Il cielo aveva riunito alla perfine insieme quegli esseri che tanto si amavano. Chi sarà che possa dipingere la loro gioia? La mattina delle nozze, il prelato aveva toccato di volo le loro vicende, e di più egli avrebbe voluto che nell'anima di Giovanni e di Alfredo fosse omai spenta quella mania d'innovare. Di Esmeralda ei più non temeva; restituita alla ragione, ella aveva affatto perduto quel fervido carattere della sua prima giovinezza; gli altri non già, che, ahimè! il tempo ancora non giunse di loro ravvedimento.

Il missionario diceva:

—Qui riuniti, io vi benedico, o miei cari, in nome dell'onnipotente Signore dei cieli e del mondo: forse un sì fausto momento non si rinnoverà mai più per me, e già sento essere anche troppa la pienezza della mia gioia. I perversi non sono estinti, no; e sebbene un immenso mare separi i due emisferi, il veleno dell'uomo è più sottile di quello del più malefico serpente, esso attossica passando i mari ed i monti. Forse a voi ch'io tenni sulle mie braccia Iddio prepara nuovi dolori e nuovi travagli, forse la nebbia e gli oragani della sventura si addensano sui capi innocenti di questi cari pargoletti che in questo tempio vi ricingono, o Giovanni, Rosina, Esmeralda ed Alfredo, simili agli angioletti che implorano su voi la celeste benedizione. Grandi sono gli arcani del Nume, sempre e sempre adorabili e nella sventura e nella felicità. Ma se a me ministro di Dio, ma se a me il più vecchio di quanti oggi vi amano e vi ameranno, è lecito fare degli augurii, io non saprei fare miglior voto di quello di vedervi per sempre riuniti in quest'isola lungi dai rumori di un mondo da cui, fra le innovazioni, fra le inutili cogitazioni, fra le ambagi tumultuose della guerra e del commercio, disparvero la pace e la virtù. Pensate troppo difficile impresa essere quella di rinnovare la faccia della terra. Non è da tanto lo spirito dell'uomo; solo può tal miracolo lo spirito di Dio, e noi non siamo più che uomini, quando pure la sapienza fosse il nostro retaggio. Vivete, sì, e vivete per una generazione di esseri novelli che qui trapianterete; scordate quegli sfrenati desiderii che vi partoriranno, come vi partorirono, lunga catena di sciagure. E se mai queste parole del vecchio amico vostro oltre le orecchie non vi scendano al cuore, voglia il Dio a cui servo non punire per voi quei pargoli a cui deste la vita. Vi benedico.—

Chiuse il sermone il buon vescovo, e niuno di quei cigli, avvezzi ai patimenti, alle più dure vicende, ai guerreschi ludi, alle più pertinaci avversità, sapea frenare le lacrime. Il buon pastore stesso nel prendere dalle mani di Selvaggio vestito di bianco ed a guisa di angelo due corone di mirto per porle sul capo di Esmeralda e di Alfredo, nel congiungerli in matrimonio, aveva lasciato corrersi abbondante il pianto di tenerezza sulle gote appassite. Rosina, cui circondavano i figli, singhiozzava di gioia; e Giovanni, a malgrado di sua abituale fierezza, sentiva in cuore un sentimento non mai provato. Angiolina, la patetica Angiolina, guardando i nuovi coniugi, aveva vôlto gli occhi al cielo come per dirgli: O voi Creatore dell'universo, non avete dunque una simile gioia anco per me? Ma posando poscia lo sguardo su Rosina, su Giovanni e sui loro figli, e dipoi su quel vegliardo venerando, di nuovo rivolgendosi al cielo, aveva esclamato:—Oh! sì, gran Dio! tutte le felicità che può gustare una misera io le ho gustate in quest'istante; di più non poteva darsi ad Angiolina.—

Di ritorno dal tempio, le due famiglie riunite si dettero in braccio alla gioia; e lungamente strette in abbraccio fra loro Esmeralda e Rosina si dissero, si ripeterono la loro storia, e i baci volarono e rivolarono fra esse ed i figli che Angiolina teneva fra le braccia.

In una sala a parte peraltro Giovanni ed Alfredo si ricambiarono queste parole:

—Hai sentito il buon vescovo?

—Sì.

—E che pensi?

—Prima morire che rinunziare al mio progetto.