Il suo padrone con gravità distogliendo gli occhi da un grosso volume in foglio sul quale studiava:
—Che è ciò, Giorgio? mi sembra che questa mattina siate di miglior umore del solito; ebbene cosa dicevate?
—Vengo ad annunziarvi che due forestieri i quali desiderano tener celato il loro nome e cognome bramano di essere introdotti; dicono peraltro di essere vostri vecchi amici.
—Vecchi amici! vecchi amici! borbottò fra sè colui, e quando mai io ho avuto amici vecchi o nuovi? Sono uomo da sentir l'amicizia io?…—Quindi volgendosi al segretario:—Orsù che faccia hanno costoro? che abiti? parla su; dalla soprascritta ho uso d'indovinare il contenuto delle lettere.
—Vostra signoria eccellentissima….
—Stolido! da quando in qua ti ribollono per la mente i titoli? Che eccellenze? che eccellentissimi? che illustrissimi? ad ogni modo non sai tu che siamo e saremo sempre gli stessi scimiotti vestiti?
—L'ho fatto per dire; non mi avete voi stesso detto, o cittadino, ch'io era questa mattina di assai buon umore?
—A banda gli scherzi; io sugli affari non scherzo mai: dunque costoro…?
—Son due uomini di mezza età con facce piuttosto cupe; sembrano di poche parole, e quanto agli abiti li hanno modestissimi; ed uno è monco.
—Capisco, saranno due comici che, lasciate le scene, verranno qua all'opera di cui sono impresario; due disperati: meglio così; il mio avviso è corso per tutto il mondo, e se non vedo di meglio, fra un mese avrò radunato tanti avventurieri da far sì che i Livornesi nati se ne dovranno andare a trovare un altro luogo…. Ma no: caspita! non si possono pensar tutte insieme le cose di questo caos; li collocherò fra le spie; questa è la valvola di sicurezza onde non scoppi la gran caldaia, ove bollono i cervelli degli uomini.—Poneva fine al suo monologo con secco dire:—Fagli passare.—