Ogni lingua aver deve certe regole altrimenti ne nascerebbe una confusione intollerabile, e presto se ne altererebbe l'indole e la natura. La Toscana ebbe nel secolo decimoquarto tre scrittori prestantissimi, cioè Dante, Petrarca, e Boccaccio, che destarono l'ammirazione universale colle opere loro, le quali andavano per le mani di tutti. Essi furono padri della lingua, perchè seppero scegliere le forme migliori energiche delicate piacevoli. Ma non furono i soli. Il B. Giovanni da Ripalta, Fra Bartolomeo da S. Concordio, Fr. Domenico Cavalca, Fr. Jacopo Passavanti, i tre Villani, Francesco Sacchetti, S. Caterina da Siena, Guido Cavalcanti, Cino da Pistoja, e parecchi altri, oltre agli anonimi autori delle novelle antiche, del volgarizzamento delle vite de' SS. Padri, e più altri ebbero forza, grazia, e vaghezza. Da questi scrittori principalmente si trassero le regole di nostra lingua per opera del Fortunio e del Bembo, come ho detto. Nè si pretende con ciò, che tutto sia perfetto ciò che procede da quelle fonti, nè che ora sia disdetto d'aggiunger nulla alla nostra lingua. Il Salviati, contro al quale si fa da alcuni tanta guerra, reca alcune scorrezioni, che negli scritti degli antichi si trovano,[61] nè certamente le approva; e il Corticelli parlando di certa maniera irregolare usata da Fr. Giordano dice così. Non si vogliono imitare, essendo anzi errori che no. Lasciò scritto un valentuomo,(lo Scioppio) che queste figure sono pretesti inventati da' Grammatici per iscusare i fatti, ne' quali sono talvolta incorsi per umana fiacchezza anche i più celebri Autori.[62] Non si vogliono però condannare nè pure tutte le irregolarità, le quali quando sono adottate da parecchi sono veri vezzi di lingua. Non ammette i vezzi di lingua il Sig. Cesarotti;[63] ma ogni lingua li ha, e quelle principalmente, che vantano maggior numero d'eleganti scrittori: e se questi si tolgono dalle opere loro se ne torrà una gran parte della bellezza. Non è vietato, come ho detto pur ora, d'aggiunger nulla alla lingua. Chi può negare, dice il Sig. Cesarotti, che il Firenzuola, il Gelli, il Caro, il Castiglioni, e varj altri non avessero e castigatezza, e grazia? Ma i loro vocaboli, i loro modi erano gli unici? La lingua, lo stile eran fissati in perpetuo? Quì sta il torto della Crusca.[64] Qual torto? Quando è che la Crusca abbia detto, che quegli scrittori fossero gli unici, e la lingua, e lo stile fossero determinati in perpetuo? La Crusca ad ogni nuova edizione del Vocabolario ha fatto lo spoglio di nuovi autori, ed ha adottate nuove parole, e nuovi modi di dire. Nè mi si opponga la guerra ingiustamente mossa al Tasso; perchè quella non fu guerra della Crusca, ma dell'Infarinato, e dell'Inferrigno.
Ma ormai troppo a lungo mi sono trattenuto su ciò, e molto mi rimarrebbe a dire su quest'opera. Vorrei almeno parlare del Vocabolario Italiano da lui progettato; ma l'esporlo, ed esaminarlo accuratamente richiederebbe troppo lungo discorso. Dirò solo esser questo un lavoro immenso necessariamente difettoso per la stessa sua vastità, nè tale da poter mai conciliare le discordi opinioni dei Letterati.
Anche il Muratori nella perfetta poesia Lib. 3. Cap. 8. prese a sostenere, un solo essere il vero ed eccellente linguaggio d'Italia, che è proprio di tutti gl'Italiani, il quale per lui non è il Toscano, ma bensì comune a tutti, e da tutti usato scrivendo. Il Salvini, però gli si oppose con molta forza nelle annotazioni, e difese la causa della lingua Toscana. Più ampiamente la difese il P. Rosasco nell'opera testè citata,[65] e nel tempo medesimo combattè il Salvini, il quale nel calor della disputa lodando molto gli Scrittor del trecento deprime forse soverchiamente i moderni. Concede a quell'aureo secolo maggior purità ed una certa grazia, che altri poi nell'età posteriori non ha mai potuto perfettamente ritrarre, ma loda altresì gli scrittor più recenti, che di molte voci, e di molti modi l'hanno arricchita. Quindi parla appunto della facoltà d'aggiugnere voci nuove, e mostra quali sieno gli avvertimenti che debbonsi avere facendolo. Questa facoltà però egli concede ai Toscani, ed ai Fiorentini massimamente. Io confesso, che amerei d'essere alquanto meno severo. I termini, che appartengono alle arti, ed alle scienze, non solamente si possono, ma si devono adoperare: e sarebbe ridicolo quel Geometra, che ricusasse di dire coseno e cotangente, e quel Chimico che non volesse nominare l'idrogeno e l'ossigeno, perchè non sono nel vocabolario queste parole. Riguardo alle altre voci, se queste mancano per esprimere qualche concetto (il che avviene rade volte a quelli che sanno ben maneggiare la nostra lingua) credo, che ognuno possa usar nuove voci; l'adottarle però spetta all'Accademia della Crusca. Parecchi oppositori scrivono ciò che cade loro giù dalla penna senza riflessione riguardo alla lingua, e poi vorrebbero, che le cose per essi scritte fossero in ogni parte perfette, e chiaman pedanti chi ardisce trovarvi alcun difetto. Non sarebbe però difficile il dimostrare, come essendo più castigati sarebbero stati più eleganti. Ma chi ha data a quell'Accademia la facoltà di seder giudice nel fatto della lingua? Gliele han data la necessità d'avere un giudice per conservarne la purità, la convenienza, che questo giudice sia in Firenze, il possesso d'oltre a due secoli, il consenso di molti ottimi scrittori, le gloriose fatiche da essa sostenute a pro della medesima.
[ Delle Grammatiche della Lingua Italiana.]
CAPO VI.
Ma passiamo ormai a vedere gli studj degl'Italiani più direttamente relativi alla nostra lingua, e cominciamo dalle grammatiche. Francesco Maria Zanotti scrisse elementi di grammatica a' quali aggiunse un ragionamento sopra la volgar lingua,[66] che intitolò ad una prestantissima Dama Bolognese. È questa un'operetta elementare, come lo stesso titolo avverte, che offre solamente le regole principali, e più necessarie a sapersi intorno alle diverse parti dell'Orazione. Non dirò scevra la sua grammatica da ogni difetto: e per esempio non sa piacermi, che egli tolga dai verbi il modo ottativo, e ponga nel congiuntivo i suoi tempi. Ma forse egli ebbe in animo di sacrificare in parte l'esattezza in grazia della brevità, che dirigendo i suoi insegnamenti ad una giovinetta era necessaria, e perciò pure lasciò di aggiungere tutti que' tempi nei quali entrano i verbi ausiliari. Certo è che con quel suo metodo la conjugazione de' verbi è brevissima, e tutta la sua grammatica occupa poche facciate. Più a lungo scrisse la sua grammatica il P. Benedetto Rogacci della Compagnia di Gesù.[67] Le sue regole sono esatte, e bastevolmente diffuse. Avrei però voluto, che non avesse fatti egli stesso gli esempi, ma si gli avesse tratti dagli autori approvati.[Pg 48] Assai lungamente altresì scrisse Girolamo Gigli le sue lezioni[68] e le Regole per la Toscana favella.[69] Ha però qualche errore, come là dove ammette, che dicasi poeticamente dee, e stea in luogo di dava, e stava prima, e terza persona singolare dell'imperfetto dell'indicativo, e nel plurale deano, steano, in vece di davano, e stavano. Nelle lezioni altresì appoggiandosi ad un esempio di Dante vorrebbe, che lui usar si potesse in caso retto. Ma il Manni nelle lezioni (Lez. 5) mostra che quell'esempio ed altri parecchi citati dal Cinonio, e dal P. Daniello Bartoli sono errati e tratti da ree stampe.
Fra le Grammatiche si possono annoverare le lezioni di lingua Toscana di Dom. Maria Manni[70] da me citate testè, nelle quali egli, quantunque non prenda ad esaminare tutte quelle minute cose, che nelle Grammatiche si richiedono, pure di tutte la parti dell'Orazione tenendo ragionamento moltissime belle avvertenze ricorda ed utilissime. Ed io vorrei, che questo libro avessero frequentemente tra mano principalmente i giovani dopo di aver bene appreso in altri libri le prime regole della lingua intorno alle declinazioni, ad alle conjugazioni.
La megliore e sopra ogni altra pregiata grammatica è quella del P. Salvatore Corticelli Barnabita Bolognese. Precisione di metodo, esattezza di regole, chiarezza nell'esporle, abbondanza di ottimi esempj sono i suoi pregi. Niuno errore credo che vi si trovi, quantunque vi si possa far di leggieri qualche aggiunta; poche però, e non di molto momento. Ne darò quì pochi esempi. Nel Libro 1. Cap. 36. dove trattando de' verbi anomali della seconda conjugazione parla del verbo cadere nel preterito indeterminato dell'indicativo leggiamo caddi, cadesti, caddero, caddono, e caderono. Ma nella prima persona del singolare vi ha ancora cadei. Tasso Ger. Lib. C. 8. St. 25. e nella terza cadè, come dice il Cinonio, che cita il Villani. Nelle osservazioni sopra la terza conjugazione parlando de' verbi chiedere, e mettere si vuol aggiungere al preterito del primo chiedei chiedè, e poeticamente chiedeo, onde il Casa disse: di quella, che sua morte in don chiedeo, Son. 35. e al preterito del secondo messe, di che ha il Cimonio (De' ver. Cap. 17.) tre esempi, e uno se ne ha nelle annotazioni. Se ne può aggiungere un quinto del Berni, cioè: Onde al fin l'Argalia messe di sotto. Orl. Inn. Lib. 1. Cant. 2. St. 68. Ma queste, e poche altre simili mancanze non detraggono punto di lode a questa Grammatica, che certamente è la migliore di quante ne abbiamo.
Parla prima delle parti dell'Orazione, poi della costruzione, e finalmente del modo di pronunziare, e dell'ortografia. Gli esempj sono tutti presi dagli Autori, che fanno testo in lingua. A questi ne ha il Corticelli aggiunti tre, cioè i discorsi di notomia del Bellini, le prose del P. Alfonso Nicolai Gesuita Lucchese, e la vita di S. Ignazio del P. Antonfrancesco Mariani Gesuita Bolognese, oltre agli autori di cose grammaticali come l'Amenta, il P. Bartoli, ec. che non entrano in questo novero. Or questa scelta è contrassegno del fine giudizio del Corticelli, perchè quegli scrittori sono purissimi, e i primi due con più altri furono poi dall'Accademia Fiorentina scelti per esser citati nella nuova edizione del Vocabolario secondo il partito preso nel 1786. ed il terzo non era indegno d'essere in quel numero collocato.