Il bugiardo articolo, cara mamma, contiene altre frasi intorno alla mia persona, che io amo di non trascrivere; oggi mi sento le vampe al viso, sebbene innocente. Sapeva già che nulla vi è di più menzognero di certi giornali che passano per le mani di tutti, ma non credeva possibile tanta sfrontatezza nella stampa. Quantunque io pensi che nessuna sensata persona, se si eccettuano i partigiani della ipocrisia, potrà credere a simili menzogne, pure mi angustia il dubbio che un tale articolo possa nuocere agli interessi vostri e di mio fratello Alfredo, il quale occupa un grado rispettabile nell'armata. Non vorrei che aprisse una strada ai nemici suoi onde togliergli un meritato avanzamento; vero è che si può ribattere l'empio articolo con una minuta descrizione dei casi i quali percossero me, grazie al cielo, innocente, sebbene infelice. Voleva insistere presso il mio sposo affinchè, nel Malta-Mail, reputato giornale che qui si pubblica, si rispondesse alle sfrontate menzogne della Gazzetta Livornese, ma egli mi ha replicato con aria di nobile sicurezza:—Mia cara Rosina, tempo verrà che io darò replica alle parole coi fatti e non colle ciarle.—Non oso inquietare su tal proposito ulteriormente lo sposo mio. Intanto la provvidenza si è compiaciuta di temperare con un favore insperato il dolore prodottomi dalla iniqua e falsa narrazione del citato articolo, pubblicato certamente sotto l'influenza e coi denari del signor Basilio. Mio marito, il quale nel tempo passato prestò dei servigi alla Gran Bretagna, è stato ricevuto al soldo di quella formidabile potenza. Nel momento in cui vi scrivo gli viene consegnato il brevetto di luogotenente di fregata. E per quanto ci assicura il lord governatore di Malta, egli prenderà il comando di una corvetta chiamata per bizzarra combinazione The Rosina, la quale giunger dee da Alessandria in questo porto. Se potrà ottener quel comando, lo scriverò con altra mia diretta a voi o a mio fratello, a cui voglio far giungere i miei caratteri per avere il piacere di ricevere i suoi.
Di cuore mi dico
Vostra affez. figlia
ROSINA.
LETTERA III.
Al sig. comandante dei bersaglieri di Genova.
Caro Alfredo, fratello diletto,
A bordo della corvetta Rosina, il 28 aprile 1821.
Comincio la mia lettera con dirti prima di tutto avere in questa notte avuto un sogno molto lieto. Non increspare le ciglia sentendo come io mi rallegri di un sogno, caro fratello: spesse volte le notturne visioni sono state annunzio di future disgrazie; or perchè mai ci sarà vietato credere che alcune possano presagirci felicità avvenire? Mi sono sognata di essere in un bosco ove alcuni amici avevano a noi apprestata una lauta refezione; e, nota bene, era un bosco di palmizi della specie di quelli che insieme cogli arboscelli di aranci e di limoni danno un fresco refrigerante ed imbalsamano l'aria di soavi profumi nei climi meridionali. Già la mensa frugale, cui avevamo preso parte seduti sull'erba fiorita vicini ad una fontana di acqua zampillante e limpidissima, era al suo termine; quando sentimmo da vicino il preludio di un'arpa e quindi una dolce canzone patetica che ci ha scosso le fibre. Fra non molto vedemmo avanzarsi verso di noi una donna assai bella seco traentesi un grazioso fanciullino di sette in otto anni il quale aveva una piccola arpa al collo; e tosto abbiamo indovinato esser ella la cantatrice, ed il fanciullino l'amabile suonatore. La dolce fisionomia della donna e del fanciullo ed il loro meschino abbigliamento ci hanno commosso: e subito abbiamo pensato di far ristorare e la cantante ed il suonatore col resto del nostro pasto campereccio, mettendo inoltre mano alla borsa per trarne qualche moneta d'oro da darsi ai virtuosi di musica, il cui aspetto ci diceva chiaramente essere acceduti fino a noi coll'animo di ricreare la brigata e di ottenere dalla nostra liberalità alcun che onde andare avanti nella misera vita. Ci proponevamo di domandare alla signora (poichè, malgrado il di lei abito e lo squallor del suo volto, appariva essa fornita di modi eleganti e civili) la di lei istoria, che ci auguravamo interessante, quando tu, che eri alla refezione, ma ti trovavi distante per esplodere il tuo archibuso contro di una quaglia, ritornato in quel momento, hai gettato un grido e, abbandonato il fucile, ti sei precipitato al collo della signora gridando: Esmeralda! e dopo molte carezze ella ti disse con tenera voce: Alfredo, benedici tuo figlio.
In mezzo all'effusione dei trasporti della tua amante e del tenerello suonatore di arpa, mi sono svegliata. Ti confesso che mi è dispiaciuto di destarmi così presto. Ebbene, mi dirai tu, amata sorella, a che riaprire le più funeste piaghe del mio cuore? Pur troppo ho perduto il mio idolo, pur troppo a quest'ora Esmeralda non respira più le aure vitali! No, mio caro fratello, il mio sogno non dee dolerti; esso è un avviso del cielo. La misera tua amica, in preda all'aberrazione sua mentale, scomparsa dal convento di Santa Chiara, quando pur fosse caduta vittima della sua frenesia, non si riunirà ella forse con noi dopo questa misera vita nel prato delle celesti beatitudini? Sì, mio Alfredo: il mio sogno è lieto, possa stillare nel tuo cuore quella dolcezza che stillò nel mio e renderti paziente nelle avversità, più gagliardo nel nobil mestiere delle armi.