la lingua. Egli vorrebbe, che siccome facevasi in Grecia, si scrivesse in tutti i principali dialetti, con che si renderebbero tutti più regolari, e più colti, e da questi approssimati e paragonati fra loro avrebbesi potuto formare, come appunto formossi fra i Greci, una lingua comune, che sarebbe stata la vera lingua nazionale, la lingua nobile per eccellenza composta di una scelta giudiziosa de' termini e delle maniere più ragguardevoli, lingua che sarebbe riuscita ricca, varia, feconda, pieghevole, atta forse colle sole derivazioni sue proprie, senza l'ajuto di linguaggi stranieri, alla modificazione delle idee antiche, o alla succession delle nuove, che si introducono dal ragionamento, e dal tempo.[46] Aggiunge poi in una nota l'opinione di Gebelin, il quale alla libertà di far uso di tutti i dialetti, e di mescolarli fra loro attribuisce la ricchezza, la forza, e l'armonìa della lingua Greca, e in gran parte il genio originale de' suoi Scrittori. I Greci non reputarono ugualmente nobili tutti i dialetti nè li mescolarono in modo, che quindi si formasse la lingua comune. Il dialetto Attico fu per essi il più pregiato, come di fatto era il più gentile, e a poco a poco abbandonarono l'uso degli altri, e si accostarono a questo quegli scrittori ancora, che per la loro patria avrebbero dovuto scrivere in altro dialetto. Non parlo quì de' poeti, i quali più luogo tempo fecero uso di terminazioni Joniche e d'altre simili; ma essi aveano sempre rivolti gli occhi ad Omero loro duce, e maestro, e quelle terminazioni erano considerate come poetiche, e perciò proprie d'ogni dialetto. Quindi i tragici nei cori fanno uso di qualche maniera reputata Jonica, e d'altri dialetti, perchè i cori erano pezzi lirici, e perciò ad essi erano adattate le forme poetiche. Non parlo nè pur di Plutarco, e d'altri scrittori, i libri de' quali sono il risultamento d'una immensa lettura d'opere diverse scritte in diversi dialetti, donde essi toglievano parecchi tratti talora senza citarli, da che ha origine quella disuguaglianza di stile, che nelle opere morali di Plutarco si osserva. Dall'altra parte non sappiamo abbastanza le proprietà de' dialetti, e noi le attribuiamo all'uno o all'altro, perchè le vediamo usate da qualche Autore, che in quello scriveva.[47] Supposta però ancora quella mescolanza di dialetti il Gebelin dopo avere spacciati altri sogni nel suo Monde primitif poteva spacciare ancor questo, che quindi derivasse in gran parte il genio originale de' Greci scrittori; ma il Sig. Cesarotti fornito di molta dottrina, e d'acuto criterio certamente non lo credeva. Lasciamo però il Gebelin, e torniamo al Cesarotti. Vuole egli, che dai dialetti d'Italia si prendano voci, ed acconciandole alla foggia della lingua comune si adottino. Tutti i dialetti non sono forse fratelli? non sono figli della stessa madre? non hanno la stessa origine? non portano l'impronta comune della famiglia? Non contribuirono tutti ne' primi tempi alla formazion della lingua? Perchè ora non avranno il dritto e la facoltà d'arricchirla? I dialetti di Grecia non mandavano vocaboli alla lingua comune, come le diverse Città i loro Deputati al Collegio degli Anfizioni?[48] Ma se a tutte queste interrogazioni altri avesse risposto negativamente, io non so bene in qual modo avrebbe egli potuto confermarle. Anticamente in una parte grande d'Italia si parlava la lingua Greca, e altrove l'Etrusca l'Umbra l'Osca la Sannita ec. La Latina racchiusa era fra limiti angusti anche a tempo di Cicerone, non che prima di lui. Graeca leguntur in omnibus fere gentibus, Latina suis finibus exiguis sane continentur.[49] Roma obbligò i popoli soggiogati a imparare la lingua Latina; ma non per questo si estinsero affatto le altre lingue. In Grecia si parlò sempre la Greca, come tutti sanno; in Affrica la Punica, come attesta S. Agostino in più luoghi; e nelle Gallie la Gallica, o Celtica, come dice S. Ireneo.[50] Dominò assai più il Latino in una parte dell'Italia, ciò non ostante nelle regioni più lontane da Roma, come la Magna Grecia, la Liguria, la Gallia Cisalpina, deve necessariamente esser rimasta, ove più ove meno gran parte de' loro idiomi. Nell'Umbria, nell'Etruria, e nell'altre parti meno lontane da Roma si parlò a poco a poco il Latino, quantunque alquanto alterato principalmente fra il popolo, e nel contado; e di queste provincie si può dire, che la loro lingua ebbe per origine e madre la Latina. Vennero poi i popoli barbari i quali si sparsero in diverse parti, ed alterarono le lingue, o vogliam dire i dialetti, che vi trovarono. Quindi a mio giudizio hanno origine le diverse maniere di parlare, che ora si osservano nel Piemonte, nel Genovesato, nella Lombardia, nel Veneziano, nella Toscana, nella Romagna, nel Napoletano, nella Sicilia. Non da una sola origine dunque vennero i dialetti d'Italia, nè si trova in essi pure l'impronta comune della famiglia. Basta scorrer per poco l'Italia per conoscere una lingua nel Genovesato, un altra nel Piemonte, una nella Lombardia, un'altra nel Veneziano, una nel Napoletano, e nella Sicilia, e tutte diverse da quella, che si parla in Toscana, e in una parte dello Stato Romano. Diversità nelle declinazioni, nelle conjugazioni, nelle parole, nelle frasi; talchè un Toscano o un Napoletano non intende il linguaggio Genovese, o il Piemontese. E dov'è dunque l'impronta comune della famiglia? In una cosa tanto manifesta credo inutile di trattenermi, confermando questa mia proposizione, e già sono rese di pubblica ragione colle stampe parecchie poesie Napoletane, Bolognesi, Milanesi, onde ogni uno può agevolmente di per se stesso vedere la disparità immensa, che passa fra ciascuna di queste lingue, e la Toscana o Italiana. E giacchè si ricordano sempre i dialetti della Grecia non debbo tacere, che i Greci oltre ai dialetti principali Eolico, Jonico, Attico, Dorico, oltre al Poetico, che era comune a tutti ne avevano ancora altri minori, e nobili meno, che propri erano di Città, e Nazioni diverse. Esichio, Suida, l'Etimologico, e gli altri Lessicografi Greci ci hanno tramandate molte voci de' Laconi, de' Cretesi, de' Tessali, de' Macedoni, e d'altri popoli. Ma in questi dialetti non si scrivevano cose letterarie, e solamente si usavano in oggetti familiari, ne' decreti dei governi, e in altre simili cose. Quando Filippo scrisse agli Ateniesi le lettere, che abbiamo fra le opere di Demostene, non le scrisse già egli nella sua lingua nativa, ma sì nel dialetto Attico. E pure quei dialetti non erano tanto lontani dalla lingua comune, quanto le diverse lingue d'Italia sono lontane dalla comune lingua degli scrittori Italiani.

Ma se tanto sovente si ricorre alla Grecia a me sarà concesso di ricorrere a Roma, e ad un uomo, che era nel tempo stesso oratore filosofo e poeta eloquentissimo e dottissimo, voglio dir Cicerone. Egli voleva, che si scrivesse non già nel dialetto d'Arpino, ma latinamente. Quinam igitur dicendi est modus melior..... quam ut latine, ut plane, ut ornate ec. dicamus?[51] E poco dopo: nec sperare (o come altri legge speramus), qui latine non possit, hunc ornate esse dicturum. Ed alla sua età era cosa comune tanto il parlar puramente, che non destava maraviglia il farlo, ma veniva deriso chi no 'l faceva. Nemo enim unquam est oratorem, quod latine loqueretur, admiratus: si est aliter irrident; ne eum oratorem tantummodo, sed hominem non putant.[52] Ma per parlare puramente richiedeva, che le parole fossero pure: verba efferamus ea, quae nemo jure reprehendat.[53] Ma qual v'ha mezzo più acconcio per iscrivere puramente? Il leggere gli antichi autori. Essi erano disadorni, ciò non ostante voleva, che si leggessero, e chi si fosse avvezzato al loro stile avrebbe parlato latinamente, anche senza avvedersene. Nè si debbono però adoperare voci disusate, se non parcamente, e per adornamento: ma chi lungamente e con molto studio avrà letti i libri degli antichi adoprerà sì le parole usitate, ma le più scelte e le migliori. Sunt enim illi veteres, qui ornare nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti: quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt loqui, nisi latine. Neque tamen erit utendum verbis iis, quibus jam consuetudo nostra non utitur, nisi quando ornandi causa, parce, quod ostendam: sed usitatis ita poterit uti, lectissimis ut utatur is, qui in veteribus erit scriptis studiose multumque volutatus.[54] Nè gli bastava, che le voci fosser latine, ma la pronunzia altresì voleva che fosse Romana. Quare cum sit quaedam certa vox Romani generis, urbisque propria..... hanc sequamur; neque solum rusticam asperitatem, sed etiam peregrinam insolentiam fugere discamus.[55] E questa pronunzia Romana vuol, che s'impari dagli antichi; e perciò loda Lelia moglie di Q. Scevola, e suocera di L. Licinio Crasso appunto perchè parlava così. Equidem cum audio socrum meam Laeliam (facilius enim mulieres incorruptam antiquitatem conservant, quod multorum sermonis expertes ea tenent semper, quae prima didicerunt), sed eam sic audio, ut Plautum mihi aut Naevium videar audire...... sic locutum esse ejus patrem judico, sic majores.[56]

Ora se Cicerone richiedeva, che gli antichi, benchè rozzi e disadorni, ad esempio si prendessero ed a modello di purità in una lingua, che solo posteriormente si ingentilì e perfezionò col mutar forme e desinenze moltissime, quanto più dovrem noi farlo nella nostra già nel quattordicesimo secolo perfezionata? So che alcuni negano aver la lingua Italiana avuta in quell'età la sua perfezione, e vantano l'eleganza de' moderni scrittori, e le molte voci di che l'hanno arricchita. Ma per non fare dispute vane osservo in prima, che in quel secolo restarono determinate le proprietà della lingua, la sua indole, il vero significato delle parole, la conjugazione de' verbi, e le altre parti tutte quante della lingua medesima; e ciò io credo che sia perfezionare la lingua. L'aggiugnere voci nuove la rende più ricca, non più perfetta: e lo scrivere con eleganza mostra il valor di chi scrive, il quale merita lode per averla bene adoperata. In questo senso dunque io dico, che i moderni non le hanno data perfezione coll'eleganza de' loro scritti. Confesso, che molti ve n'ha d'elegantissimi; e sono quelli, che, lungo studio avendo fatto sugli ottimi scrittori Greci, Latini, nostri, e se a Dio piace ancor dell'altre nazioni, hanno saputo ritrarne molte bellezze, o col proprio ingegno crearne di nuove. Dico però, che l'eleganza consiste nella purità della lingua, e nell'altre parti dello stile. Ora quanto alla prima nulla hanno aggiunto, nè potevano i moderni aggiugnere a quello, che avevan fatto gli antichi; e le seconde non appartengono alla presente disquisizione.

Ma torniamo ai dialetti d'Italia. A favore di questi si ricorda il giudizio di Dante, il quale nel libro della volgare eloquenza dopo la lingua, che a lui piacque di chiamare illustre, cardinale, aulica, e cortigiana, preferisce il dialetto Bolognese agli altri tutti. Ed altri osserva, che fra gli scrittori approvati dalla Crusca il maggior numero di quelli, che non sono Toscani, son Bolognesi. Qual sarà la ragione di ciò? Un celebre scrittore[57] l'attribuisce a quella Università famosa sopra ogni altra, alla quale accorrevano da ogni parte scolari in numero grande, e professori insigni, che per intendersi scambievolmente avranno fatto uso di una lingua comune. Ma, se mi è lecito di oppormi in parte alla opinione d'un uomo così grande, dirò in primo luogo, che Dante non poteva chiamar dialetto Bolognese quella lingua, la quale si suppone, che gli scolari e i maestri parlassero fra loro: e che il dialetto Bolognese esser doveva quello usato dai Bolognesi, non dai forestieri. Dico in secondo luogo, che qualunque sia il motivo, perchè egli lo preferisse, ciò è indifferente per la quistione, che s'agita intorno alla lingua da usarsi comunemente in Italia scrivendo. Dante parla del dialetto, che egli poneva innanzi agli altri, ma lo posponeva a quella sua lingua illustre, cardinale, aulica, e cortigiana: ed io cerco qual sia la lingua, nella quale si dee scrivere, ed è quella appunto indicata da lui. E già intorno all'opinione di Dante hanno egregiamente ragionato i signori Rosini e Nicolini,[58] talchè reputo inutile l'aggiugner nuove parole alle cose dette da questi valentuomini.

Gli stessi dotti scrittori hanno altresì risparmiata a me la fatica d'esaminare un'altra sentenza da altri valentissimi sostenuta. Vuolsi da alcuno, che sia in Italia una lingua scritta diversa dalla lingua parlata come dicono, cioè una lingua, che adoperano i savj ed eleganti scrittori diversa da tutti i dialetti, che nelle diverse parti d'Italia si parlano. Io reputo inutile il ripeter quì ciò che acutamente si è disputato nei libri testè allegati. Ricorderò solamente, che la pura lingua, nella quale si scrive, è quella stessa, che favellando si usa in Toscana dalle colte persone. Qualche non grave differenza in poche cose della conjugazione de' verbi, non è ciò che forma la diversità d'una lingua, come è stato detto, ed io ripeto. Oltre a ciò io domando, quando si formò questa lingua che dicono scritta? Quali sono gli antichi documenti, che facciano testimonianza di questo fatto? Come avvenne ciò? Forse molti uomini dotti si unirono in un congresso? Ma niuna cronica o storia ce ne parla. Forse gli Italiani dispersi determinarono questa lingua? Ma questo parmi impossibile: nè veruna nazione antica o moderna ci offre un esempio di così singolare avvenimento. E se gli uomini dispersi per l'Italia crearono questa lingua tanto diversa dalle natìe par che dovessero esser solleciti di scriverne le regole, cioè una grammatica: ma le prime grammatiche Italiane sono del cinquecento come ognun sa, per opera del Fortunio e del Bembo. E questi primi grammatici non sepper nulla di quel primo accordo, ma i precetti ne cercarono negli antichi autori Toscani. E per qual motivo fu creata questa lingua? Gli uomini dotti sdegnavano di scrivere intorno alle scienze, fuorchè in latino. Il volgare era destinato a cose, che riputavansi di poco momento, versi d'amore, croniche, libri spirituali, qualche laude spirituale, romanzi, novelle, libri di mascalcia, ed altrettali cose per gl'inletterati. I frammenti di storia impressi dal Muratori nelle Antichità Italiane sono scritti nel dialetto Napoletano, o molto simile al Napoletano. I Veneziani autori di croniche citati dal Foscarini hanno usato il lor volgare: e fecero così i lor viaggiatori. A me parrebbe, che questi scrittori avrebbero adoperato altrimenti se stata vi fosse una lingua comune a tutta l'Italia, per universale consentimento destinata per le produzioni letterarie. La Toscana incomparabilmente più d'ogni altra parte di Italia somministra autori delle cose testè indicate, e questi scrissero nel lor volgare, il qual volgare presto si condusse a quella perfezione, che vediamo nel trecento per opera d'alcuni, che seppero scegliere le forme migliori fra quelle usate dal volgo. I forestieri invaghiti di quello stile lo imitarono, e più felicemente forse i Bolognesi. Ciò può ripetersi forse da due ragioni. La prima è l'università, che richiamando colà alcuni Professori, e parecchi scolari Toscani essi avranno parlato la loro lingua, ed avranno portato con loro le rime di fra Guittone, di Guido Cavalcanti, e degli altri poeti di quell'età, e storie, e volgarizzamenti dal Latino, e libri ascetici. La seconda è la vicinanza, e il commercio con Firenze, che dovea produrre lo stesso effetto. Si aggiunga a questo, che gli antichi rimatori Bolognesi si veggono quasi tutti usciti di riguardevoli parentadi, come osserva il Dottor Gaetano Monti parlando d'Onesto degli Onesti,[59] e le loro ricchezze forse, agevolarono ad essi il modo di conversare cogli uomini dotti, e di comprar le opere de' nuovi Autori Toscani. La lingua, che alcuni chiamano comune altro non è, che la lingua Toscana spogliata, come ragion vuole dalle irregolarità del volgo, e dai riboboli. Le sue regole sono esposte nella Grammatica, e il Vocabolario della Crusca comprende una parte grandissima delle sue voci unita ad altre molte, che son poste là per giovar alla storia della lingua, e all'intelligenza degli antichi scrittori; altrimenti sarebbe già avvenuto delle opere loro ciò che de' versi saliari avvenne in Roma, i quali col volger de' secoli più non si intendevano. Lo stesso dotto scrittore testè citato per quell'amore della gloria d'Italia, che lo anima, vorrebbe, che i Principi tutti d'Italia adoperassero favellando questa lingua da lui chiamata comune, e mostrassero desiderio, che tutti quelli, che li attorniano facessero lo stesso, ed ordinassero, che in questa lingua s'insegnasse ogni scienza nelle università, e nelle accademie, ed egli ha speranza, che le gentili persone non terrebbero altro linguaggio familiarmente, ed i dialetti rimarrebbero solamente alla Plebe. Ma io dubito forte che, ove ancora ciò si eseguisse, non per questo si avrebbe una lingua comune, regolata, stabile, e per tutta l'Italia diffusa. Fin da principio quel linguaggio usato alla Corte non potrebbe essere scevro affatto da ogni tinta del dialetto nazionale, e il linguaggio della Corte di Torino non sarebbe lo stesso, che quello praticato alle Corti di Milano, e di Firenze, e di Napoli; e questa diversità anderebbe sempre crescendo, talchè dopo forse cinquant'anni ogni paese avrebbe due dialetti diversi, uno cioè delle gentili persone, l'altro della plebe.[60] Nè mai vi sarà la necessaria uniformità di lingua, se non si ha un canone uniforme per tutti, di cui sia custode un'accademia residente in quella parte, il dialetto della quale sia appunto quella lingua comune, o più d'ogni altro vi si accosti, cioè in Toscana.

Non nega il Sig. Cesarotti, che quell'accademia risieda in Toscana, anzi in Firenze: ma vuol che abbia altri accademici d'ogni nazione con parecchi cooperatori, i quali colgano il meglio di ogni dialetto per arricchirne la lingua comune. Ma ciascuno di questi accademici mandando parole, e modi di dire della sua patria vorrebbe poi, che i suoi scelti fossero a preferenza di quelli di altre nazioni; e quindi nascerebbono letterarie discordie interminabili, che farebbono perire la nuova accademia sul primo suo nascere. In fatti non so comprendere, come non volendo egli, che altri ubbidisca all'accademia della Crusca, speri poi che ognuno sia per esser ligio di questa sua, e che i Toscani, i Lombardi, i Piemontesi debbano accogliere facilmente le voci tolte dalla lingua Napoletana, Siciliana, e Genovese, mentre parecchie delle loro ne vedrebbono rigettate.