—Li vo' tutti.

—Pigliali, ruffianella.—

E così dicendo se li rimesse in tasca. La bella, istizzita, lasciò il manico della padella, la quale sdrucciolando si empì di cenere.

—Accidenti! gridò la vecchia, mi tocca tutto fare da me.—

E rialzando l'utensile, vi ricacciò il fritto ceneroso.

—Qual deliziosa innocenza di costumi! mormorò Bruto conservando tutta la gravità dottorale.

—Sicuramente, replicò Catone, ed è perciò che la plebe dee trionfare nella grande lotta.

—Oh bei tempi di Cincinnato!—E guardò non volendo Topo.

—Cincinnato? parla meglio, Bruto, prese a dire Topo. Io non voglio altri soprannomi, o ti taglio la gola.—E levò fuori il formidabil coltello.

—Animo, ragazzi, gridò infuriato il padrone dell'osteria, destandosi dal grave sonno ed alzandosi di sopra d'un canile che era nella stanza. Non fate chiasso, lasciate riposare i galantuomini: voi, sapienti, continuò, avete la ruzza; eh! lo credo; a te, Bruto, non mancano persone da imbrogliare, carta da insudiciare, matasse da arruffare; e tu, Catone, hai buon babbo che ti fa le spese: di voialtri canaglia è inutile discorrere, chè il denaro non sapete cosa vi costa ed avete la zizzola allegra; ma io pover uomo ho bisogno di quiete, sono tre notti che non dormo per fare i sigari di contrabbando; almeno questo si chiama essere onesto. Ohè! Orsola, quanto si sta ad andare a cena?—