Milano—Ditta Wilmant.

CAPITOLO XXIII.

Conferenze.

Tutto il fermento della città di Livorno (che all'epoca in cui arriva il nostro racconto era incontentabile, nè aveva nè volea conoscere misura nelle riforme) era nella bocca, nelle braccia di molti, nel cervello di pochi. Le più famose lancie spezzate del carbonarismo, trasformatosi in altra setta non meno peggiore che quella e micidiale al vero ben essere del mondo, profittando della miseria, della ignoranza di quella popolazione, dirò semplice, senza studi, senza regola di condotta, tentavano il gran colpo di mano per innalzarsi fin dove avrebbe potuto arrivare la loro cupidigia, la effrenata loro voglia di onori, di primeggiare, di dominare. Quella classe che sta fra il popolo ed i magnati, in specie oggidì, è una classe la quale tiene dei bisogni, delle innormalità dell'una, degli appetiti dell'altra. Vorrebbe sfuggire dalle miserie della prima e slanciarsi nelle beate sedi della seconda. Gli uomini di tal classe, che hanno troppo orgoglio, troppi fittizi bisogni per essere tolleranti del nome di plebe e troppa incapacità per giungere a far parte di quell'alta società che mirano sopra la loro testa, sono quelli che nell'anarchia han fatto maggiore strepito degli altri, son coloro che gli evocatori di subbugli vanno trattando e tentando più degli altri.

Questa classe, in forza del commercio, aveva già veduto operarsi miracoli; ed infatti il denaro da alcuni di queste classi acquistato in alcuni anni (Dio sa come! ma a noi scrittore di romanzi non importa sindacare i loro libri di banca) avevali collocati al livello di quel seggio là dove si assideva la classe elevata, e perciò si sono trovati senza merito, se non con quello dell'oro, a faccia a faccia con questa classe invidiata e privilegiata: e quindi ecco nascer la manìa di fondersi in quella, di prenderne tutte le abitudini, tutti i vizi, senza poi curare di emularne le virtù; ed ecco come un lusso smodato, un puzzo di città capitale, e di capitale parigina, entrava nella modesta Livorno, ed ecco moltiplicato il numero delle scimie che d'uomo non sanno far altro che imitare, nascondendo ciò che del primo loro essere sociale avrebbe potuto rivelare l'origine bassa e vigliacca. Un infinito numero di uomini per tal modo non di altro curanti che dell'esteriore e della fortuna, non pur pensando ad emulare qualche cittadina virtù, ha fatto consistere la propria prosperità nel più basso egoismo, e trovavasi in una posizione non conforme alla nascita, alla educazione, al modo di sentire; si è lanciato nella corrente dell'ambizione, sperando sempre di giungere a quella perfezione a cui non potrà giungere giammai; e di fronte al mondo si è reso ridicolo e dispregiabile a malgrado le ricche vesti, la sfolgorante albagia, gli scrigni di oro; la servitù gallonata, ahi! fa agli occhi degli illuminati la figura del corvo vestito colle penne di pavone. Parendo a costoro che l'agiatezza del vivere sia poco, eccoli sognare gradi ed onori, e tutto imprendere per conseguirli. Ed eccoli slanciarsi nel burrascoso mare delle novità, nella speranza che, anco facendo naufragio, sia dato loro di afferrare una tavola salvatrice.

Sull'esempio della classe media, ecco che la classe povera tenta anch'essa di levare il suo volo, e d'infima diventare media. Consiglieri di questo volo sono dapprima i bisogni, dipoi l'intolleranza dei dispregi, la mancanza di lavori che abitua all'ozio, il quale fa sentire e centuplica gli stessi bisogni. Questa classe peraltro non può avere speranza di fare un passo nè colla via ordinaria, nè così uomo per uomo, sente la necessità di una catastrofe nella quale muoversi in massa e cacciarsi in quella posizione sociale alla quale aspira come ad apice di sua felicità. A questa i demagoghi non hanno da far altro che parlare e, ben s'intende, parlare a modo loro proprio, dare ad intendere mari e monti; colla gente di questa sfera inabile a riflettere tutto si fa credere.

Bruto era a quell'epoca divenuto l'arbitro della volontà popolare: tutto doveva piegarsi al suo volere; ed in questo era potentemente secondato e dagli eventi e dagli accordi con altri suoi simili agitatori. Quante teste esaltate potevano raccapezzarsi per il mondo, e che avessero bisogno di far fortuna erano state da lui fatte venire a Livorno; esso sentiva la necessità di avere dei collaboratori a tanta impresa, parendogli poco l'avere un potente ausiliare nel da noi conosciuto Catone. Ciò peraltro che farà specie ai lettori è il sapere che altro collega si era associato costui, e questo era nientemeno che il signor Basilio, il quale avendo veduto come il tempo di fare il delatore era passato e che per ingannare il pubblico conveniva prendere altro mestiere, appoco a poco si era insinuato nel sinedrio degli agitatori, i quali, sapendo alla perfine come ad essi non potesse nuocere, ma anzi giovare verso le masse nel vedere acclamare le massime dette moderne da un uomo della stampa del pio signor Basilio, certamente non avrebbero più oltre dubitato della giustizia dei movimenti che erano per fare essi (lupi vestiti da agnelli).

Così erano preparate le cose; e così quella città commerciale e pacifica la quale portava in seno i germi della dissoluzione della sua morale andava a gran passi verso la propria ruina. Così adunque, come io vi diceva, erano preparate le cose all'epoca dell'arrivo in rada di Giovanni e di Alfredo, i quali, dopo aver percorsa nuovamente la città girovagando per le bettole e per altri luoghi impuri, un bel mattino, discesi a terra e vestito abito borghese e civile, si erano decisi di recarsi direttamente alla dimora del vecchio amico Bruto, ove si proponevano tenere lungo colloquio, il quale ebbe luogo ed a cui invitiamo i nostri lettori di assistere.

L'appartamento del demagogo, che possedeva uno dei più bei palagi, era magnificamente mobiliato con un lusso quasi orientale. Nel piano superiore era il quartiere domestico; nell'inferiore, che di molte sale si componeva, si trovava il suo segreto gabinetto: una quantità di giovani di più o meno età stava in servizio pel disimpegno di affari particolari, altra per quelli pubblici; e coloro che appartenevano a quest'ultima categoria erano tratti dalle infime classi ed educati a modo suo. Ordinariamente il segretario era quegli che introduceva i forestieri che venivano per visitare il sapiente. Un servo accompagnò Alfredo e Giovanni fino alle stanze del segretario antedetto, e questi con modo cortese, venuto a richiedere i due dei loro nomi e cognomi, essi risposero in modo piuttosto laconico che non desideravano di spiegarsi su ciò, ma che bastava avvertire il suo principale che due dei più vecchi amici desideravano di vederlo. Il giovinetto segretario, rispettando l'incognito che volevano serbare i due, non senza averli ben bene squadrati da cima a fondo con uno sguardo malizioso ed indagatore, fatto loro cenno di sedersi, passò nella sala del suo principale,

—Annunzio una misteriosa visita, disse allorchè fu entrato.