Parecchie altre Grammatiche di nostra lingua hanno veduta la pubblica luce nel Secolo decimottavo[71]. Ma io contento di aver quì ricordate quelle, che o pe' loro pregj, o per la celebrità de' loro autori richiedevano special menzione tralascerò le altre, e passerò ad indicare altre opere, che a questo genere si posson riferire. Tali sono le annotazioni del Baruffaldi e del Cavalier Baldraccani al Cinonio,[72] le quali però non si vogliono avere in molto pregio. Tali sono le osservazioni di Nicolò Amenta sul Torto, e diritto del non si può del P. Bartoli[73] nelle quali egli rileva ogni error commesso da questo Scrittore. Ma l'Amenta altresì non fu esente da qualche errore, onde ebbe poi il suo censore in Giuseppe Cito. Degli avvertimenti grammaticali stampati in Padova, e poi altrove più volte, non dovrei far parola, perchè sono opera del Card. Sforza Pallavicini, e perciò appartengono al secolo decimo settimo. Ma non debbo tacere, che in nuova forma, e d'alquante aggiunte arricchiti vider la luce per opera d'ignoto editore, che si celò sotto il nome Arcadico di Alcindo Menonio[74]. Finalmente alcune piccole operette polemiche di Lucchesi Scrittori domandano d'esser per me ricordate. Alcuni uomini letterati si radunavano nella bottega del librajo Frediani di Lucca, e solevano per loro studio far critiche osservazioni su componimenti, che uscivano in luce, notando ciò che in essi trovavano degno di lode o di biasimo. E siccome stavano con un'anca sopra l'altra per criticare, perciò essi per ischerzo chiamarono quella loro adunanza, Accademia dell'Anca. Ciò fu nel millesettecento dieci o in quel torno[75]. Erano di questo numero Angelo Paolino Balestrieri valoroso Poeta, Matteo Regali Medico, e buon Poeta, e delle cose di nostra lingua intendentissimo, il P. Sebastiano Paoli, e il P. Alessandro Pompeo Berti uomini di gran dottrina ed erudizione, come tutti sanno, e forse altri. Avvenne un giorno che in quest'Accademia fu criticato in qualche cosa di ortografia un poetico componimento di Donato Antonio Leonardi, che era anch'egli pregevol Poeta. L'ira ne' poeti si desta facilmente, e il Leonardi mal sofferendo quella critica volle difendersi, e pubblicò il Dialogo dell'Arno e del Serchio, sopra la maniera moderna di scrivere e di pronunziare nella lingua Toscana dell'Accademico Oscuro. Perugia presso il Costantini 1710. in 12. Da Matteo Regali celato sotto il nome di Accademico dell'Anca, gli fu risposto col Dialogo del Fosso di Lucca, e del Serchio di un Accademico dell'Anca in risposta al Dialogo dell'Arno. ec. Lucca presso Pellegrino Frediani 1710. in. 8. Punto il Leonardi da questo libro vi oppose la Dieta dei Fiumi tenuta l'Anno 1711. per fare il processo al Fosso di Lucca per aver pubblicata una critica derisoria, e mordace contro il Serchio suo padre. Dell'Accademico Oscuro. Macerata per Michele Angelo Silvestri 1711. in 8. E a questa nuova sua produzione replicò il Regali con il Filofilo dialogo di un Accademico dell'Anca in risposta alla Dieta de' Fiumi dell'Accademico Oscuro. Lucca pel Frediani 1712. in 8. Nè la disputa andò più oltre, perchè mentre si stampava questo libro, il Leonardi morì. La questione a dir vero era di poco momento nella sua origine, non trattandosi che d'un raddoppiamento di consonanti in una parola, ma volendo favellarne con qualche generalità offerse al Regali l'occasione di far conoscere il suo molto sapere, e l'erudizion sua nelle cose della lingua, e quanta pratica avesse de' buoni Autori. Deboli al contrario, e insussistenti erano le opposizioni del suo avversario, il quale non sentiva molto avanti in questa parte d'erudizione. Più altre dispute si destarono nel secolo decimottavo intorno a cose grammaticali, onde abbiamo parecchie opere polemiche, come del Biscioni, e del Bracci sull'edizione de' Canti Carnascialeschi da questo procurata in Lucca con falsa data di Cosmopoli,[76] il parere sulla voce occorrenza,[77] la Giampaolagine del Tocci,[78] ed altri simili. Anzi fino i Tribunali furon talvolta costretti a decidere intorno a somiglianti controversie, e della voce majorasco, se significhi primogenitura, come vuol la Crusca, o primogenito come usano i Senesi, decise la Rota Romana a favore di Siena[79]. Il Gigli dice, che con ciò quel Tribunale venne a dichiarare, che la Crusca non ha la potestà di Adamo di dare i nomi alle cose[80]. Il che è vero; è però altrettanto vero, che i Tribunali hanno forza nel Foro e in ciò che dal Foro dipende, ma nelle cose della lingua non ne hanno alcuna. Queste ed altre quistioni lascierò da parte, perchè sarei infinito se di tutte parlar dovessi, benchè brevemente. E già aspettano il mio discorso cose maggiori, e più ardue, e di maggior celebrità: voglio dire i Dizionarj.
Prima però che io passi a far parola di questi debbo far menzione d'un libro, che può ugualmente fra le Grammatiche annoverarsi e fra i Dizionarj: voglio dire le cento osservazioni del Canonico Paolo Gagliardi.[81] Più e diversi oggetti a Grammatica appartenenti egli vi prese a trattare, come per avventura gli si presentavano alla mente; ora d'alcune voci, ora dell'articolo, ora di certe irregolarità nella costruzione, e via dicendo. Intorno alle quali cose dà sottili ed utili avvertimenti, e spesso emenda i più solenni Grammatici, ed anche il Vocabolario della Crusca. Il che fa sempre coll'autorità de' buoni scrittori, essendo amantissimo della purità della lingua, come ragion vuole. Laonde io reputo commendabile l'opera sua molto: e solo mi rincresce, che non abbia vie maggiormente accresciuto il numero delle sue osservazioni.
[ Del Vocabolario della Crusca.]
CAPO VII.
A me rincresce d'essere a quella parte dell'opera mia pervenuto, che parmi più d'ogni altra piena di pericoli e difficoltà. Gravi guerre si mossero contro il Vocabolario della Crusca fin dal primo suo nascere, e queste guerre, anzi che spegnersi o diminuirsi, vanno sempre crescendo. Ma l'ordine delle cose da me prese a trattare domanda, che io parli de' Vocabolarj della nostra lingua, e perciò di quello della Crusca; nè io posso ritrarmene. Dovrò in alcune cose contraddire ad uomini chiarissimi per dottrina e per ingegno, coi quali non posso in verun modo essere paragonato. Combatterò dunque con armi molto disuguali: ma se in ciò che sono per dire si potrà desiderare maggior dottrina, spero che non si potrà desiderare maggiore urbanità.
Que' valentuomini, che nel 1691. procurarono la terza impressione di questo Vocabolario presto si avvidero, che molto rimaneva da fare, e che altri avrebbe dovuto procacciarne una quarta con molti accrescimenti e correzioni. E così avvenne appunto, perchè dopo non breve fatica si vide uscire alla luce nel 1729. colle stampe del Manni il primo volume del Vocabolario tanto accresciuto ed emendato, che questo solo contiene seimila nuove voci, o nuovi significati di voci. Ma voglionsi commendare quegli Accademici per essersi adoperati di correggere o accrescere quel libro seguendo l'orme segnate dai lor predecessori, o pure doveano seguendo una via diversa l'opera tutta riformare? Il Signor Conte d'Ayala vuole, che si sbandiscano gli esempj tratti dagli Scrittori approvati, e dice, che l'Accademia è giudice supremo ed inappellabile in materia di lingua, ed ogni individuo è ragionevolmente tenuto di sottomettersi alle decisioni di essa.[82] Così mentre molti gridano contro un giogo, che l'Accademia però non si è mai argomentata d'imporre altrui, questo scrittore le rimprovera di non essersi tolta un'assoluta autorità. Egli cita l'Accademia delle scienze e belle lettere, e doveva citare l'Accademia Francese. Ma non s'avvide, che i Francesi per certo loro abito sono avvezzi a tener gli occhi intenti a Parigi, ed a riverire e seguire ciò che fassi colà; onde ricevono come giudizj senza appello quelli dell'Accademia. Ma in Italia non è così; ed ognuno di per se stesso può le cagioni vederne agevolmente. Oltre a ciò egli non seppe, che nel tempo medesimo, in cui scriveva sì fatte parole, quell'Accademia si dipartiva dal primo divisamento, ed imitando la Crusca si adoperava di raccogliere esempj dagli autori più purgati per una nuova impressione del suo Vocabolario. La Crusca dunque fino dal suo cominciamento fece senno, fornendo di buoni esempj le voci tutte, e le significanze diverse di tutte le voci, quanto era possibile, ed ove mancavan gli esempj ricorrendo all'uso.
Ma niuno forse si vorrà far seguace dell'avviso di questo scrittore, e più presto si biasima la scelta degli esempj. Quel vedere ad ogni tratto citate tante vecchie leggende, e capitoli di compagnie, e quaderni di conti, e l'oscurissimo Pataffio, e le rime non meno oscure del barbiere Burchiello, ed altrettali libri, e vederli preferiti a Filosofi gravissimi e ad altri scrittori di gran rinomanza, desta non pochi lamenti. Se le lingue tutte sono a grandissime mutazioni sottoposte, siccome tutti confessano, gli Accademici, che a lor potere volevano allontanare sì fatte mutazioni saviamente adoperarono, determinando alcuni scrittori, che reputar si dovessero maestri e modelli di lingua purgata: affinchè, tenendo sempre in quelli rivolti gli occhj, ognun potesse più agevolmente ritornare sul diritto cammino, se traviava. Questo, a mio giudizio, è il solo rimedio, che può riparare a quel corrompimento, che a poco a poco in tutte le lingue s'introduce dalla incuria degli uomini, e dall'amor della novità. Questo è forse il solo rimedio, che può se non al tutto impedire, almeno scemare quella ruina, che reca alla lingua d'una nazione l'inondamento di stranieri conquistatori. Ma quali son gli scrittori, che scegliere si dovevano all'uopo? Quelli son del trecento primieramente, e poi gli altri che seguendo le lor vestigie più vi si accostano; il che reputo si possa assai bene dedurre dalle cose dette nel capo quinto. Fra più altre cose abbiam veduto, che Cicerone altresì raccomandava la frequente lettura degli antichi, benchè rozzi ed incolti. Sunt enim illi veteres (giova quì ripetere le sue parole), qui ornate nondum poterant ea, quae dicebant, omnes prope praeclare locuti: quorum sermone assuefacti qui erunt, ne cupientes quidem poterunt loqui, nisi latine. Lo stesso dicasi per noi, e con più ragione; perchè Pacuvio e quegli altri non erano a gran pezza così eleganti, come parecchi de' trecentisti. Quì si tratta della purità della lingua, e quanto a ciò quegli antichi, quantunque disadorni se vuolsi, hanno più autorità, che i maggior bacalari della filosofia, della storia, dell'eloquenza, e della poesia. Ma (dicono alcuni) dovevasi almeno far grazia a parecchi scrittori di cose scientifiche, e di quelle che alle arti appartengono: e tanto più si doveva, perchè troppo è scarso nel Vocabolario il numero de' vocaboli delle scienze, e delle arti. Io non negherò che alcuni se ne debbano aggiugnere a quelli, che fanno testo in lingua; parmi però che sia opportuno andare a rilente. Avviene assai volte, che i più solenni maestri di queste facoltà intesi tutti alle dotte loro speculazioni non abbiano posto abbastanza studio nelle cose della lingua, o che scrivendo ne trascurino la purità. Ed il chiarissimo signor Cavaliere Monti nella sua Proposta ricorda un dotto Mattematico, il quale con bel modo fu fatto accorto di parecchi errori, in cui era caduto nelle sue opere. I termini delle scienze e delle arti dipendono dall'arbitrio degl'inventori, e sono proprj di tutte le lingue. Vorrei pertanto, che si prendessero dagli scrittori approvati, se vi si trovano: altramente si registrassero senza avvalorarli con esempj. Ma la sorgente principale del Vocabolario debbono essere a mio giudizio i libri di belle lettere e di storia, perchè contengono voci e modi di dire adattabili a tutto, e acconci a rappresentar quasi tutto.
Rimprovera il Sig. Cesarotti,[83] che sieno marcati indistintamente colla lettera del disuso tanto quei termini antichi, che sono andati in disuso per qualche difetto intrinseco, quanto quelli, di cui è ciò accaduto per semplice capriccio di novità. La stessa lagnanza fece il Magalotti al Canonico Bassetti,[84] perchè all'Accademia la comunicasse. Questa però a mio giudizio adoperò saviamente non secondando il suo desiderio. Egli non vide, ed ora non ha veduto il Cesarotti, che ove gli Accademici avessero indicate quelle voci, che meritano d'esser novellamente poste in uso si sarebbero fatti giudici in ciò che spetta al gusto, il che essi a gran ragione non volean fare. Ed ove l'avessero fatto quali rimproveri, quante critiche, quante accuse non si sarebbono scagliate contro l'Accademia! Diciassette di queste voci accenna il Sig. Cesarotti, e le reputa meritevoli di quell'onore. Or quanti saranno per avventura, che opineranno altramente! Quanti giudicheranno lodevoli parecchie voci, che egli non approverebbe! Il Cavalcanti nella sua Rettorica condanna, come disusata, la voce misfatto, nè vuol che si adoperi: e pure niuno crederà ora, che questa voce non sia buona, ed avvedutamente si astenga dal farne uso. Gli autori dei Dizionarj non debbono giudicare di proprio arbitrio, ma secondo l'autorità degli scrittori approvati, e se da' buoni scrittori sarà adoperata alcuna di quelle parole, che or sono disusate, in una nuova impressione l'Accademia torrà quella marca contro cui si mena tanto romore. Il secondo rimprovero è, che molte parole francesi sieno state poste nel Vocabolario, come giojelli. Non però come giojelli vi sono state poste, nè perchè le adoperino i moderni, ma perchè s'intendano gli antichi,[85] e sono utili per la storia della lingua. Più altre accuse egli oppone al Vocabolario, che tralascio perchè non tutto posso dire, e perchè se non m'inganno non sono poi tanto gravi, che richiedano molto studio per dileguarle, e se non erro si dileguano abbastanza colle cose, che fino ad ora per me si son dette, o che sono per dire. Nè intendo con ciò di tenere in poco conto quell'uomo prestantissimo; ma dubito, che l'amore di libertà l'abbia forse talvolta ingannato.
Parecchi altri rimproveri si fanno da altri de' quali ricorderò prima quelli, che a me sembrano ingiusti, e poi darò luogo a quelli, che anche per mio avviso sono ben fondati. Si dolgono alcuni che gli Accademici sieno stati solleciti di registrare certe voci che hanno due sensi fra lor contrarj, altre che dicono stroppiate, alcune turpi, quelle che diconsi di stil furbesco, moltissime tolte dalla plebe, talune nate da errore d'ortografia, e parecchi proverbj Toscani oscurissimi. Ma cominciando dalle voci di doppio senso io domando, qual v'ha lingua che macchiata non sia di questo difetto? Molto lo ha quella principalmente, cui vuolsi concedere il primato sull'altre, cioè la Greca. Ora perchè vorremo noi sgridar gli Accademici, se trovandolo pur nella nostra non l'hanno tolto, essi che non si credono arbitri della medesima, ma costodi? Lo stesso dicasi delle voci, che chiamano stroppiate. I Greci ne ebbero tante che le distribuirono in certe classi, cui dettero il nome di figure grammaticali, che sono l'aferesi, la sincope, l'apocope, ed altre. Si rimprovera a cagion d'esempio la voce notomia, che secondo la sua greca origine dovrebbe dirsi anatomia. E per far grazia a questa parola non è bastato l'esempio del Redi, che era medico grande, ed elegantissimo scrittore. Nè basterà forse l'autorità di Francesco Maria Zanotti, che l'adoperò, non quella di tanti altri, che pur l'usarono, non quella del dotto medico Andrea Pasta, che le diede luogo nel suo vocabolario.[86] E vuolsi osservare, che il Pasta compilò quel suo vocabolario perchè fosse di giovamento ai medici non solo nel curare gl'infermi, ma eziandio nello scrivere i consulti. Lo stesso dicasi di que' vocaboli, che derivano da errore d'ortografia, come anotomia, appostolo, munistero, e simili altre molte. Sì fatti corrompimenti si vedono pure nelle altre lingue, e giova conservarli ne' vocabolarj, perchè mostrano in parte l'indole delle medesime, e l'affinità, che hanno fra loro le diverse lettere, come si mutino, si aggiungano o si tolgano. Le quali cose sono da apprezzarsi per la storia delle lingue medesime. È poi ufficio del diligente scrittore lo sceglier quelle, che son migliori. Con maggior timore parlerò delle parole turpi, contro le quali si grida a gran voce, chiamando svergognato chi difende il Vocabolario. Io lodo quelli che amano la modestia delle parole, ma supplico, che mi sia concesso di dire, che tanta modestia non vuolsi usare in un vocabolario. S. Isidoro era modello d'ogni virtù, ma non si astenne dal ricordare e spiegare ne' suoi libri dell'etimologie quelle voci, che il suo argomento richiedeva. E il Forcellini esemplar sacerdote, e confessore nel Seminario di Padova scrisse nell'insigne suo Lessico quelle parole, che nel sacro tribunale della penitenza avrebbe condannate. Sì fatte parole sono malvagie, o innocenti secondo le circostanze. Consiglierei però gli Accademici a togliere dalla quinta impressione alcune di sì fatte voci, che furono inventate reamente per biasimevole scherzo, le quali non debbono aver luogo nel tesoro della lingua. Non toglierei però le parole, che diconsi furbesche, perchè servono all'intelligenza dei libri, e delle persone. Ancor più ingiusto parmi il lamento pe' Toscani proverbj, che vi si vedono in buon dato, e per le voci del volgo, o, come dicono, di mercato vecchio. Al qual lamento rispondono abbastanza le cose dette dai Signori Rosini e Nicolini, nè fa di mestieri, che io stemperi con più parole le loro osservazioni. Io dunque non vorrei, che si togliessero queste cose, nè vorrei, che si aggiugnessero le etimologie, tranne forse alcune pochissime più manifeste, e scevre d'ogni incertezza. Lo studio delle etimologie, ingiustamente spregiato da alcuni, è utile, ma è soggetto a molti pericoli. Leggiamo il Vossio, il Menagio, ed altrettali indagatori d'etimologie, e vedremo in quali traviamenti sono caduti. Nè è necessario, che vi si accennino quali parole ci son venute dall'ultimo settentrione per l'invasione de' popoli barbari, quali ci ha date l'Arabia o direttamente per le crociate o pel commercio, o indirettamente passando per mezzo d'altre nazioni, alterate però secondo l'indole delle diverse lingue.